Tornare avanti. Retro-avanzamento anti-liberista del PD contro-liberale

di SIMONA BONFANTE – C’è stato un momento in cui il PD è stato liberista. Se ne sono accorti in pochi, ma si sa: la distrazione di massa è la vera pandemia della nostra era.
L’importante tuttavia è che la notizia sia venuta alla luce. E, soprattutto, che il pericolo sia rientrato. Anche perché – diciamolo – la sola eventualità di un partito progressista che nell’era globale si lasci contaminare dal veleno liberale – peggio: liberista – beh, è francamente uno di quegli scenari digeribili solo da chi ha un pelo sullo stomaco spesso così!

A scongiurare l’apocalisse, la compagine dei Giovani (forti e vagamente dalemiani) Turchi, gli ormai popolarissimi esponenti della nouvelle vague social-laburista, cui si deve il j’accuse diffuso, appena pochi giorni orsono, con il titolo “Tornare avanti” (un rompicapo sul quale linguisti e politologi avranno di che elucubrare per un po’).

L’agile documento, con le sue 30milaepassa battute, riesce nella perigliosa e niente affatto scontata missione di:
a) smascherare il complotto ordito dall’establishment veltroniano per innescare nel partito il virus della modernità;
b) ricostruire le tappe della perdizione, esimendo con lampante chiarezza le prove del reato, praticamente la pistola fumante che schiaccia i rei liberal-maggioritari sotto il fardello della propria responsabilità;
c) offrire ai democratici il rosario dell’espiazione, per emendare il peccato, annichilire il rischio di ri-cadere in tentazione, riappacificarsi con la coscienza e rientrare sulla retta via, cioè il socialismo.

Il complotto. È stato pianificato – va da sé – due anni fa, al Lingotto, quando la demoniaca strategia veltroniana venne suggellata da un discorso che altro non era se non «un purissimo distillato di quel peculiare liberalismo antidemocratico che negli ultimi venti anni, in diverse forme, ha preso il sopravvento in tutto il mondo, ma in Italia più che altrove. Un’ideologia che nel nostro paese è capace di abbracciare tanto le eleganti dottrine liberiste dei maître à penser della Confindustria, o al limite dei loro discepoli più caritatevoli e più versati nell’arte di riuscir graditi ai salotti progressisti (…). »
Chiaro, no?

La perdizione. Si è consumata con quella malsana «idea di autosufficienza che ha guidato sia l’esperienza del secondo governo Prodi sia la prima fase del Pd».
«Una concezione – si precisa nel documento dei turchi – che nasce dalla suprema diffidenza verso un’idea della politica come attività sovraordinata.»
Invitiamo il lettore a prender nota della minaccia, imperante nel disegno veltroniano, della suggestione maggioritaria: il rifiuto della politica come ‘attività sovraordinata’ – lo capirebbe anche un bambino – espone la causa proletaria ad abominevoli conseguenze. Ecco, solo uno stolto o uno in malafede avrebbe mai potuto credere che dovesse essere la società tutta – e non solo il raggruppamento classista geneticamente codificato nella lungimirante tradizione della gauche – la constituency del partito del progressismo italiano. Solo uno in malafede, appunto. Solo uno come Veltroni che – diciamoci la verità – sta lì da sempre con il solo e precipuo obiettivo di fare le scarpe a D’Alema.

L’espiazione. «Per aprire davvero una stagione di riforme il Pd deve uscire dall’ipnosi indotta da questo circuito autoreferenziale. Se vuole recuperare una propria autonoma visione del paese e del mondo – è l’incoraggiante prospettiva degli estensori di Tornare avanti – [il Pd] deve individuare con chiarezza i propri riferimenti e i propri interlocutori sociali. A cominciare dalle nuove “classi subalterne” (…) escluse o penalizzate dagli attuali equilibri e potenzialmente sensibili a una proposta di cambiamento. Solo così il Pd potrà sottrarsi all’egemonia di quel “ceto medio riflessivo” che minaccia di ridurlo sempre più a una grande ong per la difesa dell’ambiente, dei diritti civili e della pace nel mondo. E dovrà farlo a partire da una solenne petizione di principio: prima della responsabilità verso le generazioni future, viene la responsabilità verso le generazioni presenti.»

