di SIMONA BONFANTE – Mancavano poche ore all’11 settembre e nessuno sapeva ancora se il reverendo Jones avrebbe fatto o no il teologico falò. La metafisica iniziativa – mandare al rogo il bestseller più cool del mercato editoriale islamico – fa del pastore-pistolero l’oggetto di un’investigazione planetaria alla X-Files, la cui chiave di volta viene fornita, sullo scorrere dei titoli di coda, dalla figlia della indecifrabile eminenza: è abituato – ammette sconfortata l’erede – a paragonarsi a Mosé.

Poco male, cara. Dall’arca al forno, dall’acqua al fuoco. È l’evoluzione lineare di una predestinazione che fa dell’evangelico paparino una figura tutto sommato in linea con il trend neo-tolemaico delle più longeve leadership carismatico-popolari del mondo noto.

Parliamo di Silvio. Parliamo di Vladimir. Una faza, una raza. Di più: una comune teleologia. Figli entrambi della guerra fredda (Silvio stava dalla parte giusta, Vladimir da quella sbagliata, uno faceva Drive In, l’altro la spia – che fa una certa differenza), ora combattono insieme per la stessa libertà.

Silvio ha incarnato l’avanguardia della modernizzazione craxiana della tv e del Paese (che è stata una cosa seria e niente affatto criminale), Vladimir si è fatto le ossa in quel presidio della sicurezza che era il Kgb (ora si chiama Fsb ma, insomma, praticamente funziona uguale). Eppure ora Silvio e Vlad sono d’accordo su tutto, sono amici per la pelle, si fanno un sacco di compimenti e di carezze mediatiche.

I nostri si sono così ritrovati a Yaroslav, qualche centinaio di chilometri dalla Piazza Rossa moscovita, in occasione del Global Policy Forum dedicato al tema: “The Modern State: Standards of Democracy and Criteria of Efficiency”. Tema su cui, insieme al caroleader nord-coreano, Silvio e Vladimir hanno, se ne converrà, un sacco da insegnare.

Si contano vittime, nella proto-Urss putiniana. Qualche centinaio appena di giornalisti misteriosamente scomparsi, qualche decina (o poco più) di imprenditori-anti-sistema gettati a vita in quel percorso salvifico alla redenzione che sono le patrie galere, uno sparuto numero di dissidenti expat, opportunamente estromessi dal consesso terreno per intercessione di quella onnipotente manina chimica battezzata ‘polonio’.

Ma vuoi mettere i passi avanti compiuti dai tempi degli stermini ceceni! E comunque Putin non è comunista. O meglio non lo è più. Anzi, non lo è mai stato. Come Veltroni, ma anche in modo diverso (sia detto ad onore di Valter). E se anche lo fosse stato, il Libro nero del comunismo non ne parla.

Che Putin fosse un ‘dono di Dio’ – diciamolo – lo sospettavamo da tempo. D’altra parte è longevo più o meno come il Gheddafi-Profeta. Certamente quanto il Berlusconi-combattente della libertà. Siamo a cospetto, praticamente, di una Santissima Trinità ortodosso-islamico-cristiana ovvero dispotico-padronal-dittatoriale.

Ora, se solo rendessimo più flessibili quelle miserrime grigliette analitiche attraverso cui ci incaponiamo a ponderare l’operato dei suddetti, riducendolo all’irriducibile unità di misura dell’umanità – come fossero un Castro qualunque – comprenderemmo che non è la politica la categoria da evocare, ma la metafisica e nel caso dei tre, va da sé, il mandato divino ci sta tutto.

Se solo poi la smettessimo di questuare inezie – l’intolleranza dei tre poli trinitari verso chi, ad esempio, ha l’ardire di opinare sulle rispettive assertive determinazioni –comprenderemmo che in realtà chi opina, cioè noi, è perduto. Se invece di star lì a far di conto – i costosi impegni delle ouverture dictator-friendly berlusconiane, i morti ammazzati dalle squadracce di Putin, i profughi rigettati dalla guida libica nelle mani dei loro aguzzini – prestassimo attenzione agli inusitati spazi di libertà garantiti da regimi geneticamente stabilizzati in virtù di prodigiosa longevità (120 anni è il minimo)?

Se invece di porci interrogativi stupidi del tipo “ma non eravamo atlantici?”; se invece di provare imbarazzo per gli estoni, i georgiani, gli ucraini; se invece di dubitare dell’incombenza del pericolo comunista nel nostro paese; se invece di eccepire sui metodi predisposti – l’evangelizzazione anti-comunista dei collegi elettorali – per battere il conservatorismo sociale e culturale della sinistra …  ecco, se invece di romperci le corna su queste trame da teatrino della politica, assecondassimo l’onda lunga della libertà rivelata che promana dagli Urali a Tripoli via Arcore, ebbene a quest’ora saremmo in pace con noi stessi ed in armonia con la poesia musicale di Apicella.

Non chiederemmo conto delle apparenti incongruenze del governo della libertà – come conciliare ad esempio, la libertà di mercato e l’impiego di soldi pubblici per il ‘salvataggio’ di compagnie decotte come Alitalia, come Tirrenia; come rendere compatibili il garantismo per i potenti e l’ossessione repressiva per gli sfigati (gli immigrati, i tossici…); come asserire la volontà di dare dignità alla persona negandole al contempo la facoltà di determinare la misura della propria coscienza…

Se evitassimo di cercare il pelo della ragione nell’uovo del dogma, ebbene comprenderemmo perché Fini è solo un aspirante piccolo imprenditore in un mercato – la politica – che non ha certo bisogno di concorrenza. E poi, se solo avessimo un po’ più di ottimismo, molto probabilmente anche il Milan sabato scorso avrebbe vinto.

Silvio ce l’ha spiegato con le cattive, l’altro ieri, dalla Russia. E con le buone, ieri, ad Atreju. Deve essere colpa nostra, se non l’abbiamo capito.