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Un Fini al centro, ma non centrista. Un terzo polo riformatore?

– L’intervento di Fini a Mirabello è certamente un punto di svolta importante non solo per l’attuale legislatura, ormai politicamente finita, ma soprattutto rispetto al futuro, che comporterà – comunque finisca lo scontro in atto – una significativa scomposizione del centro-destra, con effetti decisivi sugli assetti del sistema politico.

Infatti, facendo la tara agli omaggi retorici al passato missino (per non disperdere il patrimonio elettorale – ma non solo – di AN) e al gioco del cerino, il percorso finiano potrebbe portare alla formazione di un “terzo polo” che, a prescindere dalla sua articolazione interna,  si collochi al centro dello scenario politico, pur continuando – come Fini ha ribadito – a contendere a Berlusconi il consenso dell’elettorato liberal-moderato.

Non si tratterebbe però di una formazione tradizionalmente centrista, ma, per mutuare il lessico americano, di un radical center, cioè di un polo riformatore che reagisce all’effetto paralizzante della “guerra bipolare” e al deficit di innovazione che, sul piano delle policy, consegue all’ingessamento ide0logico del sistema politico. L’operazione è interessante da un duplice punto di vista.

In primo luogo, l’analisi del mercato elettorale evidenzia un forte e crescente malcontento nei confronti dei due principali partiti che si traduce o nell’astensione o nella radicalizzazione del consenso (come dimostrano la continua ascesa leghista e l’appeal esercitato da Di Pietro e Vendola sulla platea democratica). C’è, quindi, sufficiente spazio per un’offerta politica de-ideologizzata che sappia rappresentare le istanze moderate e riformiste, o riformatrici, per ridare slancio al Paese. Naturalmente ora non è ancora possibile dire se FLI (e l’eventuale terzo polo) saprà veicolare queste istanze – alcuni dubbi sono stati già espressi ma per la prima volta sembra affacciarsi la possibilità di una concreta e credibile alternativa al fallimentare “riformismo” berlusconiano.

In secondo luogo, l’operazione potrebbe modificare lo status quo, ponendo rimedio, o almeno tentandovi, alla vera anomalia italiana, un bipolarismo “estremista” per cui oggi:
– l’agenda del governo (con esclusione delle questioni sulla giustizia che direttamente interessano Berlusconi) sia dettata dalla Lega;
– il centro sinistra sia ridotto alla marginalità politica dal proprio paradosso giustizialista: senza Di Pietro perde, con Di Pietro non può vincere;
– il Paese vada avanti per forza di inerzia.

Ma il successo di questa operazione non dipende esclusivamente dalla bontà della proposta politica; esso richiede inevitabilmente la modifica della legge elettorale. Fini nel suo intervento ne è parso consapevole; e ancor di più lo sono Berlusconi e Bossi, i quali, infatti, hanno subito rilanciato l’ipotesi del voto immediato. Né deve indurre in inganno l’abile gioco delle parti, in cui l’uno recita il ruolo della figura istituzionale che responsabilmente vuole andare avanti e l’altro quello del capopopolo che combatte la sua battaglia contro il Palazzo. Sarebbe ingenuo pensare che la Lega stacchi la spina, senza l’accordo con Berlusconi. Anche le evocate dimissioni del Presidente della Camera vanno inquadrate in questa prospettiva, avendo l’unico e indichiarabile scopo di condizionare le future scelte del Capo dello Stato.

D’altronde, entrambi hanno chiaro che, andando subito alle elezioni, lo scenario peggiore che rischiano è quello di non avere una maggioranza al Senato, ma possono anche (magari grazie al fuoco dell’artiglieria pesante delle batterie televisive e giornalistiche) chiudere la partita con i loro principali avversari e assicurarsi di avere le mani libere nella prossima legislatura. Qualora invece si abbia davvero la possibilità di un governo “elettorale”, sarà necessario essere guidati da un sano e pragmatico realismo, che tenga conto delle forze a disposizione e degli obiettivi che si perseguono.

In particolare, nei giorni scorsi è stato rilanciato un nuovo appello in favore dell’uninominale che, forse, pecca di astrattismo. Infatti, è ragionevole prevedere che non si avrebbe uno scenario anglosassone, in cui ciascun partito compete col proprio candidato, ma il ricorso a previe alleanze, con la predeterminazione delle candidature da parte di più forze politiche alleate. Le candidature potrebbero essere di collegio e uninominali, ma le dinamiche politiche no. Certo, sarebbe comunque un sistema migliore dell’attuale – e non ci vuole molto –, ma continueremmo ad avere (come già abbiamo sperimentato con il Mattarellum) governi coalizionali, un forte potere di interposizione dei partiti minori e, soprattutto, l’effetto di chiusura oligarchica del sistema elettorale.

In definitiva, i partiti potrebbero, in assenza di una disciplina legislativa della loro attività, usare l’arma dell’estromissione dalle liste o dell’espulsione dal partito per contrastare il dissenso, confidando nel fatto che in un contesto uninominale al di fuori dai due principali cartelli elettorali è molto difficile spuntarla. E l’attuale situazione dimostra che non si tratta di un’ipotesi meramente accademica. La ricetta costituzionale di Fini pare confermare la consapevolezza della posta effettivamente in gioco. Bisogna trarne le ultime debite conseguenze. In definitiva, la scommessa elettorale ha un senso unicamente se rivolta a cambiare il destino di una partita, che altrimenti è già segnata.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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