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Ogm: se questo non è mobbing, che cos’è?

Continua l’ostruzionismo della Conferenza delle Regioni nei confronti degli Ogm. E proprio di mobbing istituzionale si tratta, dato che, nell’impossibilità di decretare una moratoria definitiva per le colture transgeniche, evidentemente in contrasto con il diritto comunitario, l’unica strada è quella di prendere tempo, rimandare le decisioni e nel frattempo, ad ogni buon conto, proporre un regolamento sulle “linee guida di coesistenza” tra agricoltura convenzionale, biologica e transgenica creato appositamente per vietare, più che per disciplinare, come ha notato giustamente il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni.

Ed oggi tutto ruota attorno alla discussione di questa perla di documento , che è stato proposto in tutta fretta dal coordinatore vicario della Commissione Agricoltura della Conferenza delle Regioni, l’altoatesino Hans Berger, alle organizzazioni di categoria (tra le quali figura anche Legambiente, chissà perché) il giorno 16 di luglio perché presentassero le loro osservazioni in merito entro il giorno 20 dello stesso mese (!!) data l’urgenza di deliberare in materia.

Il documento, diciamo la verità, è impresentabile. Innanzitutto perché nonostante il titolo reciti testualmente “linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate” in esso si parla solo di Ogm. E poi perché le regole che propone sono di fatto dei tentativi per impedire surrettiziamente o quantomeno scoraggiare in ogni modo possibile e immaginabile gli agricoltori dalla coltivazione di varietà Ogm comunque ammesse al catalogo comune europeo.

Qualche esempio? Beh, innanzitutto la distanza di sicurezza tra mais Ogm e convenzionale: mentre in tutta Europa ondeggia al di sotto dei 150 metri (fino alla Spagna che di distanze di sicurezza non ne prevede alcuna), qui da noi si propongono distanze di un chilometro. Bum! Poi, immaginando di vestire i panni di un agricoltore che volesse coltivare varietà Ogm seguendo le indicazioni contenute nel suddetto documento, dovremmo fare un apposito corso per conseguire un apposito patentino, presentare un apposito piano di gestione aziendale, tenere un apposito registro di produzione, stipulare un’apposita polizza fidejussoria e pagare un’apposita tassa (pardon, tariffa) regionale.

Oltre a ciò dovremmo utilizzare macchinari dedicati esclusivamente agli Ogm per la stagione in corso, sia per la semina che per la raccolta (se decidessimo di coltivare Ogm solo su parte dei nostri terreni dovremmo procurarci due seminatrici, due mietitrebbie e via discorrendo), e così dovrebbero adeguarsi a fare anche le aziende agromeccaniche dei cui servigi decidessimo di avvalerci, nonché di magazzini di stoccaggio separati e dedicati. Dovremmo accettare che il nostro nome venga pubblicato su un elenco pubblico consultabile online, permettendo così a qualche ragazzotto benedetto da Zaia di venire a devastarci il raccolto, e di rischiare di pagare anche sanzioni di decine di migliaia di euro in caso di dimenticanze burocratiche.

Se poi decidessimo di averne abbastanza e di tornare all’agricoltura convenzionale, dovremmo rispettare le stesse identiche regole per ulteriori tre anni, periodo nel quale i nostri prodotti (convenzionali) sarebbero trattati alla stregua di prodotti geneticamente modificati, e dovremmo sottoporli ad analisi prima di commercializzarli. A meno che nel frattempo non sia stata la stessa regione competente ad avere stabilito che il nostro territorio non è adatto agli Ogm (perché magari a qualche chilometro di distanza qualcun altro produce formaggio DOP o perché al 50% più uno degli agricoltori della zona non piace ciò che facciamo in casa nostra) e decidesse di bandirne la coltivazione, e amen.

Lasciamo perdere ogni considerazione sul fondamento scientifico di tutta questa sfilza di regole (la coesistenza tra colture Ogm e convenzionali è solo un problema, se è un problema, di carattere economico, e non sanitario o ambientale) e andiamo a vedere come è finita. Il 21 luglio la Conferenza si riunisce e, nonostante la premura di qualche giorno avanti, rimanda tutto a settembre. Poi all’inizio di settembre si riunisce di nuovo, e rimanda tutto nuovamente al 30 dello stesso mese. Scusa ufficiale, il previsto arrivo della direttiva Barroso di cui abbiamo già parlato tempo fa, che prevederebbe il diritto da parte degli stati membri dell’UE di decidere in autonomia se autorizzare la coltivazione di Ogm o meno.

E allora perché sprecare tempo ed energie preziose se poi arriva Barroso a togliere le castagne dal fuoco autorizzandoci a vietare tout court? E così intanto il tempo passa, così come passava all’inizio dell’anno, quando il governo è dovuto intervenire con un decreto ad hoc per impedire ad un agricoltore di fare ciò che il diritto comunitario e una sentenza del Consiglio di Stato lo autorizzava a fare.

E mentre il tempo passa, a livello europeo aumentano le perplessità proprio sulla direttiva in questione. Perplessità che arrivano, per diverse e spesso contrastanti ragioni, ma tutte riconducibili al timore di distruggere il mercato comune per creare un’Europa agricola a due velocità, un po’ da tutte le parti in causa: dalle organizzazioni agricole a quelle ambientaliste, da molti governi e financo da Angela Merkel. Noi, intanto, aspettiamo il 30 settembre per la prossima puntata.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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