Bossi vuol abbandonare il tavolo del federalismo. Per fare il tribunicchio della plebe

di PIERCAMILLO FALASCA – Come volevasi dimostrare. Ora che c’è da lavorare seriamente al federalismo fiscale, mettendo mano ai decreti legislativi più importanti, relativi al ridisegno della finanza regionale, Bossi dichiara che il federalismo fiscale è fatto e che la priorità sarebbe ora lo sparpagliamento delle sedi ministeriali in giro per l’Italia.

Insomma, pur di continuare a fare il tribunicchio della plebe, evitando di impelagarsi in discussioni tremendamente serie, responsabili e politicamente costose, Bossi vorrebbe abbandonare il tavolo della riforma federale, dichiarando che ormai il più è fatto. Fatto un corno, viene da dire, pensando a quanto lavoro c’è ancora da fare per disegnare il modello di autonomia impositiva ed il sistema dei costi standard delle Regioni, per stabilire la portata ed i meccanismi di perequazione, per armonizzare la tenuta dei bilanci pubblici e via discorrendo.
C’è una logica profondamente anti-federale che lega il cosiddetto “federalismo demaniale”, la proposta di decentrare i ministeri e la pretesa di lasciare il gettito delle imposte statali nelle casse delle Regioni. Da federalista che era, e addirittura da indipendentista, ora Bossi incita la Lega a derubare Roma ladrona. Non c’è più la Lega che dava voce al malessere del Nord per uno Stato centrale vorace, spendaccione e assistenzialista. Ora c’è una Lega che mostra i muscoli e chiede a gran voce di partecipare al banchetto.

Chiedere che i palazzi del governo vengano “suddivisi” tra le città italiane è una domanda di redistribuzione surrettizia, il desiderio che di amministrazione centrale e di dipendenti ministeriali non si droghi solo la Capitale, ma l’intero paese. Non è molto diverso dalla richiesta di trattenere sul territorio una quota cospicua di Irpef, di Ires o di Iva: allo Stato si chiede il ‘gioco sporco’ dell’esazione fiscale, alle Regioni si dà carta bianca perché spendano. E magari si vorrebbe continuare a fare la faccia feroce contro le tasse.

Sa Bossi che avere apparati ministeriali (o l’Antitrust, come propone la Lega con un ddl al Senato) a Milano, a Torino o a Bari aumenterebbe i costi di funzionamento dell’intero apparato pubblico? Sa Bossi quanti viaggi dovrebbero fare i funzionari di questo o quel dicastero per partecipare magari a riunioni interministeriali? E che dire delle immancabili – e forse necessarie, a quel punto – sedi distaccate romane che ogni amministrazione dovrebbe aprire?

Dice il Senatur: anche i cittadini del Nord devono poter lavorare nei ministeri. Una frase degna del peggior politico meridionalista, ma che nobilitata potrebbe voler dire: immettiamo nel settore pubblico nuove mentalità e nuove professionalità. Giusto, ma per farlo non serve spostare il ministero dell’Agricoltura a Verona, ma valorizzare il public service, renderlo un lavoro cui aspirino le migliori menti del paese.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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