di PASQUALE ANNICCHINO – Quando i Lundquists decisero di  trasferirsi ad Ingaro, a 30 minuti da Stoccolma, avevano davanti un immediato problema da risolvere: trovare una scuola per i loro figli. Le scuole pubbliche non riuscivano a soddisfare le loro esigenze, quelle private erano distanti e nemmeno tanto economiche. Che fare? Invece di lamentarsi i Lundquist, coordinandosi con altri genitori del posto, decisero di mettere su la loro scuola ed ottennero il riconoscimento da parte dello Stato. Così oggi, dopo dodici anni,  dagli 80 alunni iniziali la scuola ne conta oltre 420.

Tutto possibile grazie alla scelta del governo svedese che, dal 1992, ha adottato una radicale policy di school choice secondo la quale gruppi di genitori, associazioni, confessioni religiose, fondazioni, possono creare scuole che, se rispettose di alcuni standard minimi, potranno poi essere riconosciute e finanziate dallo Stato. Secondo questo modello, il denaro proveniente dalla tassazione generale segue lo studente. La domanda è generata dal basso e se le scuole riescono ad attrarre  nuovi iscritti, al loro aumentare, cresceranno i finanziamenti.

I numeri parlano chiaro: in pochi anni si è arrivati a quasi il 10% delle scuole primarie gestite secondo questo modello ed a quasi il 15% delle secondarie. Il successo della policy svedese è illustrato anche dal fatto che tutti i partiti, ad eccezione degli ex comunisti, sono favorevoli a questo sistema. L’idea, già ampiamente teorizzata da Milton Friedman negli anni ’50, è stata quindi paradossalmente riproposta in uno dei paesi considerati come più “socialisti” al mondo.

Ora è l’Inghilterra che per ragioni ideologiche, ma anche per ragioni di necessità vista la cronica insufficienza di posti disponibili nelle scuole pubbliche, prova a rilanciare la libertà di scelta in materia di educazione. A differenza di quelle svedesi, le costituende Free schools inglesi non potranno però essere gestite al fine di trarne profitto. Potranno invece decidere con grande libertà su aspetti economici (stipendi dei collaboratori e dei professori) e pedagogici (curriculum).

Il processo che porta ad aprire una “Free school” è fatto di 4 passaggi: I) una fase di preparazione II) una fase di proposta e valutazione preventiva da parte del Department of Education III) una vera e propria fase nella quale è richiesta la presentazione di un business plan dell’iniziativa IV) una fase finale che porta all’apertura della nuova scuola.

 

Nel modello inglese la discrezionalità del Department of Education è ancora forte, così non deve sorprendere se alla prima tornata di approvazione siano state solo 16 le scuole che hanno ricevuto il via dai collaboratori di Gove. Una buona parte di queste prime Free schools è costituita da scuole create da gruppi religiosi.

L’iniziativa di Gove ha suscitato interesse nell’opinione pubblica e naturalmente non sono mancate le polemiche. I Laburisti lamentano la crisi della tradizionale scuola pubblica, gli atei il finanziamento indiretto alle scuole religiose, ma Gove tira dritto. Il governo di coalizione vede nell’iniziativa uno dei pilastri fondamentali della devoluzione delle competenze dal governo centrale ai gruppi sociali. L’obiettivo è rompere il monopolio e la burocratizzazione per favorire il pluralismo educativo e la concorrenza fra i modelli. L’esperimento inglese prova quindi a fare virtù di una impellente necessità di riforma del sistema educativo.

Si può non esser d’accordo con la soluzione proposta, si possono sottolineare e ponderare costi e benefici. Ma è sempre meglio litigare su una visione, sui modelli di scuola e di società, che assistere alla bancarotta economica e morale che il caravanserraglio della scuola pubblica italiana ci propina in questi ultimi giorni d’estate. Come se non bastasse, pretendendo di risolvere tutto con un regolamento per la pianificazione. Ci vorrebbe Einaudi: “Libera scuola, in libero Stato”, la pomposa retorica da libro Cuore ha stufato.