di CARMELO PALMA – Minzolini ha diritto di fare editoriali? Sì. Ha diritto di dire, dalla tribuna del Tg1, tutto quello che, legittimamente, gli passa per la testa? No. La ragione non si chiama censura o autocensura. Si chiama Rai, il cui editore – nei fatti: i partiti – può giustificare la propria anomalia (c’è un editore più “impuro” di un partito di governo?) solo a patto di non schierare la corazzata dell’informazione pubblica sul campo della battaglia politica.

La neutralità, come è noto, non esiste. Ma è abbastanza chiaro quale sia la mission della Rai (giusta o sbagliata che sia) e quali siano i limiti che il suo statuto politico impone ai direttori di testata o di rete. Si dirà: ma lo statuto della Rai è anacronistico, la sua terzietà impossibile. Bene. Ma questa è una ragione per privatizzare la Rai, non per “privatizzare” il TG1 a spese dei contribuenti. Le opinioni di Minzolini – anche l’ultima, a sostegno del voto anticipato –  sono legittime e diffuse. Certo! Come quelle per cui le riforme della giustizia sono leggi ad personam a vantaggio esclusivo di Silvio Berlusconi. Ma non possono essere “ufficializzate” da un Tg il cui editore è, almeno formalmente, il Parlamento della Repubblica.

Da questo punto di vista, tele-Arcore vale tele-Kabul. Non si può ritenere libera la prima e faziosa la seconda (o viceversa). Minzolini non può giocare a fare l’anchorman della Fox, perché il suo editore non è Murdoch, ma la “politica”. Né può giocare alla “libera informazione” sotto l’ombrello di Palazzo Chigi. Insomma, il direttore del Tg1 è solo l’ultimo di una lunga serie di giornalisti che fanno finta di non lavorare alla Rai. Se non vuole essere “schiavo” della sottile ipocrisia della Rai e vuol tornare a far valere i suoi diritti di giornalista libero può tornare a confrontarsi con il mercato. In attesa che anche la Rai vada finalmente sul mercato, per il bene di tutti.