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Gli Ordini professionali sono una garanzia o solo una corporazione?

– Più sovente che in altri ambiti professionali indagini giudiziarie conducono alla scoperta di esercizio illecito della professione di dentista. La stampa ha recentemente reso noti i clamorosi casi di Palermo, ove un muratore, un vigile urbano e un insegnante cambiavano i loro consueti abiti da lavoro per arrotondare lo stipendio con un camice bianco che, agli occhi della legge, non erano autorizzati ad indossare.

Dotati di studio, attrezzature e decine se non centinaia di clienti soddisfatti, i sedicenti dentisti mancavano solamente del titolo di studio con valore legale necessario all’esercizio del mestiere in questione, con la conseguente obbligatoria iscrizione all’albo degli odontoiatri italiani. Da quanto si può apprendere dai quotidiani che hanno trattato la questione, la scoperta dell’abusivismo di cui si sono macchiati gli improvvisati dentisti è emersa al termine di indagini condotte dal corpo dei Nas dei Carabinieri e non da denunce sporte da pazienti lesi da un eventuale trattamento nocivo ad opera dei suddetti odontoiatri. Il calcolo effettuato dalla sezione speciale dell’Arma ha stimato attrezzature per un valore totale di cinque milioni e ottocentomila euro presenti nei vari studi dentistici posti sotto sequestro. Questa evidenza lascia supporre che i dilettanti dentisti avessero in cura un discreto numero di pazienti tale da poter ricavare dalla loro professione abusiva guadagni sufficienti a migliorare la dotazione degli studi.

Mai come nell’ambito della sanità privata la concorrenza risulta essenziale per la qualità del servizio erogato ed è palese che i palermitani denunciati dai Carabinieri, nonostante l’assenza di un valido titolo di studio, fossero in grado di adempiere al meglio ai doveri della professione di odontoiatra, altrimenti il mercato avrebbe dirottato i loro assistiti reduci di esperienze negative al capezzale di altri medici più competenti. La vicenda trattata è indicativa della presenza di un sistema corporativista tenuto in piedi dalla rete dei troppi ordini professionali ai quali la legge impone di aderire al fine di esercitare mestieri la cui formazione in passato non avveniva negli atenei.

Per estendere la questione ad altre realtà potremmo apportare l’esempio di illustri architetti autodidatti fregiati del Premio Pritzker come Tadao Ando, o di grandi giornalisti il cui nome non è iscritto nei registri del relativo ordine professionale. Il fine ultimo di tali istituzioni è quello di fare cartello e mantenere elevati i prezzi dei servizi erogati, poiché nel caso specifico preso ad esempio la liberalizzazione della concorrenza praticata da lavoratori privi di un certificato di idoneità comporterebbe lo sviluppo di una fetta di mercato dell’odontoiatria low cost che di conseguenza costringerebbe al ridimensionamento dei prezzi anche l’ambito dei dentisti titolati.

Dunque, l’unico vero reato di cui si macchiano i sedicenti odontoiatri è la falsificazione di titoli di studio di cui non sono realmente in possesso, poiché tali repliche illecite di fatto truffano i pazienti che decidono di serbare fiducia nel proprio medico alla vista di lauree e diplomi appesi alle pareti degli uffici. Alla luce di tali considerazioni sorge spontanea una questione: se al fine di esercitare la suddetta professione non fossero obbligatori iscrizione all’albo e conseguimento della laurea e al contempo si dispiegassero maggiori forze nel controllo dell’effettiva originalità dei titoli di studio appesi alle pareti degli uffici, i medici improvvisati avrebbero poi così tante chance di sopravvivere sul mercato?Siamo certi che la direzione da prendere affinché l’odontoiatria italiana, come molte altre realtà costrette dagli ordini professionali, continui a viaggiare su standard elevati sia quella della minore ingerenza statale.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

5 Responses to “Gli Ordini professionali sono una garanzia o solo una corporazione?”

  1. Fattoni Lina Lucia scrive:

    vero. i prezzi delle prestazioni sanitarie,compresa la “compartecipazione”al pagamento del tiket,sono alti per garantire ai politici affaristi il monopolio delle attività,le famose”consulenze”,quelle che noi semplici chiamiamo la “cresta sulla spesa”:più questa è consistente,maggiori saranno le truffe a danno degli utenti(moltissimi non pagano neppure il tiket perchè esenti)ma sopratutto dei contribuenti.Quindi con i soldi delle mie tasse,si fanno le truffe e le rapine.Ma se dovessi compiere una rapina in banca metterei in conto un’arresto o una sparatoria.I “consulenti d’oro”non solo non rischoano,ma fanno carriera con tanto di tabella ottonata sulla porta.Non credo che sulla porta di una cella carceraria si potrebbe apporre una tabella con sù scritto”beccata in possesso di ciò che le apparteneva”!

