– Aprite Google Maps e inserite “Zuwarah, Libia” nella stringa di ricerca. Avrete un puntino sulla cartina che indica un porto libico sul Mediterraneo. Da quel punto vanno contate 30 miglia marine verso il largo. Ecco, lì era (probabilmente) il peschereccio “Ariete” di Mazara del Vallo, prima che una motovedetta libica di prestito italiano lo prendesse di mira crivellandolo di colpi. Ricordatevi la misura, 30 miglia, e il porto (Zuwarah, Libia) perché vi torneranno utili per comprendere le proporzioni di questa vicenda pazzesca consumatasi tra i flutti sempre più agitati del mare nostrum.

C’è del torbido in questo fattaccio, e serviranno occhi aperti e molte “palle” alle autorità inquirenti per venirne a capo .

Innanzitutto va esaminata la posizione della motopesca italiana.

Alcuni quotidiani ieri hanno scritto che essa navigava a 30 miglia dalla costa libica, in località Abu Kammash, al largo di un porto molto vicino al confine con la Tunisia, Zuwarah appunto. Se fosse vera questa versione, si aprirebbero due scenari possibili: o che la barca fosse addirittura in acque tunisine, fuori da qualsivoglia giurisdizione della Gran Giamahiria, oppure, alla peggio, che esso facesse il pelo alla zona contigua dei nostri amichetti libici. In ogni caso è escluso che qualcuno potesse sparargli addosso. Per lo meno non legittimamente, ai sensi delle vigenti norme di diritto internazionale marittimo, come codificate nella Convenzione di Montego Bay del 1982, che introduce una classificazione delle zone marine che gradua in maniera decrescente l’intensità dei poteri riconosciuti agli Stati costieri man mano che ci si allontana dalla linea di base. Fino a 12 miglia dalla costa si parla di acque territoriali, che identificano un’area in cui vigono le leggi dello Stato costiero. Poi, per altre 12 miglia si estende la zona contigua, dove lo Stato costiero esercita giurisdizione solo su particolari materie, quali il contrabbando e l’immigrazione. Se dodici più dodici fa ventiquattro e se trenta è maggiore di ventiquattro i pescatori siciliani erano addirittura fuori dalla zona contigua, in zona economica esclusiva, dove i libici al massimo hanno il diritto esclusivo allo sfruttamento delle risorse marine. Ma ciò, ai fini del diritto internazionale, conta zero. Perché lo stesso diritto internazionale statuisce che sparare alle navi in transito pacifico non si può mai, nemmeno nelle acque territoriali.  E a quanto risulta dalle dichiarazioni del comandante il peschereccio Ariete era solo in transito, non stava pescando.

Secondo invece una versione diffusa dalla quasi totalità dei quotidiani italiani (date un’occhiata a mo’ di esempio qui e qui) , indirettamente avallata dalle parole del ministro Frattini (“Il comandante del peschereccio sapeva di pescare illegalmente”), l’Ariete si trovava all’interno del Golfo della Sirte, un’area marittima molto controversa sul piano del diritto internazionale, che la Libia pretende di assoggettare per intero alla propria sovranità avendola dichiarata come baia storica, mentre la comunità internazionale, Italia compresa, contesta la legittimità della chiusura, non ricorrendo i requisiti dell’esercizio continuativo, notorio e tollerato del possesso di quelle acque da parte dello Stato libico, né essendo avallata la tesi che il controllo dell’intera baia serva a tutelare gli interessi vitali del paese costiero.  Come che sia, la baia di Sirte non è al confine con la Tunisia, e qualcuno lo spieghi ai copincollatori seriali che appestano la stampa italiana, che quasi compatta ha scritto il contrario. Senza la bussola.

Oggi pomeriggio il nostro ministro degli Esteri riferirà alla Camera nel merito dell’incidente di due giorni fa. E probabilmente troverà il modo e le parole per spiegare al Parlamento come si concilia la sua posizione  sopra riportata con quella ufficiale della Comunità Europea, che non ha mai riconosciuto la dichiarazione unilaterale di chiusura della Baia da parte del governo libico. Dunque, quand’anche l’Ariete fosse entrata nel Golfo di Sirte, a 30 miglia dalla costa, si sarebbe trovato in acque internazionali (ricordate le 24 miglia di zona contigua). Per lo meno questa è la tesi che uno si aspetterebbe sostenesse il nostro governo, che se non erro è ancora nell’Ue ed era nella Comunità Europea nel 1985, anno in cui quest’ultima formalizzò la riserva sullo statuto giuridico delle acque di quel golfo. Ma forse certe frequentazioni troppo ravvicinate con i nostri dirimpettai nordafricani hanno fatto perdere la bussola pure all’esecutivo. Vuoi vedere che quando certi ministri dicono che “stiamo meglio degli altri” è perché danno per acquisita la nostra nuova dimensione di contesto, cioè quella maghrebina?

Sulle regole d’ingaggio, invece, c’è poco da chiarire. Che fosse un improbabile barcone di profughi italiani diretti nel “Bengodi” libico o solo un peschereccio, gli uomini del Colonnello non avevano comunque legittimazione ad aprire il fuoco. E su questo è d’accordo perfino Frattini (“La regola di non sparare è assoluta”). Maroni, invece, no.

Ci incuriosisce, piuttosto, sapere a cosa servono i nostri ufficiali finanzieri sulle strenne navali date a Gheddafi, se non possono evitare che i suoi luogotenenti combinino guai.

Perché stavolta è andata di lusso a tutti. Ai pescatori italiani, fortunatamente illesi nonostante lo scenario da battaglia della Sirte. E agli ipotetici disperati del mare che avrebbero potuto essere al loro posto, che per fortuna non c’erano, e se ci fossero stati probabilmente neanche lo sapremmo, visto il silenzio che copre gli abusi umanitari in quei fazzoletti di mare e terra.

Intanto, noi e loro, amici come prima, più di prima.