Nel vuoto della politica, il Paese si autoriforma dove e come può

– Di per sé non è una cattiva notizia, che mentre la politica giochicchia al gatto e al topo, il Paese si autoriformi. Federmeccanica ha disdetto il contratto nazionale 2008, l’ultimo firmato da Fiom, e prepara la battaglia finale con i pasdaran federati alla Cgil sull’estensione del modello Pomigliano a tutte le imprese del settore, che presuppone la derogabilità aziendale di alcune clausole del contratto nazionale particolarmente sensibili, in tema di scioperi, salari e orario di lavoro.

Il mondo produttivo italiano ha la necessità tremenda di recuperare produttività e competitività sui mercati internazionali e ha deciso di fare da solo, sistematizzando la cesura già prodotta da Fiat nello stabilimento campano e riempiendo il vuoto pneumatico lasciato da una classe politica autistica e incline all’autocelebrazione del “paese che sta meglio degli altri”.
Ma quando si arriverà al redde rationem finale, perché ci si arriverà, con gli scioperi nelle piazze e la tensione alle stelle, sarà difficile anche per la politica (che di solito ci riesce molto bene) mistificare la realtà, che cioè il Paese è malato e che i suoi polmoni (le imprese) stanno alitando l’ultimo soffio per scongiurarne la morte.  A quel punto Governo e maggioranza dovranno almeno avere l’onestà di lasciar fare ad altri ciò che essi hanno scientemente omesso nel corso degli ultimi due anni e mezzo, modernizzare l’Italia.

Se per le relazioni industriali è ammissibile e anzi a questo punto auspicabile che i decisori pubblici si tengano alla larga da ingerenze deleterie nel processo autogeno di riforma avviato da imprese e parte del mondo sindacale, la fotografia dello stato dell’istruzione italiana scattata dall’Ocse rende improcrastinabile un cambio di passo. Il sistema educativo italiano è costoso e inefficiente, il numero dei laureati ben al di sotto della media dei paesi esaminati, altissima la disoccupazione giovanile, totalmente ingessati e sterili i modelli didattici tanto nelle scuole primarie che nelle università.

Tutto ciò rappresenta la certificazione del progressivo impoverimento del nostro stock di capitale umano, che per le economie avanzate, “costrette” a competere sulla frontiera dell’efficienza e dell’innovazione, è vitale e intimamente connesso alle proprie prospettive di sviluppo, come ha lucidamente riconosciuto anche Gianfranco Fini in uno dei passaggi che ho trovato tra i più significativi del discorso tenuto a Mirabello (“Si tagli il superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i giacimenti culturali valgono più – nella globalizzazione – dei giacimenti petroliferi”).

Ma il rapporto Ocse rileva anche un altro dato interessante, quello relativo al tasso di disoccupazione 2008 delle persone comprese tra i 25 e i 64 anni, disaggregato per livello d’istruzione, e fisso al 4,3% per i possessori di un diploma di laurea (la media Ocse è al 3,2 %, in Inghilterra è al 2%, in Germania al 3,3%, in Francia al 4%, in Repubblica Ceca all’1,5%) e al 4,6% per i diplomati di scuola secondaria. In Italia chi si laurea non ingrana la quarta, a differenza del benchmark dei paesi più sviluppati.

Visto il quadro, in cui sono i laureati a non trovare spazi nel mercato del lavoro, cade un altro teorema del populismo provinciale italiano, e che cioè gli immigrati ci rubino l’occupazione. L’immigrazione italiana è composta quasi interamente da lavoratori low skilled, certamente non in grado di competere per l’accesso ai segmenti produttivi ad alto valore aggiunto, per cui se i nostri graduated rimangono a spasso non è certo colpa dei “neger“.

Il teorema, in realtà, sarebbe da invertire: più è alto il valore del capitale umano di un paese, più esso ha chance di sapersi innovare e competere con il resto del mondo. E tale valore aumenta investendo sull’educazione e attraendo dall’estero i cervelli migliori. Che non a caso in Italia non mettono piede: nel 2008, 3,3 milioni di studenti universitari hanno scelto di andare all’estero per i loro studi, ma solo il 2% ha scelto l’Italia.

Sono queste le grandi questioni di prospettiva che riguardano il Paese, al cui cospetto la politica nicchia e giochicchia.
Il ministro Maroni, nel frattempo, scriveva il modello di foglio di via perfino per i cittadini comunitari.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

4 Responses to “Nel vuoto della politica, il Paese si autoriforma dove e come può”

  1. Luca Di Risio scrive:

    Che la politica italiana sia incline ad autocelebrazioni varie, ma anche a sterili tatticismi politici è cosa risaputa, fin dalla notte dei tempi. Ma se questo provoca un’auto riforma del mondo produttivo è una buona eterogenesi dei fini (ogni riferimento a persone reali è puramente casuale). Per quanto riguarda l’istruzione però, non ci siamo. Fini ha anche detto che i precari della scuola hanno ragione, tradotto sono tutti da assumere, schierandosi accanto a chi ha distrutto l’istruzione italiana a tutti i livelli con gli ideali sessantottini. Da che mi risulta l’unico che ha provato a riformare il feudo baronale dell’università italiana in senso meritocratico è stato Berlusconi, non riuscendoci, ma chiunque abbia fatto l’università sa quando sia difficoltoso far funzionare una riforma contro il volere dell’autonomia baronale. Se poi Fini, sul quale posso testimoniare le scritte non proprio celebrative che comparivano sulle facoltà umanistiche fino a 3-4 anni fa, offre sponde a quel mondo, perché è questo che fa, beh allora…

  2. Bello l’articolo, ma col solito repentino viraggio sul registro umoristico nella citazione di Fini, con accenti celebrativi davvero imbarazzanti,che sembrano innalzare i suoi fiacchi comizi al rango di Sacre Scritture. Io anni fa avevo conosciuto in altro Palma. 
    Sentite perché non tentiamo di rendere questo spazio meno ossessivamente farefuturista per esempio inserendo animatori sempre autorevoli ma meno schierati, così giusto per tentare di salvarlo dall’oblio

  3. Lucio Scudiero scrive:

    Infatti Palma è un altro, quest’articolo l’ho scritto io. Se vuoi inserirti tra gli autori autorevoli credo si possa fare, ma avresti un problema col requisito del “meno schierati”.

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