  2. Adriano Teso scrive:

    è difficile trovare una utilità di un ordine per il cittadino-consumatore. Nei progranmmi del PDL c’era l’abolizione degli ordini. Pare ne abbiano costituiti anche di nuovi, vere barriere alla concorrenza e al libero mercato.
    Perchè ci deve essere un ordine ad esempio dei geometri e non uno ad esempio dei produttori di vernici, con tariffe minime e limite di numero dei colleghi-concorrenti ?

  3. Daniele Venanzi scrive:

    Cari Lina e Adriano, grazie per il vostro consenso. L’esempio di Adriano dei produttori di vernici calza a pennello! Alla fine credo che gli ordini professionali siano solo la forma corporativista, e dunque più settaria, dei sindacati

  4. sergio HaDaR tezza scrive:

    Gli ordini non sono che uno de tanti rimasugli anacronistici del medioevo di cui è piena l’Italia. Sono parte del problema dell’assenza di uno stato veramente moderno ed efficace al posto di una piovra bizantina o alla “Non ci resta che piangere”.
    Non mi stupiscono quindi le simpatie bipartizan per l’ingresso nell’UE della Turchia islamica e islamista, visto che, da entrambi i lati del panorama politico italiano, si fa di tutto per impedire che l’Italia diventi una REPUBBLICA, più che una democrazia (due cose ben diversi per chiunque abbia studiato negli USA come me) e un paese VERAMENTE LIBERO, dove i valori della libertà siano quelli enunciato da Thoreau e Jefferson, non quelli statalisti e liberticidi di Robespierre e Cavour.
    Quando non la competenza ma i “pezzi di carta” e l’appartenenza a “ordini e corporazioni” sono i fattori determinanti (in quale altro paese uno non può essere proprietario di farmacia se non lo era un membro della sua famiglia?), un paese non può che essere fanalino di coda del mondo sviluppato.
    A me ci sono voluti 15 minuti d’orologio per avere dal Ministero dell’Educazione d’Israele l’equivalenza del mio titolo di studio conseguito a UCLA. In Italia, bisogna passare per il TRIBUNALE!!!!
    Medioevo, lungaggini burocratiche, procedure, tasse e balzelli: questo è quanto frena sia lo sviluppo sia la ripresa del Paese.
    Dopo trent’anni di lavoro come interprete simultaneo, in Italia non posso lavorare in questa professione perché ci vuole, non l’esperienza, ma il “pezzo di carta”, quello RICONOSCIUTO da un TRIBUNALE!!!

  5. Ugo Cacciatore scrive:

    Qui chi imbroglia è soltanto l’aristocrazia forense che combatte l’invasore rappresentato dal giovane professionista avvocato. Imbroglia addossando all’invasore la colpa della dequalificazione professionale, imbroglia nella professione respingendo le regole del mercato, ovvero, quelle della competitività e della concorrenza che costituiscono l’unico vitale e meritocratico sistema di selezione dei migliori. Tale sistema e’ temuto perché sconosciuto e mai applicato nella professione forense, fino ad oggi gestita in regime di monopolio nel più rigoroso rispetto delle regole corporative dagli stessi che incolpano i giovani della dequalificazione professionale, costringendoli alla formazione coattiva, che produce l’unico effetto di rafforzare economicamente le posizioni dominanti destinate a gestirne l’affare e che penalizza i giovani con inutili e vessatorie spendite di tempo e denaro.
    Tale sistema non è voluto perchè evidenzierebbe la capacita’ dei giovani e penalizzerebbe “i vecchi” costituendo l’unico vero ed utile incentivo alla formazione ed alla specializzazione dei professionisti.
    Tale sistema non è voluto perchè è incompatibile con una gestione corporativa della professione, garantirebbe maggiormente i diritti dei consumatori ed imporrebbe un ricambio generazionale equo e vitale.
    Garantendo una formazione selettiva unitamente alla libera iniziativa e alla libera concorrenza nella professione, attuando una vera liberalizzazione di tutto il settore sara’ possibile la sopravvivenza nel mercato soltanto dei professionisti capaci e dei servizi migliori. Il sistema verrebbe conseguentemente “svecchiato” producendo ovvie ripercussioni positive sull´economia nazionale. La logica fino ad ora perseguita ha prodotto molti professionisti incompetenti protetti dalle garanzie corporative, che galleggiano nel mercato senza avvertire la necessità di migliorarsi e promuoversi, che offrono ai consumatori un servizio pomposo, molto spesso scarso e costoso.
    Il sistema adottato fino ad ora garantisce esclusivamente la sopravvivenza di gruppi di potere, impedisce la concorrenza, contrasta con le regole della UE ed offende i diritti e le libertà fondamentali dell´uomo. Non alligna in altro Stato europeo e non è degno di sopravvivere nel nostro Paese. Ugo Cacciatore

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