di CARMELO PALMA –

Avevamo un cancro all’interno che ci avrebbe prima o poi ammazzato politicamente. Saremmo finiti se non avessimo riguadagnato una chiarezza ideale, la forza di vedere il compagno come un amico e non come il nemico, come e’ stata la nostra vita quotidiana per sei mesi.

Così ieri l’istologo politico del PdL, senatore Quagliariello, ha spiegato la rimozione chirurgica del carcinoma finiano e delle sue metastasi parlamentari. Lo ha spiegato alla scuola di partito di Gubbio, con lo stesso senso di dolorosa necessità con cui alle Frattocchie, negli anni ’50, si giustificava “oggettivamente”, per il bene del proletariato, il comunismo staliniano contro il socialismo libertario.

La metafora oncologica non è originale. Grillo e Di Pietro ne abusano da anni, in modo disinvolto: “I partiti sono un cancro della democrazia”, “Berlusconi è il cancro della politica”… Ma Quagliariello non oltraggia: diagnostica. Non scherza col fuoco dell’odio politico, spiega al popolo un referto chirurgico, racconta un male “invisibile” a chi non inforchi gli occhiali della scienza. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. Un partito indulgente finisce per confondere la patologia politica con la fisiologia democratica. Quindi: bisturi!

A noi, però, ci fotte un pregiudizio liberale. Diffidiamo del paternalismo politico, figurarsi di quello medico. Già ci siamo stufati del ghe pensi mi del caro leader e dovremmo credere  alle diagnosi “scientifiche” dei suoi commissari del popolo in camice bianco? Continuiamo a pensare che il cancro, in politica, sia solo la violenza. Tutto il resto è vita e fa bene alla salute, a dispetto dell’ipocondriaca intolleranza del senatore Quagliariello. Che rimane un luminare, anche se si è scordato di aggiungere che l’intervento è riuscito, ma il paziente è morto.