– da Il Secolo d’Italia dell’8 settembre 2010 – Va bene Mirabello, ma dopo dove andiamo? Quando la carovana di Libertiamo si è messa in marcia per questo “luogo dell’anima” della destra italiana aveva ben chiara la tappa, ma non la meta. Per quanti frequentano e alimentano questa nicchia di opinione “super-lib”, che il rigetto del PdL ha regalato ad un Gianfranco Fini curioso e interessato, Futuro e Libertà era una scommessa aperta dopo una scommessa persa, quella del partito “berlusconiano”.

Attorno a Libertiamo – l’associazione e il magazine liberale, liberista e libertario, con la sua variegata community politica – c’erano umori diversi, speranze e scetticismi, intransigenze liberali e disponibilità altrettanto liberali e libertarie alla svolta finiana.

Che Benedetto Della Vedova – che di Libertiamo è presidente – avesse ricevuto i galloni di vice-capogruppo alla Camera ispirava fiducia, ma non garantiva l’esito di un percorso che, a molti libertari, pareva troppo “acrobatico” per essere vero. E la storia politica di Fini –  troppo lunga e mutevole per farne un leader di destra “normale” –  suscitava anche qualche comprensibile diffidenza. Più di conformismo, che di trasformismo, come se per rispondere alla destra troppo “anomala” di Berlusconi e per emanciparsi da un’immagine segnata dall’esperienza missina, Fini avesse comodamente scelto di assestarsi su di un liberal-conservatorismo troppo “mediano”.

Che Fini volesse resuscitare An non lo credeva invece nessuno. Era prevedibile che Fini avrebbe celebrato, sentendosene partecipe, una comunità politica legata da forti vincoli di solidarietà morale, non che abbandonasse l’idea di traghettare questa storia in un partito lontano dall’orgoglio minoritario. Non si denuncia il fallimento di un “grande partito” per aprire la boutique monomarca dell’ortodossia finiana.

Cosa si può dire, dopo Mirabello, provando ad interpretare gli umori non solo di quanti sono più direttamente coinvolti nell’avventura di Futuro e Libertà, ma della più vasta community di collaboratori e di lettori, di simpatizzanti e perfino di antipatizzanti della Libertiamo “finiana”? Si possono dire tante cose, ma ci limitiamo alle più utili, cioè alla più critiche.

In primo luogo, le questioni istituzionali. Se Futuro e Libertà rappresenta più l’esigenza che la matrice “organizzativa” del partito maggioritario che non c’è e a cui Fini continua a guardare come ad un fattore indispensabile di modernizzazione politica, bisogna lavorare per salvaguardare sul piano delle regole elettorali una dinamica competitiva, contro una logica consociativa.

Il Porcellum è da rottamare, il sistema dell’alternanza no. Bisogna salvaguardare la centralità del Parlamento dal “governismo” del ghe pensi mi, ma non bisogna tornare al sistema in cui i cittadini votano, ma solo i partiti decidono. Quel che è rimasto in termini di cultura politica della stagione referendaria dell’inizio degli anni ’90 va salvaguardato e non confuso con gli esiti malati del un bipolarismo all’italiana.

Tutte le grandi democrazie, al di là dei sistemi elettorali, maggioritari o proporzionali, funzionano se esistono grandi partiti, che sono sempre anche partiti grandi. Non esiste democrazia efficiente senza partiti –  e questo andrebbe spiegato ai teorici del partito-contorno o del partito usa-e-getta –  ma i partiti che garantiscono una democrazia efficiente non somigliano a quelli “di prima”, come pensano quanti ritengono che “si stava meglio quando si stava peggio”.

Quando il gatto Bossi trascinerà il topo Berlusconi all’autoribaltone si aprirà, di dritto o di rovescio, il dossier della riforma elettorale. In quel quadro, Futuro e Libertà dovrebbe muoversi in modo coerente con l’idea di country-party che Fini ha descritto a Mirabello.

