di DIEGO MENEGON – La breccia di Porta Pia è un momento fondativo dell’unità e dell’identità nazionale. Se l’avventura dei Mille ha del leggendario, il 20 settembre è la cifra della rivoluzione italiana. Punto tangente della realpolitik della casa di Savoia e delle aspirazioni nazionali e liberali dell’emergente borghesia italiana.

Non che la partecipazione popolare al Risorgimento italiano sia mancata. Quand’anche non si ritenesse liberamente espresso il plebiscito che avallava l’annessione al Regno (133.681 “sì” contro 1.507 “no”), la memoria non può che andare ai moti esplosi vent’anni prima. La Repubblica del 1849 era stata instaurata con la sollevazione di buona parte degli abitanti della capitale, proprio in conseguenza del mancato appoggio alla causa nazionale da parte di Pio IX, durante il conflitto tra gli stati italiani e l’Austria. L’inno d’Italia testimonia la nascita della nazione dallo scontro tra il potere temporale della Chiesa e la lotta costituzionale e liberale per l’unità della patria. Il suo autore, Goffredo Mameli, morì nel 1849 sotto i colpi degli eserciti cattolici accorsi a Roma da tutta Europa per ripristinare l’autorità papale.

Il Piemonte negli anni successivi ai moti del ’48 proponeva una composizione di ideali liberali, costituzionali e unitari, che lo poneva non solo politicamente, ma anche culturalmente alla guida del Risorgimento italiano. Dopo la conquista del sud e la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1860, Cavour pronunciava dinanzi al Parlamento queste parole:

“La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico”.

La questione nazionale era la questione romana. Falliti i tentativi dei governi italiani di mediazione con la diplomazia vaticana e i blitz garibaldini, nell’estate del 1870, la guerra tra Francia e Prussia e il ritiro delle truppe d’oltralpe hanno dato l’occasione per realizzare gli auspici di Cavour e completare il disegno di uno stato laico, sovrano, con Roma sua capitale naturale.

Significativo il fatto che il primo a sparare sia stato un tenente ebreo. Il papa Pio IX aveva promesso una scomunica al primo che avesse fatto fuoco. Era un esercito di fanti e bersaglieri, quelli guidati da Cadorna, cattolici ma “invasori”, che quindi ben rappresentavano una nazione che era capace di discernere gli affari temporali da quelli spirituali.

Per la città eterna, la liberazione significava passare da un sovrano che derivava la legittimazione del suo potere da Dio ad un sovrano che regnava in Parlamento, per volontà della nazione, limitato nell’esercizio del suo potere dai suoi rappresentanti e che riconosceva i diritti individuali sanciti dallo Statuto Albertino. La differenza è quella che passa tra l’essere sudditi e l’essere cittadini.

Tornando all’episodio storico dell’apertura della breccia di Porta Pia, non sono le brevi schermaglie militari inscenate tra i pochi soldati papalini e i fanti e bersaglieri italiani a farne un evento epocale, quanto piuttosto la testimonianza di una radice laica nella costruzione dello stato italiano. All’azione militare, chiamata usurpazione dal Papa Re che lamentava la sua prigionia, seguiva a pochi mesi di distanza l’approvazione della legge delle guarentigie.

Con questa il Re d’Italia rinunciava ad ogni prerogativa nella nomina dei vescovi sulle terre del Regno. Si riconosceva quindi al Papa piena autonomia nella scelta di 237 titolari di cariche ecclesiastiche. Un riequilibrio, quello che si stabiliva, ispirato alla migliore laicità, nel rispetto della libertà religiosa e delle religioni, nella separazione tra Stato e Chiesa, tra potere temporale e spirituale, ciascuno nel proprio ordine, come tutt’ora recita la Costituzione, indipendente e sovrano.

Una vocazione laica e nazionale (e non nazionalista), che stempera l’anticlericalismo pur presente in molti esponenti del Risorgimento italiano, da Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Mazzini, da Felice Cavallotti a Ernesto Nathan, che si riaccendeva con più vigore quanto più la resistenza clericale si contrapponeva alle spinte del liberalismo e del progresso.

La rievocazione delle radici e della storia non può prescindere dal fatto che i padri fondatori hanno fatto l’Italia recuperando i valori dell’umanesimo civile e proiettandoli nel più moderno costituzionalismo liberale, per una libera chiesa in libero Stato.

Anche attraverso quella “breccia” si provò anche a far passare i germi di quella “rivoluzione borghese”, a cui, centoquaranta anni dopo, rimane legata la speranza di emancipazione economica e civile del sud. Una “rivoluzione borghese” in cui lo Stato non coincide con il sovrano, ma con l’ordine giuridico, nel quale i cittadini possono coltivare i propri interessi, le proprie ambizioni, il proprio successo economico e la propria felicità personale.

Da questo punto di vista, si può realisticamente dire che il 20 settembre del 1870 si è aperta una storia che non si è ancora compiuta. A Roma e non solo a Roma, c’è ancora troppo del Papa Re e della sua cultura dell’amministrazione, dello Stato e della libertà economica.