“One nation under God”, la religione e la destra americana

– La presenza estremamente importante della Religione nella politica americana – in particolare, ma certo non solamente, nella politica conservatrice – rappresenta un elemento caratteristico della differenza culturale americana ed al tempo stesso uno dei fattori che spiazzano maggiormente gli osservatori politici europei. Un po’ come la libertà di portare armi o la pena di morte.

L’America è “one nation under God” come recita il giuramento di lealtà che pronunciano tanto i bambini nelle scuole quanto i deputati all’apertura delle sessioni parlamentari.
E non è infrequente che nei propri discorsi i leader politici americani non si limitino a riferimenti ai valori cristiani, ma chiamino in causa direttamente Dio. Lo ha fatto molto di frequente George W. Bush, ma lo hanno fatto a più riprese anche tanti altri presidenti democratici e repubblicani.

Ma perché negli Stati Uniti l’influenza della religione nella politica e più in generale nella vita pubblica è così importante?

Un’analisi di questo fenomeno deve necessariamente partire da lontano, dalle stesse radici della nazione americana.
Molti coloni sbarcarono in America proprio alla ricerca di una libertà di fede che era loro negata in patria. I primi americani erano pertanto cristiani molto motivati e profondamente religiosi erano anche i Padri Fondatori, come evidentemente riflesso anche dalle parole della Dichiarazione di Indipendenza.

Il tema del rapporto tra Religione ed istituzioni statali ebbe un notevole spazio nella discussione sulla Costituzione e sul Bill of Rights.
Il Primo Emendamento, in effetti, parla proprio di libertà religiosa, sostenendo tanto il fatto che il Congresso non possa limitare la libertà di culto, quanto che esso non possa istituire una religione di Stato.
Vengono enunciati in altre parole i termini di una separazione tra Stato e Chiesa, che nei fatti non ha indebolito le chiese, ma al contrario ha creato le condizioni nelle quali esse potessero prosperare al riparo da compromessi e da incrostazioni.
Come spiega il libro “The Right Nation” di Micklethwait e Wooldridge, formidabile analisi delle ragioni dell’eccezione americana, questa separazione “ha fatto più di ogni altra cosa per preservare la Religione come una forza vigorosa (e generalmente conservatrice) nella vita americana”. Infatti “la destatalizzazione della religione ha iniettato forze di mercato nella vita religiosa. Le organizzazioni religiose non potevano fare affidamento su sussidi pubblici, come invece, ad esempio, la Chiesa d’Inghilterra. Dovevano competere per sopravvivere”.

Si è, nei fatti, avverata la previsione di Thomas Jefferson secondo cui la separazione avrebbe rafforzato le Chiese, “obbligando i ministri del culto ad essere industriosi ed esemplari”.
Così nel tempo si sono formate sempre nuove chiese in grado di veicolare più efficacemente la parola di Dio.
Al tempo stesso il fatto di non ricercare fondi pubblici e trattamenti preferenziali da parte dello Stato ha conferito alle chiese un livello di rispettabilità e credibilità presso la popolazione che non avrebbero conseguito se fossero state percepite nel tempo come colluse con la macchina pubblica.

E’ così che il 73% degli americani si dice credente  che il 59% afferma che la Religione gioca un ruolo importante nella propria vita (contro il 27% degli italiani e l’11% dei francesi).
Al tempo stesso il fatto che il 33% degli statunitensi cambi confessione nel corso della propria vita evidenzia come l’affiliazione religiosa non sia percepita in modo passivo, ma che al contrario sia vissuta in modo attivo e consapevole.
Se in Europa si assiste alla crisi delle vocazione ed al progressivo svuotarsi delle chiese, in America emergono nuove confessioni e sono sempre di più i “Born Again Christians”.

