Categorized | Capitale umano

Ma senti quant’è rock il sottosegretario Santanchè

– Non è cattiva, è che qualche stilista l’ha resa così. Almeno, non è tanto cattiva quanto sembra. Emblema dell’estetica “costa Smeralda”, Daniela nata Garnero, in arte Santanchè – cognome usucapito all’ex marito Paolo, chirurgo plastico – un grande merito ce l’ha. Come direbbe Celentano, non è lenta, ma è rock. “Spacca”, direbbero invece i suoi elettori di Centocelle.

Certo, non suona, a Milano non è una habitué del Leoncavallo, al massimo frequenta qualche salottino dell’Hollywood, agli AC/DC preferisce la musica che anima le notti estive, allegre, multicolor e multichiappa del Billionaire, di cui è comproprietaria insieme all’amico Flavio Briatore (quello che ha le ciabatte firmate con le proprie iniziali, per capirci, partito come lei dalla provincia di Cuneo per diventare qualcuno e riuscendoci, perfino più di lei).

Nonostante non sia avvezza allo stereotipo rockeggiante, perché, come lei stessa ammette, non è una donna standard, Daniela comunque è una rock star.

Si muove, dice, contraddice, si contraddice, si agita e agita gli altri, può andare fuori tema ma non fuori tempo. E così, con maestria stilistica e verbale, con forza d’animo e di gomiti, tra cattiverie e ruffianerie, ha saputo ritagliarsi un ruolo del tutto peculiare nel complicato mondo della politica declinata al femminile.

Piaccia o non piaccia, è una questione di onestà intellettuale ammettere che la Santanchè ha saputo costruire un modello e lasciare il “suo” segno.
Ha la grinta e il fanatismo di un ultrà dell’Atalanta, difende in modo sempre provocatorio, insieme di pancia e di testa, le “cause-contro”. Non eccelle, anzi si spegne, nelle “battaglie-per”. Comanda oggi il genio guastatori del berlusconismo – e lo fa benissimo – ma non sarebbe a suo agio tra i crono-programmi delle grandi opere.

Ha la freschezza di una pulzella, non solo per le guance di rosa dipinte da Sephora, ma grazie ad un vocabolario ricco di parole non proprio da Accademia della Crusca; soprattutto, è riuscita in anni e anni di carriera politica, inerpicandosi con fatica, con ruoli diversi e differenti responsabilità, a occupare un ruolo di primo piano, ma senza entrare a far parte del classico immaginario della politica di palazzo.

Sgambetta su tacchi altissimi in mezzo ai corridoi dei “palazzi del potere”, le famigerate stanze dei bottoni che nell’immaginario popolare sono luoghi di nefandezza e di assoluta distanza dalla vita quotidiana, senza apparire una di Palazzo, come se avesse conservato una certa freschezza, una prossimità anche emotiva con l’elettorato.

Prima, come candidata premier e donna immagine – contro Berlusconi, ovviamente, di cui oggi rappresenta la vestale – ha saputo dare a “La Destra” di Francesco Storace una svecchiata d’immagine (ma, guardando ai risultati, non una grande spinta elettorale). Proprio in quel mondo considerato machista e muscolare, nella destra del “cattiverio” secondo la definizione di Pierluigi Battista, la Santanchè ha conquistato un palcoscenico per consolidare il proprio personaggio.

Poi se n’è andata, tornando dal “nemico” Berlusconi, non preoccupandosi della coerenza delle posizioni, perché l’unica coerenza della Santanchè è nell’essere la Santanchè (e anche in questo è una vera berlusconiana). Va in parlamento a difendere, come sottosegretario al programma, gli obiettivi contro cui aveva invitato gli italiani a votare. E allora? Anche questa dissociazione politico-mentale è rock.

