Due modi per essere contro il burqa e due modi per far finta di niente

– In Italia esistono due distinte e per certi versi opposte posizioni contro il burqa. Ma due – ed altrettanto diverse, per ragioni di principio e di fatto –  sono anche le posizioni che avversano soluzioni di tipo “francese”.

Contro il burqa – e per leggi di tipo  sostanzialmente proibizionista – sono sia i politici che identificano l’Islam con il burqa, sia quelli che, correttamente, distinguono il primo dal secondo e non confondono la lotta contro la segregazione femminile con l’oltraggio alla fede religiosa.

La Santanchè vuole vietare il burqa per la stessa ragione per cui vuole chiudere le moschee. In nome di un fanatismo culturalista che la demografia, prima del buon senso, dimostra penosamente vano. Non è possibile fermare l’Islam senza fermare gli islamici e senza istituire, in una forma che se pure è surrettizia non è meno esplosiva, una libertà religiosa di serie A – per “noi” – ed una di serie B – per “loro”.

Questi nemici del burqa sono in realtà interessati a consegnare la rappresentanza dell’Islam europeo a chi ne predica la radicale incompatibilità antropologica con lo stato liberale, non a quanti coraggiosamente lavorano alla sua conciliazione con le regole della modernità occidentale. Vogliono – gli anti-burqa “alla Santanchè” – argomenti per la guerra, non occasioni per la pace. Vogliono farsi più forti, ma facendo più forte il nemico.

Tuttavia l’opposizione al burqa non nasconde solo una malcelata o dichiarata ostilità verso Islam. Esprime anche – ed è la posizione in cui ci riconosciamo – una reazione all’erosione, sub specie religionis, dei principi di uguaglianza e libertà civile.  Come hanno ieri spiegato con ammirevole chiarezza, in una dichiarazione congiunta,  il laico cristiano Benedetto Della Vedova e la laica musulmana Souad Sbai

non bisogna riconoscere alcun valore religioso ad uno strumento di mutilazione della dignità civile delle donne. A rendere legittima questa forma di “riduzione” o “autoriduzione” in schiavitù non può essere certo il fatto che le donne – per fortuna poche, nel nostro paese – siano persuase dalla violenza o dalla minaccia ad aderire “volontariamente” a questo costume inaccettabile…Nello spazio pubblico hanno cittadinanza legittima i simboli della devozione islamica, non quelli della segregazione femminile.

Questa dichiarazione, che ha aperto la strada a quella, inequivoca, rilasciata poche ore dopo dal Presidente della Camera, esprime una posizione intransigente, ma radicalmente liberale. Sarà raccolta dalla maggioranza?

Dichiaratamente ostili a forme di divieto diretto e indiretto del burqa e del niqab sono invece tanto la destra “realista”, quanto la sinistra “idealista”. Secondo la prima, a cui ha sempre dato voce il ministro Frattini (uomo di assoluto agnosticismo politico e paludato aplomb diplomatico) e ieri hanno dato eco le parole dell’ex vice-ministro Boniver, il divieto del burqa è una sfida politica troppo impegnativa, che esporrebbe il nostro paese a proteste e ritorsioni pericolose.

La seconda, spiegata con grande onestà, ad esempio, da Salvatore Vassallo, ritiene che l’utilizzo del burqa e niqab, sebbene rimandi a consuetudini di non esclusiva origine coranica, imponga allo Stato “di ‘arretrare’ rispetto all’autonomia dell’individuo nel definire le proprie pratiche religiose ed i propri culti” e di riconoscere come, anche al di fuori della cultura islamica, siano diffuse forme di auto-segregazione e di mortificazione corporea culturalmente accettate.

E’ un argomento forte,  quest’ultimo,  che però non riconosce come storicamente il burqa e il niqab non esprimano una forma di peculiare devozione femminile, ma di caratteristico potere maschile. L’invisibilità è resa non a Dio, ma al padre, al marito, all’onore della famiglia…Non esprime una libera vocazione, ma una obbligata subordinazione femminile.

