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All’università di Pisa è proibito studiare, per editto del Consiglio di Facoltà

– In Italia non esiste teoria politica che abbia riscontrato maggior successo dell’egemonia culturale propugnata da Antonio Gramsci. Sul campo il pensatore comunista ha surclassato qualsiasi rivale “borghese”, dando luce all’Italia che ogni sovversivo rosso ha sempre sognato: un paese schiavo della cultura sinistroide, ove il vero bavaglio esiste per coloro che tentano di esternare dissenso al regime costituitosi, ove è vergognoso definirsi liberali, cristiani, meritocratici, capitalisti, occidentali, filoamericani, filoisraeliani e via discorrendo.

Persino voler esercitare il proprio diritto allo studio così osannato e rivendicato dalle masse rosse diventa alienabile se viene “intaccato” il sommo ideale bolscevico da un governo brutto, cattivo e destrorso che tenta di riformare il sistema universitario del paese. La fedeltà alla linea prima di tutto, compagni! E così negli atenei delle nostre università i corsi e gli esami verranno procrastinati a data da destinarsi. Al contempo le facoltà saranno luogo di scorribande ed occupazioni maoiste per la gioia dei nostalgici del sessantotto e il diritto ad usufruire di un servizio profumatamente pagato con le imposte versate dagli studenti và a farsi benedire.

Non c’è via d’uscita: a quei giovani di fatto impossibilitati dalla politica fiscale rapinatrice dello Stato ad usufruire di un servizio privato alternativo a quello pubblico non resta che affidarsi al (poco) buon senso dei dittatori stalinisti di turno nelle rispettive facoltà e sperare che la follia collettivista finisca al più presto. Esemplare e di disarmante gravità è il caso della facoltà di Scienze Politiche di Pisa, da sempre roccaforte dell’egemonia culturale del “potere operaio”. Il 3 Settembre il Consiglio di Facoltà ha infatti deliberato plebiscitariamente, a unisono furor di studenti e professori, che i corsi siano ritardati di una settimana. Finché il germe liberticida si limita a contagiare i soli studenti si può giudicare il fenomeno come bravata giovanile di quanti non hanno ancora assimilato il concetto di rispetto per le libertà e le convinzioni altrui, ma quando l’intervento che legittima e persino incoraggia la suddetta pratica proviene da quelle stesse istituzioni universitarie che dovrebbero porvi freno si è di fronte all’inconfutabile prova della presenza di un’egemonia che trama affinché i propri ideali siano imposti con la persuasione sleale del monopolio culturale.

La questione dello sciopero è vecchia quanto il liberalismo: scrisse a riguardo anche John Locke, giungendo alla conclusione che la protesta sociale vada repressa in quanto lede la proprietà privata. A ben guardare la soluzione del filosofo inglese non è delle più convincenti poiché non propriamente liberale. Lo scopo più intimo per cui si rivela necessaria l’esistenza di una coercizione statale è la sola tutela della libertà del cittadino, e per questo le istituzioni dovrebbero provvedere a reprimere quelle rivolte che di fatto permettono alla libertà degli scioperanti di prevaricare quella degli altri individui.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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