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Riparte il processo di pace. Ma ormai l’Anp teme più Hamas che Israele

– Una valanga di parole si è riversata sui lettori su un unico argomento di politica estera: il processo di pace nel Medio Oriente. L’ultimo processo di pace, dopo il fallimento di tutti quelli precedenti, da Oslo ad Annapolis, è iniziato giovedì scorso a Washington, sotto l’egida di Barack Obama.

Il pessimista vede nel processo in corso un nuovo bluff palestinese. A giudicare dalle parole pronunciate ieri dal presidente Mahmoud Abbas, sembrerebbe che sia proprio così. Nonostante tutti i report ottimisti dai colloqui di Washington, Abbas ha negato: a) di accettare compromessi sui confini b) di accettare compromessi sullo status di Gerusalemme (attuale capitale di Israele che, nei piani dell’Anp deve essere divisa in due, la parte Est deve diventare capitale del nuovo Stato palestinese) c) di accettare la legittimità di Israele in quanto Stato ebraico.

Perché? Perché se venisse riconosciuto come tale, non sarebbe legittimato il “diritto al rientro” dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti. Punto sul quale le trattative si sono sempre arenate, visto che Gerusalemme non potrebbe mai accettare la pacifica invasione di circa 5 milioni di arabi, in grado di mutare drasticamente la composizione sociale, culturale e religiosa dello Stato. Per capire il disagio israeliano di fronte a questa prospettiva, è bene fare un parallelo numerico: sarebbe come far accettare agli italiani l’immigrazione immediata di 40 milioni di extracomunitari. Qualcuno sarebbe disposto ad accettare una clausola del genere?

L’Anp minaccia di far saltare le trattative nel caso vi siano nuove costruzioni di insediamenti ebraici in Cisgiordania. Finora congelati, come gesto di buona volontà, i cantieri potrebbero riaprire entro la fine del mese. Ma anche questo sembra più un pretesto che una vera causa di rottura. Che male fanno alla Palestina gli insediamenti ebraici? Israele non ha mai occupato Cisgiordania e Gaza con l’intento di annetterle definitivamente. La presenza dell’esercito è provvisoria (anche se di lungo periodo) e finalizzata a uno scambio di terre in un trattato di pace.

L’insediamento, per la sua natura di colonizzazione stabile, è un segnale che quelle terre possono anche non esser più restituite. Ma Israele non ha mai considerato gli insediamenti come un qualcosa di permanente. Li ha ritirati dal Sinai nel 1982 dopo la firma del trattato di pace con l’Egitto. Li ha ritirati da Gaza nel 2005 dopo la decisione di ritiro unilaterale presa da Sharon. Oltre a non esser eterno, l’insediamento, in sé, non costituisce alcuna minaccia militare. E’ un villaggio, abitato da civili ebrei. Ed è, semmai, un invito alla tolleranza rivolto alla controparte palestinese.

Perché, quando non è possibile (anche per motivi demografici) lo sgombero di intere comunità di coloni, non pensare a una minoranza ebraica interna al futuro Stato palestinese, così come esiste già una minoranza araba interna ad Israele? Questa possibilità, sostenuta pubblicamente dallo stesso premier Salam Fayyad, esiste solo sulla carta?

Ritirandosi da Gaza i terroristi di Hamas e la popolazione infervorata dal ritiro del “nemico” si scatenò persino su serre e sinagoghe lasciate dai coloni, distruggendole completamente. E’ dunque più che comprensibile la paura dei coloni in Cisgiordania, quattro dei quali sono stati trucidati a colpi di pistola da terroristi di Hamas, proprio alla vigilia dei nuovi colloqui a Washington.

Le obiezioni palestinesi e l’atteggiamento di Abbas contro il compromesso, fanno dunque pensare al peggio. Fanno presagire una strategia volta a creare una Palestina mono-etnica, senza ebrei, e un Israele multi-etnico in cui gli ebrei sono minoranza. E’ questo il disegno di lungo periodo di Abbas? Ma sbaglierebbe chi pensa, a questo punto, al matematico fallimento dei nuovi colloqui.

Abbas può accettare un compromesso e far veramente la pace con Israele. Non tanto per il suo vantato “pragmatismo”, quanto per la minaccia posta da Hamas. Il partito islamico controlla Gaza e rischia di rovesciare l’Autorità Palestinese anche in Cisgiordania. Lo ha affermato anche il capo negoziatore Saeb Herekat, la settimana scorsa:

“Se falliscono i colloqui diretti con gli israeliani questo determinerà il fallimento dell’Autorità Palestinese e la vittoria di Hamas”.

Quando i terroristi di Hamas hanno assassinato i quattro coloni ebraici nei pressi di Hebron, la polizia dell’Anp ha sorprendentemente risposto con la repressione dura, con centinaia di arresti. Perché Abbas teme per la sua stessa vita, oltre che per la possibile usurpazione del suo potere da parte del movimento terrorista. Insomma, il fatto che la Palestina sia divisa in due da una guerra civile non è un ostacolo, ma, paradossalmente, un incentivo a fare la pace.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Riparte il processo di pace. Ma ormai l’Anp teme più Hamas che Israele”

  1. paolo scrive:

    > l’insediamento, in sé, non costituisce alcuna minaccia militare. E’
    > un villaggio, abitato da civili ebrei. Ed è, semmai, un invito alla
    > tolleranza rivolto alla controparte palestinese.

    Resto allibito.

    Va bene difendere (il diritto al)l’esistenza di Israele in quanto Stato democratico in M.O.

    Ma chiunque abbia un minimo di consapevolezza di che cosa sono gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, difficilmente può definirli “inviti alla tolleranza”.

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