– Nessuno brucia il Corano in America. Ma i cristiani, le loro scuole e le loro chiese, bruciano in India, un pastore protestante viene pugnalato in Indonesia, altre chiese sono date alle fiamme in Pakistan, manifestanti tentano di dare l’assalto a una base Nato in Afghanistan. Con tutta la buona volontà, non si riesce proprio ad individuare alcuna simmetria fra queste notizie.

Eppure il rogo del Corano (che non c’è stato) è stata un’occasione unica, non solo per la propaganda islamista, ma anche per i media di tutto il mondo, per scatenarsi nella teoria dell’equivalenza morale fra Occidente e Islam. Se qui si bruciano libri sacri ai musulmani, vuol dire che l’odio che nutriamo nei confronti dell’Islam è pari a quello che da quelle parti si nutre contro l’Occidente. Di più: l’odio parte dall’Occidente cristiano, che dimostra tutta la sua intolleranza, la violenza islamica è “reattiva”, una risposta legittima ad un attacco.

Ora: in che cosa consisteva l’offesa a cui l’Islam avrebbe reagito? Un pastore protestante, di nome Terry Jones, a capo di una piccolissima comunità di cinquanta fedeli, a Gainesville, Florida, Stati Uniti, ha pensato di organizzare un rogo pubblico di 200 copie del Corano per ricordare le vittime dell’11 settembre. Le copie del libro sacro musulmano erano comprate da lui. Dunque il rogo non avrebbe violato alcun diritto di proprietà. Nessuna violenza fisica contro i cittadini musulmani era stata invocata, o pianificata. Si sarebbe trattato, insomma, di un gesto puramente simbolico.

Si sarebbe potuto discutere sul suo gusto o sensibilità, così come si fa in continuazione con “opere d’arte” dissacranti, con le statue dei papi colpiti dai meteoriti, i Gesù Cristo padri di famiglia, i crocefissi rovesciati, bruciati, usati come giochi sessuali in svariate copertine di dischi metal estremi. In tutti questi casi, al massimo parte qualche dibattito, le autorità impongono un Vm14 o un Vm18 sulle copertine di Cd e Dvd, qualche sindaco si ribella a mostre considerate troppo offensive alla sensibilità religiosa dei cittadini. Niente di più.

L’Armageddon scatenato da questo pastore protestante è assolutamente fuori scala. Nei giorni precedenti all’11 settembre, vedendo la marea montante in tutto il mondo musulmano (migliaia di persone erano scese in piazza, sin da lunedì scorso, sia in Afghanistan che in Indonesia), le comunità cristiane dell’Iraq e del Pakistan hanno lanciato appelli a Terry Jones, affinché non bruciasse il Corano. Sapevano che la loro stessa vita era in pericolo. Una chiesa pakistana era già stata incendiata da islamici, nei primissimi giorni di crisi. Il primo morto si è registrato l’8 settembre, in Afghanistan: la folla ha dato l’assalto a una base Nato, urlando “morte ai cristiani”. Le guardie hanno reagito sparando. Appelli sono arrivati persino dall’Onu. E infine dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Terry Jones, il 10 settembre, alla vigilia del rogo previsto, si è così ritrovato al centro del mondo. E, lui, da solo, con i suoi cinquanta fedeli, non se l’è sentita di andare avanti in quella che era diventata una sfida globale. E’ servito rinunciare al rogo del Corano? No. In India le violenze anti-cristiane sono andate avanti comunque: 17 morti e circa 80 feriti. Gli scontri peggiori sono avvenuti nella provincia di Jammu-Kashmir, dove migliaia di persone si sono riversate nelle strade nella mattina del 13 settembre e hanno dato alle fiamme una chiesa e una scuola cristiana.

Nella serata dello stesso giorno, malgrado l’intervento delle forze dell’ordine, sono state poi attaccate due scuole protestanti, la Christ School e la Christ Mohalla School di Pooch Jammu, ed è stata incendiata una scuola cattolica, la Good Shepherd School di Pulwama, già nel mirino dei fondamentalisti islamici fin dalla sua fondazione nel 1997. In Indonesia, il 12 settembre, è stato pugnalato Afian Sihombing, pastore protestante che guida la comunità cristiana della reggenza di Pondonk Bekasi Est. Pugnalato allo stomaco, è tuttora ricoverato in condizioni molto critiche. Il 10 settembre, anche l’Europa avrebbe potuto registrare le sue vittime. Un attentatore suicida ha cercato, senza riuscirci, di farsi saltare in aria in un hotel di Copenhagen.

Se balza all’occhio l’asimmetria della reazione (uccisione di persone e distruzione delle loro proprietà) rispetto all’offesa, meno evidente è l’aspetto politico di queste proteste. Eppure, ormai, dovremmo esserci abituati. Ci sono momenti in cui i leader religiosi e politici islamici infiammano le loro masse, anche per spegnere ogni critica nei loro confronti. Il rogo del Corano è un pretesto. Se i musulmani si fossero sollevati per ogni copia del Corano bruciata, avrebbero dovuto vivere da anni in una condizione di rivoluzione permanente e militante.

Perché basta aprire YouTube per trovare tantissimi video di copie del libro sacro vengono bruciate. C’è il ragazzino americano che lo fa nel barbecue di casa sua, insultando i musulmani, Maometto e Allah (anno 2008). C’è il curdo emigrato ad Oslo che seleziona due parti del Corano, Anfal e Nesa, per poi strapparle e bruciarle (aprile scorso). C’è anche chi lo fa come gesto rivoluzionario: “Date fuoco al Corano finché la dittatura iraniana non aderisca alla Dichiarazione Universale dei Diritti umani” (anno 2007).

Insomma l’idea di Terry Jones non è inedita. Inedita è il suo sfruttamento per incendiare le masse islamiche. Un precedente famoso è il caso delle vignette di Maometto: pubblicate in Danimarca verso la fine del 2005, fecero esplodere le piazze musulmane, dall’Atlantico al Pacifico, solo all’inizio del 2006, dopo un’accurata campagna di informazione gestita da imam radicali. Oggi, come allora, è un’occasione per politici squalificati, o minacciati dall’estremismo islamico, di mostrarsi come difensori della fede. L’afgano Hamid Karzai tuona contro una “offesa all’Islam” e fa dimenticare per una settimana di odio la sua corruzione e la sua elezione fraudolenta. L’indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, che dagli integralisti islamici ha rischiato di essere ucciso, ora avverte che: “il rogo del Corano può dare inizio a una guerra di religione”. Come se non fosse già in atto. I cristiani sono le sue vittime predestinate e più numerose. Ma il Vaticano li difende?

Le prime parole spese dalla Santa Sede in questa crisi erano rivolte contro il pastore protestante Terry Jones. E adesso che il suo rogo non è avvenuto, ma sono chiese e scuole cristiane ad essere date alle fiamme, persone in carne ed ossa ad essere uccise? Quel giorno, la priorità della politica della Santa Sede è un’altra. Il Papa, infatti, dedica il discorso per l’insediamento del nuovo ambasciatore tedesco alla difesa della famiglia tradizionale eterosessuale, contro ogni liberalizzazione dei matrimoni gay. E, a proposito delle violenze in Kashmir, ieri sera Radio Vaticana si interrogava sul ruolo dei mezzi di comunicazione nel propagare una notizia dai contenuti potenzialmente esplosivi. Evviva la censura, nel nome della pace.