Obiettivo del Millennio: puntare su integrazione economica – VIDEO

– Intervento in aula di Benedetto Della Vedova di mercoledì 15 settembre –

In vista del vertice delle Nazioni Unite sugli Obiettivi del Millennio, in programma a New York dal 20 al 22 settembre 2010, è fondamentale che il governo italiano – più e meglio di come ha fatto in passato – assuma una posizione chiara, responsabile, e trasparente in materia di cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà e all’indigenza nelle aree più sfortunate del pianeta, una posizione che permetta di assumere impegni credibili e realmente implementabili.Pacta sunt servanda, soprattutto nelle relazioni internazionali, e certamente non si può che valutare negativamente l’ “antico” atteggiamento italiano di non ottemperare completamente agli impegni di cooperazione allo sviluppo assunti – a volte con eccessivo entusiasmo – nei vertici internazionali, o di farlo con forte ritardo. Da questo punto di vista, questa discussione va quindi salutata con favore, perché può rappresentare uno stimolo utile. Vanno tuttavia evitati atteggiamenti fideistici in materia di aiuto allo sviluppo, che pure sembrano presenti nella mozione Evangelista: l’uscita di miliardi di persone dall’indigenza e dal sottosviluppo non può che essere l’obiettivo primario dei prossimi decenni – anzitutto perché la diffusione del benessere è la leva primaria attraverso la quale ridurre nel mondo le grandi “tensioni” ambientali, politico-culturali, sanitarie, demografiche e migratorie – ma evitiamo di cadere nell’errore di considerare il “classico” aiuto allo sviluppo come la panacea dei mali del Sud del pianeta. Dalla fine della Seconda guerra mondiale i cosiddetti paesi in via di sviluppo hanno ricevuto oltre 2 mila miliardi di dollari in aiuti, metà dei quali finiti in Africa. Lungi dall’aver risolto la piaga della miseria e del sottosviluppo del continente africano e delle altre aree povere del mondo, gli interventi di aiuto sono forse divenuti una fonte di dipendenza, se non essi stessi una causa di arretratezza. In più di una occasione, addirittura uno strumento usato da regimi autoritari per consolidare il proprio potere.

Quello che – nel rapporto tra Nord e Sud Italia – definiamo assistenzialismo, denunciandone gli effetti negativi per l’economia, la società e la politica meridionale, nel rapporto tra paesi avanzati e paesi poveri ha avuto “effetti collaterali” nefasti. Come l’economista zambiana Dambisa Moyo ricorda – dati alla mano – nel recente libro “La carità uccide”, buona parte degli aiuti (il 15 per cento circa del pil dell’Africa subsahariana) innesca uno sciagurato circolo vizioso: alimentano la corruzione e le rendite delle classi dominanti, scoraggiano gli investimenti, inibiscono la classe imprenditoriale autoctona, incrementano l’inflazione e creano dipendenza, rendendo spesso indispensabili ulteriori aiuti. Se l’effetto economico del flusso di risorse avrebbe dovuto consentire un processo di graduale convergenza economica tra regioni del mondo, la realtà degli ultimi decenni ci mostra che lo sforzo è stato quanto meno vano: tra il 1970 e il 1998, quando il trasferimento di capitali verso i paesi del Terzo mondo ha raggiunto l’apice, il tasso di indigenza in Africa è salito fino al 66 per cento, anche in virtù della crescita esponenziale della popolazione, e nei paesi più assistiti la crescita economica ha subito una contrazione annua dello 0,2 per cento. Oggi 600 milioni di africani, metà della popolazione del continente, vivono sotto la linea della povertà. Per l’Occidente e l’Europa, l’erogazione di aiuti diretti ai paesi in via di sviluppo ha spesso rappresentato una foglia di fica dietro cui nascondere mancanze ben più gravi: anzitutto, il protezionismo agricolo ed industriale, che per decenni ha impedito agli agricoltori ed alle imprese di molte aree del mondo di entrare a pieno titolo nei più ricchi mercati occidentali; ancora, l’atteggiamento a volte ambiguo e spesso distratto nei confronti di regimi estremamente corrotti, accentratori e poco interessati al rispetto della libertà, della proprietà privata e dei diritti umani, che sono una leva fondamentale per consentire alle società più povere di intraprendere proficuamente un cammino di sviluppo e di valorizzazione del capitale umano. Da questo punto di vista, bene fa la mozione dei colleghi Antonione ed altri a richiamare un approccio agli obiettivi di sviluppo del millennio basato su un maggior rispetto – da parte dei governi dei paesi poveri – dei diritti della persona. Così come è opportuno che la mozione richiami l’importanza di una “governance democratica” delle politiche di aiuto. E’ fondamentale ispirare le politiche di cooperazione allo sviluppo a criteri di reciprocità (affinché tutti gli attori coinvolti – in primis i governi dei paesi poveri – assumano impegni cogenti come “contropartita” degli interventi di sostegno) e di sussidiarietà (affinché gli aiuti siano il più possibile rivolti agli individui, soprattutto alle donne, alle famiglie, alle comunità locali). Ed è opportuno fissare un orizzonte temporale definito: iI piano Marshall in Europa o – per fare un esempio più calzante – la rivoluzione verde in India, hanno funzionato, come testimoniano gli economisti dello sviluppo, solo perché si trattava di programmi a breve termine, gestiti ìn modo efficiente e con obiettivi precisi.