Al netto delle convinzioni politiche, che nella sua biografia sono accidentali e non sostanziali (è una molto convinta, a prescindere dal cosa e dal perché) e delle posizioni ideologiche (un destrismo – possiamo dirlo? – conformisticamente reazionario), Daniela Santanchè è un personaggio interessante perché sa incarnare – anche iconograficamente – una mitologia politica particolare. Con le sue foto in bianco e nero in cui guarda di traverso, come una modella esperta e professionale, e con una gestualità rispetto alla quale solo l’Umberto nei momenti di grazia comunicativa può competere, Daniela rappresenta il più fulgido e concreto esempio di trans-leadership nostrana. Una sorta di Hillary Clinton meno forbita, meno preparata, forse, e sicuramente meno avvezza a frequentare palestre ed estetiste in zona centro.

La trans-leadership incarnata dalla leader la cui grandiosa competenza è marciare fiera con tacco dodici sopra i sampietrini romani è un concetto semplice da spiegare. Consiste, in pratica, nella capacità di coniugare insieme competenze tipicamente muscolari, e quindi maschili, con altre più dolci, femminili in senso ampio, in un’unica persona, che può essere un uomo, come una donna.
Ad esempio, Barack Obama incarna un prototipo di trans-leadership al maschile, capace com’è di unire, in una sorta di melodioso “ma anche”, la tendenza al dialogo e al confronto, tipica di una mamma premurosa, che si prende cura della famiglia (gli americani, in questo caso), e una mascolinità fisica, esibita anche come vessillo sensuale.

Bene, la Santanchè è esattamente l’opposto, ma è anche lei una trans-leader. Come dire: ognuno ha quel che si merita e che l’immaginario contemporaneo e nazionale permette. Corpo di donna in decisionismo e verve “mascula”, abbigliamento invidiato dalle “sciure” di tutta Italia e grinta virile con la quale si dimena tra i musulmani come un soldato della Lega santa a Lepanto: Daniela Santanchè è un prototipo, un simbolo, un’icona postmoderna. I suoi quasi diciottomila fan, frequentatori della pagina Facebook, la adorano, mentre blogger vari, come gli autori del gettonatissimo Metilparaben, la criticano aspramente.

Forse perché in loro c’è una vena di idealismo o di invidia sociale oppure perché, semplicemente, questo è il destino delle rock star: si amano o si odiano. Come Obama, appunto, capace di animare folle entusiaste o tea party dal sapore quantomeno bigotto. Così negli Usa c’è chi pensa che sia il nuovo, un dono di Dio (non come Putin, però), e chi teme che sia un emissario di Osama Bin Laden.

Certo, poi esistono gruppi rock e gruppi rock: alcuni sono meravigliosi, scalano le classifiche grazie all’originalità ed alla creatività, si impongono e lasciano un segno indelebile, inventando un nuovo genere. Altri, invece, capeggiano le hit parade estive, considerano la tecnica un accessorio rispetto ad una grinta più urlata che altro, riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle idee con uno stile accattivante e very very aggressive, stile Lady Gaga. Ma sempre di icone rock si parla. Alcune fanno la storia, altre la cronaca. Ma alla Santanchè la cronaca basta e avanza.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

4 Responses to “Ma senti quant’è rock il sottosegretario Santanchè”

  1. roberto scrive:

    Anche il grunge all’inizio era considerato rock, ma poi l’unico suo risultato ottenuto è stato quello di distruggere il rock, tanto è vero che oggi il grunge non è considerato vero rock.
    Temo che un discorso simile possa essere fatto anche per la Santanchè.

  2. ahaha il riferimento al leoncavallo stupendo!
    poi e’ inutile dire che la santanche’ si commenta da sola…

  3. mirko scrive:

    per carità, paragonare Hillary/Obama alla santachè è come paragoneare la sostanza al vuoto, un castello a un mattone!

  4. Lorenzo Pastori scrive:

    Se avesse senso dell’umorismo, ma ne dubito, la Santanchè si divertirebbe di questo ritratto ironico e tutto sommato benevolo. Magari l’idea della trans-leadership se la ricicla.

Trackbacks/Pingbacks