Se i numeri sono questi e siccome la politica si basa sui numeri, non c’è da stupirsi che la Religione pesi tanto nella vita pubblica americana.
E’ tra l’altro significativo che l’assiduità religiosa rappresenti un predittore del voto elettorale molto migliore di tanti altri, incluso il reddito percepito.
Se i Repubblicani ottengono “solo” il 54% dei voti di chi guadagna più di 100 mila dollari l’anno, ricevono invece il suffragio del 79% di coloro che vanno in Chiesa più di una volta alla settimana e – parallelamente – il 33% di chi non ci mette mai piede.

Il pensiero politico della destra religiosa in America non è certo, in quanto tale, maggioritario, ma ugualmente ha un’influenza significativa e crescente.
Anche se la Religious Right è in fondo una delle tante “minoranze” nel melting pot culturale americano, essa è straordinariamente ben organizzata ed ha un notevole potere di mobilitazione e questo risulta un fattore politico decisivo in un paese in cui normalmente solo un elettore su due si reca effettivamente alle urne.
In altre parole negli Stati Uniti non è vero che le elezioni si vincono solamente “al centro”, sottraendo i voti degli “incerti” all’altro partito. Le elezioni si votano anche portando al voto alcuni settori più “duri” dell’elettorato, in genere ideologicamente schierati e molto motivati dalle “issues”, ma che al tempo stesso sono apatici dal punto di vista dell’appartenenza partitica e della partecipazione elettorale.

E’ stato così che la chiave elettorale del doppio successo di George W. Bush nel 2000 e nel 2004 ha risieduto nella capacità di trovare il giusto equilibrio che gli consentisse di parlare da un lato all’elettorato più social conservative, dall’altro a quello moderato.
Così su quei temi dove posizioni troppo conservatrici avrebbero pregiudicato il consenso centrista, come l’aborto o la ricerca sulle cellule staminali, Bush ha scelto di fare alla destra alcune concessioni simboliche, ma non sostanziali.
Al contrario Bush si è sentito autorizzato ad essere più incisivo sul tema dell’educazione all’astinenza sessuale, più facile da recepire per l’elettorato moderato e mediano che largamente riconosce nelle tante gravidanze precoci un notevole problema sociale.

Per certi versi merita notare come alle posizioni conservatrici sui temi sociali il Partito Repubblicano affidi parte significativa della propria strategia di penetrazione tra i nuovi immigrati ed in particolar modo tra gli Ispanici, considerati molto sensibili ai valori familiari e cristiani. Come afferma l’Edmund Burke Institute “ci sono milioni di Ispanici diligenti e di talento che hanno un’eredità cristiana, hanno care le tradizioni che esaltano la famiglia e la comunità e che sono determinati a migliorare i propri livelli economici. Sono tratti che li rendono alleati naturali dei conservatori”.
Nella corsa al consenso ispanico – peraltro molto fruttuosa nel caso di Bush – si tendono semmai a smussare gli aspetti più “liberisti” della piattaforma repubblicana, preferendo veicolare il messaggio più solidarista “que nadie se quede atrás” (“che nessuno venga lasciato indietro”).

Colpisce, poi, quanto il tema dell’aborto continui a rimanere aperto ed oggetto di un dibattito virulento a distanza di oltre 35 anni dalla sua sostanziale liberalizzazione, diversamente da quanto avvenuto nella maggior parte degli altri paesi in cui è stato depenalizzato, dove invece la questione è stata rapidamente “pacificata”.
E colpisce anche siano aperte le questioni della preghiera nelle scuole pubbliche e dell’insegnamento nelle stesse della teoria del disegno intelligente piuttosto che di quella darwininana dell’evoluzione.

Insomma, anche visto da un paese tutt’altro che “laicista” come l’Italia, il dibattito americano sembra risentire di un’influenza religiosa così intensa che può difficilmente essere interpretata fuoriuscendo da chiavi di lettura e da categorie politiche appunto propriamente americane.
Forse solamente l’Irlanda e la Polonia – tra i paesi di cultura occidentale – possono avvicinare il livello di motivazione cristiana della gente e della classe politica negli Stati Uniti.

