Rom 1/ Si possono espellere, ma la forma è sostanza

– Seppur possibile in teoria, chiedere ad un cittadino europeo di lasciare un paese dell’Unione non è legale se l’invito viene esteso a tutti coloro che appartengono alla suo stesso gruppo etnico. E’ questo l’aspetto delle politiche francesi che ha suscitato le maggiori perplessità della Commissione europea che, una volta emersa l’esistenza di una imbarazzante circolare ai prefetti del 5 agosto scorso sullo smantellamento dei campi illegali in cui i rom vengono citati ben nove volte e sono definiti una “priorità”, non ha più potuto mantenere la linea piuttosto morbida e comprensiva seguita fino ad allora nei confronti di Parigi.

Tanto più che le critiche nei confronti delle politiche francesi si erano andate moltiplicando nelle ultime settimane e lo stesso Parlamento europeo aveva votato una dura risoluzione il 9 settembre scorso a Strasburgo. Così il 14 settembre la commissaria per la Giustizia Viviane Reding, furente e rossovestita, ha dichiarato di aver appreso via internet e con grande ritardo l’esistenza del documento e ha definito “una vergogna” che ben due membri del governo – Eric Besson per l’Immigrazione e Pierre Lellouche per gli Affari europei – il 31 agosto scorso abbiano garantito alla Reding e alla sua collega per gli Affari interni, Cecilia Malmstroem, che le politiche di Parigi non avevano nessun carattere discriminatorio. Una circolare che ha messo tutti in difficoltà e che il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha liquidato come l’errore di un funzionario maldestro, anche se firmata dal capo di Gabinetto del ministero degli Interni, sottolineando di averla annullata e sostituita subito con una, più accorta, del ministro stesso, Brice Hortefeux. Un errore diplomatico che ha costretto Bruxelles ad andare a verificare puntigliosamente il rispetto, da parte della Francia, della direttiva del 2004 sulla libera circolazione delle persone nell’Unione europea.

La direttiva sulla libera circolazione del 2004

L’articolo 21 del Trattato dell’Unione europea dichiara che ogni cittadino dell’Ue ha il diritto di muoversi e di risiedere liberamente all’interno del territorio Ue, ma non si tratta di un diritto privo di condizioni, come spiega la direttiva

Per un soggiorno di durata inferiore ai tre mesi, l’unica condizione è quella di avere un documento d’identità valido, mentre chi resta più a lungo deve essere economicamente attivo o avere risorse sufficienti per non diventare un peso per il sistema di assistenza sociale e avere una copertura sanitaria sufficiente (articolo 7). In questo caso è possibile un rimpatrio. Ma dopo un periodo superiore ai cinque anni, i cittadini europei diventano residenti a tutti gli effetti e non devono più rispettare alcuna condizione. A questo punto il diritto di libera circolazione e di residenza può essere limitato per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza o di salute pubblica, ma, spiega la direttiva, quando si decide di rimuovere un cittadino europeo, gli Stati membri devono essere prima sicuri che la decisione sia proporzionata alla minaccia che questi cittadini rappresentano per l’ordine e per i fondi pubblici. In questo Bruxelles chiede a Parigi e a tutte le altre capitali di non agire “alla leggera” e di garantire che la decisione finale sia “equa”. In particolare l’articolo 27 prevede che “una decisione sulla base di politiche pubbliche o di pubblica sicurezza deve essere basata unicamente sulla condotta personale dell’individuo in questione”. Quest’ultima deve “rappresentare una minaccia autentica, attuale e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della società”. E nel prendere una decisione, lo Stato membro deve tenere conto dell’età dell’individuo, del suo tempo di permanenza nel paese, del suo stato di salute, della situazione economica e familiare, della sua integrazione nel paese d’accoglienza e dei suoi legami con quello di provenienza. Nel caso ci fossero le ragioni per procedere, la decisione va notificata per iscritto, specificando, in base all’articolo 30, tutte le ragioni e lasciando un mese di tempo alla persona, tranne nei casi gravi e urgenti. L’articolo 31 prevede la possibilità di fare ricorso contro la decisione e in questo caso il cittadino in questione può aspettare la sentenza nel paese stesso.

Il discorso della Reding

Nel suo discorso del 14 settembre la Reding ha dichiarato che “la discriminazione sulla base dell’origine etnica o di razza non ha spazio in Europa. E’ incompatibile con i valori sui quali l’Unione europea è fondata. Le autorità nazionali che discriminano gruppi etnici nell’applicazione della legge europea stanno anche violando la Carta dei diritti fondamentali che tutti gli Stati membri, Francia compresa, hanno sottoscritto”. In particolare, l’articolo 19 stabilisce che “le espulsioni collettive sono vietate” e l’art. 21 ricorda che “è vietata qualunque discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale”. La commissaria lussemburghese si è detta “personalmente convinta che la Commissione non avrà altra scelta se non avviare una procedura d’infrazione contro la Francia” per l’applicazione discriminatoria della Direttiva sulla libera circolazione, ossia per averla applicata collettivamente e, ancor più grave, nei confronti di un gruppo etnico. Una serie di altre procedure verranno avviate, nelle intenzioni della Reding, “per la mancata trasposizione delle garanzie procedurali e sostanziali sulla base della Direttiva”, ossia, in soldoni, per la maniera sbrigativa con cui Sarkozy e il suo governo stanno procedendo.

Quello che l’Ue farà

Lo scontro al Consiglio europeo di giovedì era inevitabile. Da una parte il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, non ha potuto non prendere le difese della sua commissaria e vicepresidente, mostrando un nerbo inedito nei suoi quasi sei anni alla guida dell’esecutivo comunitario. Dall’altra Parigi ha avuto gioco facile nell’attaccare la frase più controversa della Reding, quella in cui stabiliva un paragone con quanto avvenuto in Europa nella Seconda guerra mondiale. E nel dichiarare che la questione dei rom – su cui già l’Italia si scontrò con la Ue tre anni fa – ha avuto fino ad ora ben poche risposte da parte di Bruxelles. Tanto che il Consiglio si è concluso con la richiesta di mettere a punto una strategia specifica per questa comunità errante e tristemente protagonista di frequenti episodi di illegalità. Lo chiedono a gran voce Sarkozy, il premier Silvio Berlusconi e anche il presidente romeno Traian Basescu, il cui paese ospita la più grande comunità rom dell’Europa. Ma sul destino delle procedure d’infrazione nei confronti della Francia, che Reding vorrebbe aprire con un ‘fast track’, ossia una corsia preferenziale e più rapida, non c’è da scommettere. Più probabile che il caso si spenga lentamente, lasciando agli osservatori meno attenti l’immagine edificante di un Sarkozy determinato a difendere il suo paese e di un Barroso fedele e inflessibile guardiano dei Trattati.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

4 Responses to “Rom 1/ Si possono espellere, ma la forma è sostanza”

  1. Lorenzo Pastori scrive:

    Dei tre articoli sulla questione che Libertiamo ha pubblicato questo spiega analiticamente perché la Commissione ha giuridicamente ragione ma finisce per avere politicamente torto, perché il pregiudizio anti-Rom assolve qualunque peccato.
    Cosa sarebbe successo se le circolari francesi anzichè individuare un target Rom avesse individuato un “target” africano, o islamico o italiano?

  2. filipporiccio scrive:

    Sento aria di “dogane interne” in stile URSS. La realtà è che il posto di chi delinque non è “a casa sua” ma “in galera”.

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  1. […] letto l’articolo di Libertiamo e consiglio a tutti di leggerlo per capire meglio cosa è […]