Sakineh, l’adulterio, la lapidazione e la morale di Stato

– Il caso di Sakineh ha occupato, nelle ultime settimane, le cronache di buona parte del mondo, tra appelli per la sua liberazione, pressioni politiche, manifestazioni, endorsement a suo favore dei più disparati personaggi pubblici e dibattiti televisivi.

Sakineh Mohammadi Ashtiani, ricordiamo, è una donna iraniana, madre di due figli, dal 2006 in carcere perché accusata di adulterio e, in seguito, anche di complicità nell’omicidio del marito; il tribunale che l’ha giudicata ha stabilito di condannarla alla lapidazione.

E’ piuttosto difficile riuscire a ricavare un quadro chiaro della situazione tramite le notizie provenienti dall’Iran. Sakineh è un’adultera, no, è un’assassina, no, è complice di un assassinio; Sakineh sarà lapidata, no, sarà impiccata; Sakineh sarà giustiziata, no, la pena è annullata, no, è solo sospesa; l’unica cosa sicura è che Sakineh resta in carcere, anche lei senza certezze sulla propria futura sorte, e, anche se la sospensione della condanna a morte è certamente una buona notizia, non significa purtroppo che la donna sia definitivamente salva.

La vicenda si è configurata innanzitutto come una questione umanitaria: si sono voluti evidenziare i lati oscuri del processo (Sakineh, sostiene il suo avvocato,  appartiene alla minoranza azera, turcofona, che non parla bene il farsi, lingua ufficiale dell’Iran, e questo potrebbe averla portata a fraintendere alcune domande dell’interrogatorio, incastrandosi con le proprie mani), gli aspetti terribili di una condanna a morte tremenda, dolorosa ed umiliante come la lapidazione, i metodi non proprio trasparenti del regime di Teheran, oggetto di pressioni da parte dei leader di tutto il mondo.

Anche per questo non vogliamo qui iniziare una trattazione dettagliata, dal punto di vista giudiziario e/o umanitario, del “caso Sakineh”: molti se ne sono già occupati con competenze e mezzi migliori dei nostri. Non vogliamo neanche cominciare la tiritera benaltrista del “sì, va bene Sakineh, ma ci sono altri in Iran che stanno come lei o anche peggio”: Libertiamo se n’è occupata abbondantemente in altre occasioni, e non ci si può certo accusare di non essere stati abbastanza duri nella condanna dei metodi repressivi del regime  iraniano.

Vorremmo però riflettere su un aspetto della questione che, data la comprensibile ondata di emotività ed empatia suscitata dai media nei confronti di questa donna (diventata ormai, consentiteci una piccola cattiveria, quasi un emblema pret-à-porter, affisso ovunque, riprodotto su spille, magliette, borsette da signora e volantini), non è stato forse considerato nella sua giusta luce.

Bisogna salvare Sakineh dalla lapidazione: giusto, vero, sacrosanto. Ma come motivare la volontà di salvarla? Con l’argomentazione che nessuno, colpevole o innocente che sia, dovrebbe essere vittima di un omicidio “secondo giustizia”, nessuno dovrebbe essere immobilizzato e preso a sassate fino alla morte, tanto meno dalla giustizia di uno stato?

Certamente questa è una motivazione molto nobile, ma trascura il fatto aberrante – e centrale nel caso Sakineh – che l’adulterio, in una dittatura crudele e teocratica come quella iraniana, è visto come un reato e punito come tale, anziché essere una questione privata (non bella, magari, ma sempre privata) che attiene alle scelte morali di ognuno. E che quindi, insomma, lasciando da parte l’accusa di omicidio (tirata fuori solo pochi giorni fa, dopo mesi di braccio di ferro mediatico tra Teheran e l’Occidente), se anche si trovassero prove inconfutabili dell’adulterio di Sakineh, questo, comunque, non giustificherebbe nessuna punizione, nessun linciaggio pubblico, nessuna “vendetta” violenta.

E’ agghiacciante pensare alla lapidazione, è dolorosa l’immagine di questa donna in carcere, forse torturata, sicuramente frustata, che non sa – è il caso di dirlo – di che morte dovrà morire, ma è ancora più terribile, da esseri liberi e razionali, trovarsi di fronte a questa disumana “morale di stato” imposta con la forza della violenza e la scusa della religione.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che sarebbe assurdo sancire o rivendicare un ipotetico “diritto all’adulterio”, ma da qui a farne un reato penale e a giustificare la barbara uccisione di chi se ne rende colpevole (soprattutto se donna, naturalmente) corre una bella distanza.

La stessa che corre, diciamo, tra il controllo ossessivo dei comportamenti privati da parte dello stato, che spaventa ma deresponsabilizza, e la libertà dei cittadini di impostare le proprie relazioni come meglio credono, assumendosene le responsabilità personali.

Insomma, tra una dittatura del pensiero e della morale ed una democrazia liberale.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Sakineh, l’adulterio, la lapidazione e la morale di Stato”

  1. Matilde scrive:

    Che schifo di gente! non esiste rispetto! povera sakineh!
    NON LA UCCIDETE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] il caso di Teresa Lewis non è quello di Sakineh, che peraltro rischia di essere lapidata per un reato contro la morale  –  l’adulterio –  e non contro la persona, visto che l’accusa di omicidio, da cui era stata inizialmente […]