A questo punto, sarebbe interessante che la discussione si aprisse davvero, evitando l’escamotage, che propone la Lega (e non solo la Lega), di aggirare il problema proibendo il burqa come le maschere del carnevale durante la quaresima. Si tratterebbe di uso furbo delle norme sulla riconoscibilità dei cittadini previste dalle leggi di pubblica sicurezza, che non porterebbe da nessuna parte e sarebbe semplice impugnare e ribaltare con ricorsi giudiziari.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

19 Responses to “Due modi per essere contro il burqa e due modi per far finta di niente”

  1. Marco del Ciello scrive:

    Mi ritrovo molto bene nella posizione di Vassallo, con un punto in più. E’ vero che storicamente il burqa (e il niqab) è stato associato a una condizione di subordinazione della donna simile alla schiavitù, ma non possiamo escludere a priori che chi sceglie liberamente di indossare questo indumento non gli attribuisca significati diversi, come ad esempio un richiamo alla propria religione o alle tradizioni del proprio paese di origine.

    Nei paesi dove il velo islamico, qualsiasi tipo di velo, è obbligatorio per legge, questo obbligo è sempre associato a una legislazione gravemente lesiva dei diritti fondamentali delle donne. Eppure in Italia ho conosciuto diverse ragazze, immigrate di seconda generazione, che portano il velo come un semplice simbolo della loro fede.

    Il burqa, naturalmente, è una cosa un po’ diversa, ma non possiamo escludere che per alcune donne valga lo stesso discorso. Occorre una certa prudenza quando ci muoviamo sul terreno dell’abbigliamento femminile, per non rischiare di limitare senza validi motivi la libertà individuale. Credo sia meglio puntare sull’istruzione e sull’integrazione, senza però misure coercitive.

  2. Marco Faraci scrive:

    Aggiungo una terza posizione “per fare finta di nulla” che non è quella che tu chiami di “sinistra idealista”, che detta così per lo meno avrebbe un’imponta basata sul diritto individuale alla scelta. E’ la posizione della sinistra “multiculturale” e “antimperialista”, per la quale noi non abbiamo niente da insegnare alle altre culture ed anzi in fondo opprimiamo anche noi le donne tanto quanto i musulmani riducendole ad oggetti sessuali (insomma Miss Italia come il burqa). E per la quale strategicamente c’è solo da guadagnare dalla presenza di sfide “forti” ai valori ed alla sensibilità borghesi.

  3. Carmelo Palma scrive:

    Hai ragione Marco, in teoria c’è anche questa posizione, dal punto di vista culturale. Ma non ha obiettivamente (e fortunatamente) rappresentanza in ambito parlamentare.

  4. giuliana michelini scrive:

    sono d’accordo con Marco del ciello, su questi temi bisogna muoversi con molta attenzione e rispetto per le idee degli altri,in questo caso delle altre: anch’io,che tra l’altro mi sono occupata intensamente di laicità,ho incontrato ragazze di paesi islamici,istruite e di una classe sociale elevata,non sposate che rivendicano il loro diritto a portare il velo come loro libera scelta culturale e di individualità. credo che si debba intervenire tutte le volte in cui ci si trova davanti ad una imposizione,che peraltro non è l’unico elemento di violenza morale del maschio sulla donna… Certo che anche noi abbiamo molto da lavorare sul maschilismo e sulla violenza contro le donne…

  5. iulbrinner scrive:

    “E’ un argomento forte, quest’ultimo, che però non riconosce come storicamente il burqa e il niqab non esprimano una forma di peculiare devozione femminile, ma di caratteristico potere maschile. L’invisibilità è resa non a Dio, ma al padre, al marito, all’onore della famiglia…Non esprime una libera vocazione, ma una obbligata subordinazione femminile.”

    Questa è un’interpretazione che si regge su sé stessa e che nasconde la pretesa di sapere – in assoluto e per interposta persona – quali siano le reali intenzioni e le reali motivazioni altrui.
    Per dirla in soldoni, è un processo alle intenzioni con una sentenza preordinata e preconfezionata a corredo.
    La libertà di culto e le sue varie declinazioni non possono e non devono essere oggetto di interpretazioni pregiudiziali e precostituite a tavolino; quelle, a me sembra, si chiamano ‘ideologia’.

