L’Islam nello spazio pubblico italiano

– Se ne parla da anni. L’idea è di costruire a Milano una moschea cittadina, o quantomeno un luogo di culto di massa, ed è sostenuta dalle comunità islamiche e da ampi settori della società civile, ma osteggiata dalla Lega Nord e dai movimenti di destra. In realtà una piccola moschea esiste già, costruita sul finire degli anni ’80 tra Segrate e Milano 2, ma non può certamente ospitare tutti i fedeli che si radunano nelle ricorrenze religiose.

Il dibattito che si è riacceso richiama l’attenzione sul diritto di culto che è anche, conseguentemente, il diritto ad avere o a costruire, compatibilmente con le norme urbanistiche, un luogo di culto comunitario: poco importa che sia una moschea, un chiesa, una sinagoga o una sala del regno.

In tutto il territorio nazionale esistono più di 100 moschee, la più importante delle quali è quella di Roma, la più grande d’Europa, la cui progettazione risale al lontano 1974. La costruzione, voluta e finanziata da re Faysal di Arabia Saudita, proseguì con la posa della prima pietra da parte del presidente Pertini dieci anni dopo, e si concluse con l’inaugurazione nel 1995. Negare l’incidenza dell’Islam, ormai la seconda religione italiana con un milione e duecentomila fedeli, in maggioranza sunniti, sarebbe irrealistico. Se ci sono gli islamici – e non potranno che aumentare – ci sarà l’Islam e una domanda di “diritto” per la religione islamica, che potrà essere avanzata in buona come in cattiva fede, in modo ostile o amichevole, ma non potrà essere elusa come irrilevante, rispetto all’ordine civile del Paese. L’Islam ormai “rileva”, anche politicamente.

Tuttavia il fatto che le associazioni islamiche siano in Italia molte e disomogenee, e che i tentativi fatti dallo Stato di aggregare i diversi gruppi religiosi siano falliti – in ultimo con la commissione voluta da Pisanu nel 2005 – non aiuta di certo. Ed è comprensibile che dopo l’11 settembre l’Islam (qualunque Islam, anche il più pacifico) porti con sé il fardello simbolico di quella strage, come se tutti gli islamici fossero una pedina della guerra santa contro l’Occidente.

Non avendo una figura predominante nel mondo dell’associazionismo, e non riuscendo a riunire sotto un’unica sigla le diverse formazioni, è impossibile ratificare, come hanno fatto altre confessioni, un’intesa col governo – anche se l’Islam non è, nel nostro paese, la sola fede senza Chiesa e senza rappresentanza unitaria. Rispetto alla moschea di Milano, poi, la situazione si complica ulteriormente, dal momento che molte formazioni politiche anti-islamiche – in primis la Lega Nord che fa la parte del leone (o del cerbero) – siedono nella maggioranza del consiglio comunale, e tendono a ricercare più lo scontro che la conciliazione.

In molti casi esponenti politici locali e nazionali hanno versato benzina sul fuoco, come nell’episodio che vide Daniela Santanchè protagonista alla festa di fine Ramadan del 2009, in cui si scatenò, pare, una mezza rissa in seguito a una sua protesta per i diritti delle donne davanti alla Fabbrica del Vapore, dove si stava svolgendo la preghiera finale. Il neo-sottosegretario ha avuto un altro quarto d’ora di fama quando, in un programma su Canale 5, definì Maometto pedofilo. Il problema dell’Islam nel “nostro” spazio pubblico viene cavalcato con foga, come già detto, soprattutto dalla Lega Nord, e gli esempi sono molti.

Si va dal comune di Lazzate (MB) in cui l’ex sindaco Cesarino Monti promosse un’ordinanza che vietava, di fatto, i minareti, in quanto incompatibili con l’architettura del luogo, alla proposta di legge di Cota per vietarli a livello nazionale, sulla falsariga del referendum elvetico. Ma è assai poco lungimirante prendere a pretesto misure urbanistiche o di pubblica sicurezza per contraddire, di fatto, un diritto costituzionale.