Se il movimento conservatore nel suo complesso è indubbiamente favorito dal revival cristiano, sarebbe errato pensare che se ne serva strumentalmente.

Come scrive George Nash in “The Conservative Intellectual Movement in America” , a proposito della riscoperta della rinascita del movimento conservatore del dopoguerra,  “se qualche conservatore vedeva di buon occhio il revival della cristianità perché era utile, molti di più erano convinti che fosse giusto”.
Ciò è tuttora vero. L’adesione della maggior parte dei conservatori ai valori cristiani appare sincera e frutto della convinzione che tali valori siano parte integrante dell’”eredità americana”, tanto quanto i concetti di libertà individuale e di governo limitato.
Non viene vista alcuna contraddizione tra i primi ed i secondi, anzi per molti versi i primi fondano il substrato morale che sostiene i secondi.

E’ questa concezione che in fondo è stata alla base del “fusionismo”, quella strategia di avvicinamento e di mutua contaminazione tra libertari, liberali classici e conservatori sociali che, nel tempo, ha trovato le sue più fortunate espressioni politiche nelle leadership di Barry Goldwater, Ronald Reagan e Newt Gingrich.

In linea di principio i liberali devono confrontarsi con il ruolo della fede nella vita sociale ed inevitabilmente anche politica in modo scevro da pregiudizi negativi.
Libertà e religione possono andare di pari passo, specie in un paese come gli Stati Uniti in cui il rapporto tra Stato e Chiese è correttamente impostato.  Lo spiegano, tra i tanti, pensatori liberali e cristiani come Robert Sirico,  Michael Novak e Alejandro Chaufen per i quali la libertà e la moralità sono complementari.
Nella loro ottica la possibilità di compiere scelte libere dalla coercizione rappresenta per molti versi una precondizione necessaria per la virtù e quest’ultima crea sovente le condizioni perché la libertà possa essere più efficacemente difesa.

Non c’è dubbio che negli Stati Uniti le chiese non abbiano maturato i pregiudizi contro l’economia di mercato che sono frequenti in altre parti del pianeta. Prevale, in generale, la visione di un ruolo positivo dell’economia libera, come luogo naturale di espressione dell’azione umana.
Il mercato produce quello che George Gilder chiama “comportamento altruistico”, cioè fa sì che si possa guadagnare non attraverso l’oppressione del prossimo, bensì servendo il prossimo e tende a ricompensare – come scrive Sirico – “osservanza delle regole, onestà, rispetto per gli altri e coraggio”. 

Peraltro nella visione conservatrice l’espansione della sfera pubblica è stata in generale considerata come un elemento di decristianizzazione, nel momento in cui ha sottratto importanti ambiti della vita umana alla società civile e quindi anche alle comunità tradizionali.
E’ in questa prospettiva che il movimento cristiano può rappresentare un alleato dei liberali su determinati temi, come quello della destatalizzazione della scuola e della difesa della scelta educativa dei genitori. Parallelamente esso può vedere con favore un arretramento dello Stato dal controllo primario del welfare, che potrebbe essere restituito sempre più all’ambito della solidarietà volontaria e quindi, in definitiva, anche all’ambito di azione delle chiese.

Qualche crepa nella prospettiva fusionista la può aprire la questione della “naked public square” cioè della presenza o meno di simboli, riferimenti e valori religiosi all’interno della sfera pubblica (dalla scuola statale alle istituzioni politiche). Essa in linea di massima può essere maneggiata, da un punto di vista liberale classico, nel senso della riduzione auspicata del ruolo dello Stato. Gli esiti, va da sé, sono però parzialmente insoddisfacenti nella misura in cui la prospettiva di uno Stato in futuro meno invadente non scioglie il nodo della “neutralità culturale” degli spazi pubblici così come si configurano attualmente.