  6. Simone82 scrive:

    Secondo BDV e la Sbai dunque bisognerebbe impedire alla Binetti di indossare il cilicio, per il semplice fatto che “mutila la dignità civile delle donne”. E poco importa se la Binetti pensa esattamente il contrario e liberamente decide di indossarlo quando più le pare opportuno e dove le pare e piace. Bel modo di definirsi “liberali”…
    Bisogna colpire gli sfruttatori e difendere gli sfruttati, non l’oggetto attraverso il quale avverrebbe questo sfruttamento in quanto tale.

    Il burqa è già vietato in Italia da una legge che impedisce di girare a volto coperto nei luoghi pubblici italiani. Ogni legge che lo voglia specificatamente evitare sulla scia della legge francese è una legge ideologica, come è stato sottolineato. E non è un caso che ad approvarla e sostenerla sono i giacobini, gli illuministi, gli altrimenti atei, i fondamentalisti, mentre magari a difendere le libere scelte delle donne (cattoliche, musulmane, protestanti, induiste o quel che vi pare) sono i religiosi veri, quelli che credono in Dio per scelta di vita e non per convenienza.

  7. condivido l’articolo al 90%, l’altro 10% di condivisione me lo ha anticipato il commento di Marco Del Ciello e aggiungo che se una società si definisce, o tenderebbe a definirsi, liberale dovrebbe valutare anche la posizione ricordata da Marco.

  8. Carmelo Palma scrive:

    Simone 82:

    1. Non penso si possa equiparare il burqa al cilicio e l’auto-segregazione femminile alla clausura monacale, come forme estreme, ma libere di devozione. Il burqa è uno strumento maschile, e non femminile, e non ordina la vita religiosa, ma il funzionamento della vita sociale e i rapporti di potere tra i sessi.

    2. La legge 152/75 consente di invocare un “giustificato motivo” (il casco, un velo a nascondere una deformità o a prevenire o curare una patologia, la maschera di Carnevale…) come eccezione al principio della riconoscibilità. E sul giustificato motivo si sono già aperti e si apriranno contenziosi infiniti. Il Consiglio di Stato ha già stoppato un’ordinanza interpretativa di un comune proprio sul burqa, dando ragione a chi sosteneva che una tradizione religiosa e culturale fosse un motivo sufficiente per invocare l’eccezione: http://www.stranieriinitalia.it/attualita-consiglio_di_stato_impossibile_vietare_velo_e_burqa_4783.html

  9. Simone82 scrive:

    Ma la libera volontà di adottarlo DEVE essere tutelata da una società che vuole definirsi liberale e democratica. Non stiamo parlando di mutilarsi parti del corpo, stiamo parlando di coprirsi il volto. Volete insegnare la dignità alle donne musulmane? Ma se le donne occidentali la loro dignità se la sono venduta da illo tempore, oramai degenerate in sessuomane, alcolizzate, sempre più volgari e maschili: e se le donne musulmane non accettassero questo modo di vivere, chi ha il diritto di insegnare loro la “dignità”? Si vuole imporre alle donne musulmane la visione occidentale del loro mondo: perché dovrebbero accettarla, e se non l’accettano gliela imponiamo? Ogni società si regola la sua vita sociale e gli immigrati devono adattarsi, non v’è dubbio, ma quando non v’è in gioco la vita altrui cosa c’entra vietare il burqa? Per altro, anche nel mondo musulmano più moderato (o almeno non fondamentalista) v’è discussione sulla qualità ed il significato del burqa, che molti intellettuali del Corano ritengono non in linea con i principi della loro religione: ma questo è un altro discorso.

    Certo che è un motivo sufficiente: ovviamente non è sufficiente per commettere atti criminali e comunque non impedisce alla polizia di verificare l’identità di chi porta il burqa (almeno in Italia la resistenza a pubblico ufficiale è reato) ed eventualmente verificare la sua volontà espressa di indossarlo. Se uno vuole fare qualcosa legato alla sicurezza modifica la legge cassando il “giustificato motivo” e vale per tutti; una legge ad hoc, ad religionem (con una espressione che piace molto a tanti, troppi), è ideologica, perché parte dal principio che loro siano arretrati mentre noi, esportatori di democrazia e dignità, dobbiamo essere i maestri della civiltà futura. Quale civiltà vogliamo esportare? Sarebbe questo il modo di renderci inclusivi e multietnici?
    È un po’ come, mi si passi il paragone un po’ blando, impedire ai Cinesi in Italia di indossare qualsiasi cosa di colore rosso o peggio di votare i comunisti, perché così ricorderebbero il regime comunista-maoista che viola e calpesta i diritti umani e di conseguenza la dignità dell’uomo nella sua essenza.