La pregnanza del concetto di ‘generazioni presenti’ da contrapporre a quell’indistinto simbolico che sono appunto le ‘generazioni future’ merita di essere sottolineata tre volte, evidenziata in giallo, e possibilmente tatuata su una parte visibile – e non deperibile – del corpo democratico del nostro paese.
Ora, per evitare che quella pericolosa distonia simbolica che è il futuro faccia breccia nei cuori e nelle menti democratiche – ammoniscono i meravigliosi giovani turchi – è necessario per «i riformisti riorganizzarsi su basi sovranazionali per evitare le sciagure del passato.»

Giunge all’uopo Massimo D’Alema. Il D’Alema che, sul fronte ‘sovranazionale’, si muove già da tempo, nel ruolo di guida della Foundation of European Progressive Studies (FEPS), prestigioso organismo dedicato all’elaborazione della cultura politica dei progressisti mondiali.
Orbene, la questione di fondo del progressismo  – ci illumina il salvatore della purezza dottrinaria piddina – «è tutta in un interrogativo. Berlusconi certo non è finito, reagirà e avremo ancora delle fasi aspre: ma perché, di fronte alla evidente crisi della destra, il Pd non riesce a crescere? »
In tutta evidenza, quello posto da D’Alema è un problema non da poco: nonostante la defenestrazione del cancerogeno Veltroni, nonostante la radicale terapia del bersanismo applicato, com’è che il Pd non riesce ancora a tornare in salute? E sì che – sentenzia il teorico Massimo del progressismo contemporaneo – «con l’importante discorso di Torino», l’oncologo Bersani ha affrontato il male «nel modo giusto».

Un bel dilemma davvero. Un problema oltretutto che non investe solo i compagni italiani. In Francia, ad esempio, è tutto un dibattere tra i socialisti su come riallineare la gente alla bussola socialdemocratica (e non il contrario). Per un po’, ad onor del vero, anche les socialistes sono incappati nelle sirene liberal-maggioritarie dell’obamismo veltroniano, cedendo  addirittura al deviazionismo leaderistico sublimato da quella patologia democratica chiamata ‘primarie’. E, a dire il vero, non si è ancora compiuto nel Psf il pieno rinsavimento se è vero che c’è ancora chi – la Royal, Strauss-Kahn, tra gli altri – si ostina a propugnare la ‘contendibilità’ del partito, ponendosi in sprezzante atteggiamento competitivo con la segretaria nazionale, Martine Aubry, l’intransigente custode del conservatorismo gauchiste consacrata neanche due anni orsono dal sacro conclave congressuale. Ma vedrete, anche i francesi, presto o tardi, si dalemizzeranno. Vedrete, la chiamata alle armi dei Giovani turchi si sovranazionalizzerà presto. Insomma lo capiranno prima o poi i compagni du monde entier che il nemico da abbattere, accidenti, è il liberismo!

P.s. Questo articolo non è una difesa del veltronismo. Può apparirlo ma non lo è. Il fatto è che, francamente, non avremmo mai creduto di poter arrivare anche solo a sospettare che sul Pd, per come lo abbiamo seguito in questi anni, fosse mai alitato anche un pur larvato esprit liberale. L’arrivo dei turchi tuttavia ha drasticamente incrinato le nostre certezze. Veltroni che lancia il suo movimento riformatore è lo stesso che esalta la retorica del posto fisso. E questo scoraggerebbe chiunque, anche il più benintenzionato, a vederci un barlume di liberalità. Ma siamo realisti: per la salubrità del nostro sistema politico occorre una forza antagonista capace di contendere al centro-destra l’elettorato in astinenza di innovazione. Su quell’elettorato il progetto conservatore di Bersani ed accoliti non può esercitare il minimo appeal. Un Veltroni meno timido ed ambiguo di quanto non sia stato in passato, più determinato sulle riforme e meno abbagliato dalle formulette retoriche, invece forse sì.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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