– Nel giorno in cui la riforma della previdenza francese ha superato il primo ostico passaggio parlamentare, Nicolas Sarkozy ha occupato la scena e i media con la sua polemica verbale con il presidente della Commissione UE, José Manuel Barroso, per la procedura d’infrazione paventata dalla commissaria Viviane Reding sulla vicenda dei Rom. Tempismo perfetto e strategia efficace per un leader che, con un argomento che parla alla pancia dei francesi, cerca di dare nuovo smalto alla sua offuscata immagine politica.

Insomma, non si può prescindere dalla tattica politica nell’analizzare le prese di posizione del presidente transalpino. Cosí come non si puó che trovare pericoloso che la destra europea sia spesso tentata da atteggiamenti sbrigativi, benché popolari, in materia di immigrazione e integrazione.

Eppure, proprio non ci va di unirci al coro di quanti si strappano vesti e capelli, dichiarandosi inorriditi per le scelte del governo francese sulla vicenda dei Rom.
Anzitutto, c’é il merito dei provvedimenti, molto meno eclatante di quanto la Reding abbia fatto credere.

La circolare incriminata é un documento governativo del 5 agosto firmato dal direttore del gabinetto del Ministro dell’Interno Brice Hortefeux con il quale si chiede ai prefetti di intraprendere un’attività di sgombero di almeno trecento campi illegali, con priorità per quelli Rom, nei successivi tre mesi. Tutto naturalmente con misure che si attengano a stretti criteri di legalità. La circolare del 5 agosto è stata sostituita da una successiva circolare del 13 settembre in cui viene meno l’espressione “con priorità per gli insediamenti rom”. Sapete bene che questo cambia poco.

Certo, i cultori del formalismo saranno soddisfatti per le forme rispettate e, senza dubbio, la circolare del 5 agosto conteneva una discriminazione in quanto indicava testualmente una priorità legata ad una etnia. Per questo è ora all’attenzione della Haute Autoritè de Lutte contre les Discriminationes et pour l’Egalitè, ed è giusto che la giustizia faccia il suo corso

Ma non c’è bisogno di esser tanto smaliziati per capire che le direttive ministeriali non passano solo per le circolari, ma le priorità, quando si tratta di implementazione di direttive politiche, seguono vie anche non formali ed ogni prefetto sceglie come agire anche in base al contesto in cui si trova ad operare. La stessa circolare del 13 settembre, letta con il senno di poi,  parla chiaro: “l’azione intrapresa deve proseguire”.

In realtà, dietro questa guerra delle circolari c’è una frattura sempre più profonda fra l’ideologia della forma (che comunque andrebbe rispettata) e la sostanza delle opinioni pubbliche europee, sempre più distanti dai palazzi di Bruxelles.
Riproduzione perfetta in miniatura della cronica crisi di legittimazione di cui soffrono le istituzioni comunitarie, che hanno fatto di tutto, anche nella recente vicenda del Trattato di Lisbona, per estraniarsi da una qualsiasi procedura democratica che avrebbe contribuito ad aumentarne la legittimazione.

Per questo il principio di non discriminazione non può diventare un feticcio, il semaforo della democrazia non può esser acceso ad intermittenza, fino a scatenare un corto-circuito che ci spinge a negare la realtà: ci sono moltissimi Rom onesti e ben disposti alla convivenza in una società moderna e plurale, ma ce ne sono molti che vivono sistematicamente e deliberatamente al di fuori delle regole sociali, non rispettano la proprietà altrui, sfruttano il lavoro minorile e violano l’obbligo scolastico per i minorenni. Per non dire della ‘precocità’ di certi matrimoni e gravidanze. E allora, se siamo sufficientemente accorti da non cadere nella tentazione intellettuale di un relativismo assoluto, e accettiamo il divieto del burqa come deterrente ad una certa subcultura ritenuta intollerante e incompatibili con i principi del nostro Occidente, perché non ammettiamo che anche nel caso di determinanti comportamenti dei Rom vi é una incompatibilità cui si può e forse si deve rispondere anche (ma non solo) con politiche di deterrenza e contrasto?
    
I rimpatri non sono certo stati quella deportazione da seconda guerra mondiale evocata dalla Reding con annessa regolare smentita postuma (lo ha ammesso anche il verde Cohn-Benedit).  Il pensiero dominante del politically correct, il rifiuto ideologico di ogni differenza ed il senso di colpa da continente un tempo colonizzatore e più recentemente nazista, costituiscono una trappola pericolosa per chi ha la sfortuna (o il coraggio) di incapparvi. E così, si vorrebbe far finta che quei bambini che vediamo nelle nostre strade a chiedere qualche spicciolo (per poi portarlo all’adulto che li ‘accompagna’) non siano lí anche o soprattutto perché Rom: li si vorrebbe singoli ladruncoli che – per puro caso – si trovano anche ad essere Rom.