Allo stesso tempo, peraltro, è auspicabile ridurre al minimo le forme di assistenza diretta, in favore di misure di formazione lavorativa e di accesso al credito e ai fattori di produzione, come sottolineato dalla mozione Pezzotta ed altri.

Condividemmo la scelta del governo italiano di opporsi ad una ipotesi di tassazione delle transazioni finanziarie internazionali per finanziare gli interventi di cooperazione allo sviluppo: non crediamo che l’introduzione di una tassa globale possa fare da volano per la crescita economica delle regioni povere del pianeta. Al contrario, soprattutto in una fase di crisi economica come quella che abbiamo sperimentato negli ultimi anni, l’attività economica va stimolata, non frenata in nome di una visione ideologica della globalizzazione. Non è la creazione di un ingente sistema di redistribuzione fiscale in capo all’Onu (a questo porterebbe infine la tassa sulle transazioni finanziarie) ciò di cui il mondo ha bisogno. E’ la diffusione del benessere attraverso l’apertura dei mercati, una costante attenzione al rispetto delle libertà individuali e dei diritti umani e l’implementazione di serie politiche di cooperazione ed integrazione economica ciò potrà consentire l’uscita graduale – ma irreversibile – di centinaia di milioni di persone dalla povertà.

Per queste ragioni voteremo a favore della mozione Antonione e della mozione Pezzotta, mentre voteremo contro la mozione presentata dal collega Evangelista.


5 Responses to “Obiettivo del Millennio: puntare su integrazione economica – VIDEO”

  1. libertyfighter scrive:

    Quel che mi sfugge è come intenderebbe agire contro l’assistenzialismo dall’interno di Futuro e Socialismo per l’Italia.

  2. io il socialismo lo vedo solo nel PDL

  3. libertyfighter scrive:

    Già, perché la verve socialista di Fini ti sfugge eh?
    Per esempio quando dice che gli allevatori devono pagare le multe delle quote latte (perché le regole vanno rispettate), è sintomo di liberalismo no?
    Le quote latte sono uno strumento di liberalismo imponente.
    O quando dice che la “Padania” non è mai esistita nella storia e per questo i “padani” non hanno nessun diritto a chiedere una secessione, questo sì che è liberalismo. Anche la “palestina” non è mai esistita.
    Perfino “Israele” non era mai esistito nella storia.
    Per non parlare dell’Italia, che prima del 1871 non era mai esistita nella storia.
    Io il socialismo lo vedo nel PDL, nel FLI, nel PD, nell’ IDV e pure in Casini.
    Quello che non vedo assolutamente è il liberalismo.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Redazione – che ha inserito 655 articoli in Libertiamo.it. […]

  2. […] Redazione – che ha inserito 655 articoli in Libertiamo.it. […]