  10. iulbrinner scrive:

    “Il burqa è uno strumento maschile, e non femminile, e non ordina la vita religiosa, ma il funzionamento della vita sociale e i rapporti di potere tra i sessi.”

    Chi lo dice questo?
    Dove sta scritto?
    Chi l’ha accertato?
    Come si fa – in un sito che si definisce “liberale” – a spacciare le proprie interpretazioni della realtà come “il vero e il giusto”?

  11. eravamo rimasti d’accordo che occorresse eliminare migliaia di leggi; che le leggi italiane spesso risultano di difficile applicazione perchè troppo voluminose, numerose e scollegate tra loro; che per questa ragione è stato istituito un ministero con il ministro Calderoli, chiamato appunto, ministro per la semplificazione; che se ci lasciamo prendere la mano dai sentimenti religiosi va a finire che ci tormenteremo l’esistenza. orbene, e con ciò premesso io domando: perchè non applicare la legge del 1952 che vieta la circolazione in luoghi pubblici di persone col viso coperto per motivi di sicurezza? burqa o non burqa?
    mn
    ^^^
    annotazione due: l’intervista di benedetto della vedova di ieri sera (almeno da noi-Nuraghi- è arrivata ieri, ma forse era dell’altro ieri) fa la differenza in positivo rispetto alle mitragliate travagliste di granata (l’avete visto a ballarò? che spettacolo!)e alla minacce separatiste (che aspetti bocchino?) dei bocchiniani. della vedova ha mostrato molta ponterazione nel soppesare le sue parole e molta prudenza nel far capire che i finiani (come lui, come della vedova) non voglio ed anzi si adopereranno per evitare rotture definitive nel pdl. a quando, caro benedetto della vedova iniziare a prendere le distanze dai citati granata e bocchino che lavorano oramai h/24 anche per la loro autodisintegrazione politica?
    mn

  12. Carmelo Palma scrive:

    @iulbrinner: non c’è una prova “scientifica” di una verità sociale, come tutti noi popperiani della domenica abbiamo imparato all’asilo. Però esistono spiegazioni razionalmente più persuasive di altre. E’ abbastanza accertato, storicamente, che il burqa (per non dire della infibulazione “volontaria”) non sono prodotti della libertà femminile, ma del potere maschile. Li hanno imposti insomma gli uomini, non inventati le donne. Così pare, ma non è dimostrabile come una legge fisica, in effetti.

  13. Carmelo, nella società occidentale la donna ha conquistato la sua indipendenza duramente lottando, non raramente morendo. Nella società orientale tutto ciò non è avvenuto, ancora. Ci si chieda perchè e forse si capirà che le verità assolute non esistono, soprattutto in ambito sociale perchè ciò che per noi è esecrabile per una’altra società può non esserlo. Idem per le spiegazioni più persuasive di altre poichè il concetto è viziato in partenza: la razionalità, di chi ?, o se si preferisce, in quali contesti culturali ?

  14. filipporiccio scrive:

    Devo dire che in questo caso il “giustificato motivo” non esiste. La “maschera di carnevale” vale solo per qualche giorno all’anno, e in contesti inequivocabili: a carnevale posso girare mascherato in piazza San Marco a Venezia, ma non in un aeroporto; e se un poliziotto ci chiede di togliere la maschera lo facciamo senza discutere. Tutti gli altri motivi sono dovuti alla *necessità*. Il casco si usa quando si è su una moto, ma quando si scende, lo si deve togliere. Nascondere il proprio volto non è un atto di aggressione diretta, ma è comunque un atto di minaccia, e quindi non è accettabile in un contesto pubblico generico. Per il resto, mi sembra difficile distinguere il burqa dal cilicio, quando indossati volontariamente; per evitare spiacevoli leggi “ad hoc”, bisognerebbe piuttosto trovare il modo di accertare l’effettiva “volontarietà” o meno di certe scelte.