Il vero problema, tuttavia, è quella serie di posizioni “cristianiste” che – pur con buona volontà –  difficilmente possono essere ricondotte all’interno di un solco liberale.
In effetti spesse volte  i social conservatives non si limitano ad una difesa delle libertà costituzionali, ma assumono invece atteggiamenti più aggressivi, invasivi ed interventisti.
Insomma c’è una parte della “destra religiosa” per la quale i precetti cristiani debbono essere sostenuti a “qualsiasi prezzo”, anche naturalmente a quello di rendere lo Stato il custode della “virtù”.
In questo senso non solamente si passa sopra il diritto individuale alla scelta, ma anche ai “diritti degli Stati” di legiferare negli ambiti che non sono stati conferiti dai Padri Fondatori al governo federale. Significativo da questo punto di vista il recente tentativo di far approvare un emendamento costituzionale che vieti ai singoli stati il riconoscimento dei matrimoni omosessuali, così come l’appello a favore di interventi federali volti a fermare tentativi locali di legalizzazione della marijuna o del suicidio assistito.

Già Pasquale Annichino evidenziava qualche giorno fa da questo webmagazine la sostanziale contraddittorietà delle posizioni socialconservatrici sugli overrule del potere giudiziario sugli impianti legislativi, a seconda del giudizio di merito che di volta in volta si dà su di essi. Una riprova che l’affermazione di una certa agenda sociale viene anteposta all’affermazione di una certa visione costituzionale.
Particolarmente delicate, poi, le questioni riguardanti la sessualità ed i diritti riproduttivi, sui quali la destra religiosa spesso invoca l’intervento legislativo per vietare determinate scelte e per incentivarne altre attraverso il finanziamento di appositi programmi di intervento pubblico.

In definitiva ci sono tutti i presupposti perché i temi etici e valoriali restino centrali nella politica americana dei prossimi anni e la piena comprensione della valenza dell’anima cristiana dell’America è indispensabile se si vogliono decriptare – da qui – molte delle dinamiche del dibattito a stelle e strisce. Difficilmente le rivendicazioni conservatrici in campo sociale si affievoliranno. La vera questione che si porrà è se prevarrà l’orientamento ad inquadrarle all’interno della cornice liberale dei diritti individuali e del governo limitato oppure se avranno la meglio anche a destra le tendenze che vedono nell’azione statale uno strumento primario per l’avanzamento di determinate visioni sociali e culturali.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

6 Responses to ““One nation under God”, la religione e la destra americana”

  1. DM scrive:

    Marco, ottimo pezzo.

  2. DM scrive:

    nota a margine: dubito che un poll sul sito “christian today” sia da considerarsi scientificamente accettabile e rappresentativo dell’intera popolazione sotto osservazione.

  3. Marco Faraci scrive:

    Ciao,
    solo che precisare che il Poll non è di ChristianToday ma è di Financial Times/Harris e il valore del 73% è abbastanza “mediano” rispetto all’esito di altri sondaggi che si possono trovare sullo stesso tema.

  4. DM scrive:

    “The poll was conducted online by Harris Interactive among 12,507 adults between November 30 and December 15.” commissionato dal Financial Times. Sarebbe interessante valutare come hanno condotto il poll sotto il profilo statistico.

  5. Germano scrive:

    ciao Marco,
    hai scritto:
    “Forse solamente l’Irlanda e la Polonia – tra i paesi di cultura occidentale – possono avvicinare il livello di motivazione cristiana della gente e della classe politica negli Stati Uniti”.
    L’Irlanda e la Polonia sono forse le 2 nazioni dove i cattolici sono più attivi, cio’ avviene sotto la spinta di un altro stato la Città del Vaticano e sempre attraverso il coinvolgimento delle autorità statali e locali irlandesi o polacche.
    Negli U.S.A. invece sono i born again christians locali ad essere i più attivi.
    Sì, viste dall’esterno le situazioni sembrano simili, ma posso dirti che all’interno sono completamente diverse.
    Nel complesso ottimo articolo, complimemti.
    Ciao
    Germano

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