Passiamo al dossier federalista. Che Fini voglia il partito del Sud e lavori in una prospettiva contro-leghista più che anti-leghista è un’accusa che accompagnerà comunque il Presidente della Camera. E’ un’imputazione “a prescindere”, che non consegue all’analisi delle critiche o delle proposte di Fini. Il federalismo fiscale serve a razionalizzare la spesa pubblica locale e a correggerne le dinamiche espansive. Il passaggio dal federalismo della spesa a quello della responsabilità e da quello delle “uscite” a quello delle “entrate” è un interesse non locale, ma nazionale. Fini lo ha detto e anche se lo intonasse sulle note di “O mia bela madunina” non cambierebbe nulla.

Ma il problema, su questo punto, non è replicare alla retorica nordista. E’ non offrire sponde, neppure indirette, ai professionisti del meridionalismo vittimista e ai “caporali” politici della protesta del Sud. E’ riuscire a parlare agli elettori e ai contribuenti ostaggio di classi dirigenti che sul rivendicazionismo territoriale, in Veneto come in Calabria, campano alla grande e continueranno a campare: al Sud fino a che non si spezzerà politicamente il rapporto circolare e vizioso tra sotto-sviluppo economico e sotto-sviluppo politico; al Nord fino a che non si contrasterà seriamente il disegno di fare della Lega Nord una sorta di PCI anni 70, con i suoi uomini ovunque, a intermediare nomine, affari e potere.

In termini più generali, sui temi economico-sociali Fini a Mirabello è stato scrupolosamente fedele al Programma. Ha fatto bene, ma anche no. Il programma per le elezioni 2008 rifletteva il “riflusso tremontiano” e un ideale di rigore e di stabilità simile a quello dei migliori governi del centro-sinistra italiano: il dossier economico ha coinciso con le questioni di finanza pubblica. Ma i problemi di finanza pubblica sono, oggi più che mai, problemi “secondi”.

Al primo posto c’è la capacità di crescere e le condizioni per la crescita. Se vanno bene le aste per i titoli del debito pubblico, non va per questo bene l’Italia. E se l’Italia continuerà, come fa da quindici anni, a crescere meno dei suoi concorrenti europei, prima o poi andranno male anche le aste per Bot e Btp. Alla crescita si legano anche i problemi connessi alla lunghezza e alla larghezza della coperta del welfare, che in Italia scopre la testa dei giovani per scaldare i piedi dei vecchi e destabilizza gli outsider per stabilizzare gli insider.

Anche su questo dossier, peraltro, il programma del PdL non prometteva chissà quale innovazione, che infatti non è arrivata. Fini a Mirabello ha mostrato su molti punti una tensione riformista, ma rimanendo ancorato, perfino nel vocabolario, oltre che nei riferimenti ideologici (né mercatismo, né statalismo) alla scuola dell’ultimo Tremonti. Siamo sicuri che la destra liberal-conservatrice del futuro possa accontentarsi di queste sintesi?

Infine, la questione delle libertà civili e della cosiddetta innovazione sociale. Fini a Mirabello non ne ha parlato. Non doveva, ma avrebbe potuto, anche perché proprio su questi temi – dalla fecondazione assistita, al fine vita – ha consumato le “rotture” più pesanti con il centro-destra italiano e con la tradizione della sua comunità politica. E’ possibile – anzi è probabile – che in questa fase Fini ritenga sufficiente istituire il principio per cui, nel perimetro della destra italiana, le differenze religiose, morali e personali non si giudicano, ma si rispettano, al di là degli equilibri di maggioranza e di minoranza e perfino delle convenienze.

Rispetto al PdL non è un passo avanti, ma proprio un’altra vita. Tuttavia il problema del centro-destra italiano non è solo di rendere legittime le posizioni che nel centro-destra europeo sono prevalenti. E’ anche quello di farle proprie. Occorrerà riparlarne.