  15. filipporiccio scrive:

    @Alessandro Cascone, solo per puntualizzare una cosa: è vero che la parità dei sessi è massima in occidente, ma mi sembra che oggi la limitazione “ex lege” dei diritti delle donne sia rimasta una caratteristica quasi esclusiva delle teocrazie islamiche – o sbaglio? Più che una distinzione tra “occidente” e “oriente”, si tratterebbe di una distinzione tra “resto del mondo” e “Islam integralista”…

  16. Carmelo Palma scrive:

    Alessandro, sono d’accordo: è la lotta politica a fondare l’ordine politico e non viceversa, anche sulla questione femminile. Le donne islamiche potranno solo essere aiutate a liberarsi, non potranno essere liberate dall’esterno. Ma l’incentivo, la possibilità deve essere posta.
    In termini più teorici per me – che non sono un giusnaturalista – l’uguaglianza di genere è una posizione culturale “assoluta”, come l’uguaglianza giuridica dei cittadini, ma non è affatto “naturale”. Lo so che la mia è una “razionalità di parte”, ma è universalista, a differenza di altre razionalità parziali che sono discriminatorie.

  17. La differenza tra sistemi giuridici, giusnaturalistici o positivismo (che io condivido), ha senso in una società occidentale che seppur spesso influenzata durante la sua storia da eccessi irrazionali (leggi fedi religiose) è stata pur sempre caratterizzata anche in questi casi da una varietà di forme spesso in forte antitesi. Basta pensare ad esempio a quello che Lutero e Calvino hanno determinato in Occidente nell’ambito della Chiesa Romana.
    Al di la del Bosforo questi scismi non si sono verificati per le culture orientali che sono sempre rimaste fedeli alla linea religiosa (e non solo), improntate al confucianesimo (Cina e sud est-asiatico) o all’Islam (paesi arabi) o all’induismo (India).
    Questo è, a mio modesto avviso, la chiave di lettura che bisognerebbe applicare alle questioni sul burqa per capirne tutte le motivazioni, e non le ragioni, perchè mentre le seconde sono sempre relative le prime no e consentono di capire se non tollerare quello che la ragione non farebbe.

  18. iulbrinner scrive:

    “non c’è una prova “scientifica” di una verità sociale, come tutti noi popperiani della domenica abbiamo imparato all’asilo. Però esistono spiegazioni razionalmente più persuasive di altre. E’ abbastanza accertato, storicamente, che il burqa (per non dire della infibulazione “volontaria”) non sono prodotti della libertà femminile, ma del potere maschile. Li hanno imposti insomma gli uomini, non inventati le donne. Così pare, ma non è dimostrabile come una legge fisica, in effetti.”

    A dire il vero, noi poveri popperiani della domenica pensiamo che non esista proprio alcuna “verità sociale”; le verità sociali sono atti di fede ideologica e non c’è alcun bisogno di dimostrazioni scientifiche o di dimostrazioni matematiche.
    Basta crederle e raccontarle come tali – così come lei ha fatto – e il gioco è fatto.
    Sta di fatto, comunque, che nessuno le aveva chiesto documentazioni sperimentali o equazioni matematiche quanto, piuttosto, di riportare fonti, riferimenti o correnti di pensiero che avvalorassero un’affermazione apodittica come quella che ho commentato.
    O, magari, accompagnare quell’affermazione con un elementare – secondo me, secondo il pensiero femminista prevalente in occidente o roba simile – per rendere quell’affermazione ‘razionale’, ossia commentabile e criticabile, nel senso che noi, poveri e minuti popperiani della domenica, abbiamo incontrato nelle nostre piccole peregrinazioni tra pensatori come Habermas, Wynch ed altri.
    La sua statura, evidentemente, non consente divagazioni tanto rudimentali.
    Ce ne faremo una ragione; anzi, ce la siamo già fatta da tempo…

  19. Marco Faraci scrive:

    Carmelo,
    non so se la “terza posizione” anti-divieto c’è in ambito parlamentare, ma c’è sicuramente in ambito politico e purtroppo persino in ambienti che non ci dovrebbero essere lontanissimi. Vedi cosa scrive la democratica-radicale Giulia Innocenzi secondo cui fondamentalmente “tette e culi” occidentali valgono il burqa.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/15/partiamo-dal-velinismo-prima-che-dal-burqa/61068/

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