E’ ovvio che il culto islamico può anche essere usato in modo invadente o aggressivo, per “segnare il territorio” o per lanciare messaggi ostili nei confronti della comunità cristiana (si pensi all’ “invasione” di Piazza Duomo un anno fa). Ma è altrettanto evidente che non si può preservare la libertà religiosa di tutti negando la libertà religiosa di alcuni, e facendo dell’Islam in sé una fede sgradita e sospetta.

E’ importante capire che la pubblicizzazione del culto ridurrebbe e non accrescerebbe i rischi: a diventare covi terroristi, infatti, sono più facilmente le case private e i luoghi di preghiera improvvisati. Peraltro, integrazione significa anche accettare gli immigrati islamici come “fedeli” e non solo come “lavoratori”. La laicità impone un’intransigente tutela della libertà religiosa, non una discriminazione preventiva delle fedi potenzialmente o “statisticamente” più aggressive.

A Milano ha ragione Boeri, e il centro-destra traccheggia per non dare torto alla Lega. La moschea sarebbe un aiuto alla sicurezza della città. La concentrazione della comunità credente e non solo “militante” in un grande luogo di culto e le prediche in italiano sarebbero un fattore di integrazione e anche di controllo. Con la segregazione e la politica delle barriere, invece, si continuerà soltanto a gettare sul fuoco del terrorismo la benzina dell’incomprensione o dell’intolleranza razzista.

L’Italia tiene fede alla sua identità quando condanna il pascolo dei maiali sui luoghi consacrati dell’Islam, come pure quando condanna e persegue le minacce di morte degli imam invasati, ma certamente non quando impedisce, con ragioni burocratiche o ideologiche, alle moschee di “violare” la skyline delle città.


Autore: Stefano Basilico

Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag.

2 Responses to “L’Islam nello spazio pubblico italiano”

  1. Lontana scrive:

    Caro sig.Basilico,

    bell’articolo pacato, ma come al solito si fa filosofia e non si guarda alla realtà. Le moschee sono anche un luogo di sobillazione al terrorismo. Non é che costruendo delle belle moschee a questi trogloditi, si possa evitare che si riuniscano anche in privato a preparare attentati.
    Si son già fatti troppi errori in passato, non si ha avuto un minimo di lungimiranza quando si é permessa la costruzione della moschea di Roma. Eh si’ che bastava aver letto qualcosa di storia delle religioni, di critica storica come il Saitta, per conoscere gli scopi dell’islam.
    Non si é selezionata la quota di immigranti per Paese e adesso ci ritroviamo con questa massa di teocratici che ci vorranno imporre la sharia, come stanno già facendo in certi Paesi tra cui il mio.
    A me sembra che una forza politica oggi avrebbe un successo enorme se avesse il coraggio di invertire la tendenza e impedire ogni manifestazione pubblica di fede diversa dalla cattolica.
    É casa nostra e qui si praticano religioni giudaico-cristiane, le altre si son sempre aggiustate senza problemi, la religione islamica non é compatibile con il nostro sistema di valori e buonanotte. Meglio spargere maiali dappertutto che fare i “ragionevoli” con il futuro degli altri.

  2. Parnaso scrive:

    Un articolo degno della peggiore sinistra cattocomunista. Dal punto di vista del diritto il problema non è se fare o non fare una moschea, perchè farla è un diritto (con o senza minareto, ma sono dettagli), ma DOVE fare la moschea.
    Per me non c’è nessun problema a fare la moschea, manon la voglio a casa mia, nel mio quartiere, perchè in poco tempo quel quartiere sarà preso d’assalto dalla comunità musulmana, la vità diventerà scandita dai loro ritmi e cosa più grave , il prezzo delle case scenderà: il comune pagherà il deprezzamento che subirà l’immobile per il fatto di costruire la moschea dove abito?
    dottor Palma, facciamo così:la moschea la faccia costruire vicino casa sua, così la prova sulla sua pelle.
    Se l’esperimento riesce, potrei pure pensare di averla vicino a dove abito io.
    Facile parlare sulle spalle degli altri quando le conseguenze non ricadono su se stessi. Come ha detto Sarkozy alla ministra lussemburghese: “Allora prendeteveli voi, i rom che tante difendete”, io le dico: la moschea se la costruisca dove abita lei. Io voglio che i musulmani abbiano la moschea, ma non voglio che la costruiscano dove abito io. Semplice no?

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