– I parlamentari europei riuniti a tambur battente sotto la minaccia, poi ritirata, di sanzioni, probabilmente non hanno mai creduto di essere in un remake del ben più famoso “State of the Union Address”, appuntamento annuale mediante il quale il Presidente degli Stati Uniti, rivolgendosi al Congresso, analizza la condizione economica e politica americana ed annuncia le sue priorità per l’agenda legislativa. Stavano invece ascoltando il primo discorso sullo stato dell’Unione (europea) voluto dal Presidente della Commissione, il portoghese Barroso.

Del resto non è la prima volta che un Presidente della Commissione prova a trapiantare in Europa usi e costumi della democrazia a stelle e strisce. Come ricorda il Financial Times, con Romano Prodi c’erano già state le prime avvisaglie. Prima della conferenza stampa l’addetto della Commissione entrava dicendo ai giornalisti: “Signori e signore, ecco a voi il Presidente”, ed a qualcuno già veniva da ridere.

Barroso però voleva di più, e con il discorso sullo stato dell’Unione ha provato a darsi un tono.
Dall’economia ai diritti umani fino alla necessità di infrastrutture europee e all’ipotesi di emissione di eurobond sono stati toccati alcuni nodi politici che l’Unione si troverà a fronteggiare nei prossimi mesi. Il mantra però è sempre lo stesso. Abbiamo un problema? Si, quindi ci vuole più Europa, più soldi al bilancio comunitario, una nuova tassa sulle transazioni finanziarie, una nuova direttiva. Un discorso pieno di tecnicismi più che una visione sul futuro. Nulla oltre quelli che nell’inner circle di Bruxelles vengono definiti Barrosities, Barrosismi. Perfetto come discorso programmatico a porte chiuse per qualche burocrate, ma come “Stato dell’Unione” è stato un fallimento. O una semplice dimostrazione dei barocchismi dell’Unione, quindi, paradossalmente, un vero e proprio stato sull’Unione. Nomen omen.

Nessun accenno ai sondaggi di Eurobarometro che vedono la fiducia dei cittadini nell’Unione a livelli bassissimi. Solo in un secondo momento, incalzato dai giornalisti, Barroso ha ammesso: “E’ un problema, un problema serio”. Oltre alla condivisibile presa di posizione contro il razzismo e la condanna per una eventuale esecuzione dell’iraniana Sakineh, il discorso di Barroso è stato totalmente anomino. Anche nello stile.
Pochi gli applausi e molte le critiche.

I popolari europei con Joseph Daul hanno chiesto maggiore attenzione su ricerca ed innovazione, Martin Schulz ha attaccato Barroso per le numerose concessioni fatte all’asse Franco-Tedesco che controlla il Consiglio, Daniel Cohen Bendith per l’assenza di iniziativa sull’ambiente  e per la mancanza di iniziativa su molti dossier: “Lei è il Presidente assente di un’Europa che ha bisogno di un Presidente”. Lothar Binsky ha criticato l’eccessiva attenzione dedicata alle banche e  l’assenza di iniziative rispetto alle parti della popolazione maggiormente in disagio. Guy Verhofstadt ha chiesto una maggiore governance europea delle questioni economiche.

Come ha scritto l’Economist, la citazione del giorno spetta però a Nigel Farage che, rivolgendosi a Barroso, è stato lapidario: “è impossibile paragonare il suo discorso sullo Stato dell’Unione a quello del presidente Obama. C’è una differenza fondamentale: lui è stato eletto, lei no. Il suo stato dell’Unione è stato visto da 48 milioni di persone, mentre i parlamentari europei sono stati minacciati di sanzioni nel caso in cui non si fossero presentati in aula”.

Lo stato dell’Unione torna al punto di partenza. “Manca la visione, manca l’idealismo”, avrebbe commentato il filosofo oxoniense Larry Siedentop.

Non abbiamo i Madison ed i Jefferson. Ne avremmo bisogno, mai come oggi. Ci sono invece Van Rompuy, Catherine Ashton e Barroso che, con la crisi di popolarità che affrontano oggi le istituzioni europee, non trovano miglior argomento di un nuovo balzello per finanziare il bilancio comunitario. Ed è subito tassa, avrebbe detto Quasimodo.