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Ricomincia l’anno scolastico. Ragazzi, studiate, ma non fate i compiti!

– Quanto scrivo non è supportato da dati certi e analisi approfondite. E’ soltanto il frutto di alcune riflessioni, basate sull’esperienza (personale) e sull’osservazione (parziale). Lo dico subito per evitare equivoci, ma lo dico anche perché spero che le mie considerazioni possano stimolare un dibattito in cui dati certi e analisi più approfondite sono benvenute.

Il punto di partenza è la sensazione che quanto la scuola italiana offre ai suoi utenti in termini di “strumenti utili per la vita” (passatemi questa genericissima definizione) sia molto, ma molto meno di quanto essa invece toglie, in termini di tempo. La scuola non riesce, per le sue inefficienze, a offrire ciò che deve offrire durante l’orario scolastico, e di conseguenza il tempo che uno studente deve dedicare alla scuola va ben oltre l’orario scolastico. Ma al tempo stesso, quello che la scuola deve offrire “da contratto” ai suoi fruitori non è sufficiente. Non perché la scuola debba offrire di più, ma perché l’apprendimento passa anche per altre strade.

Il tempo che la scuola regolarmente divora nei pomeriggi degli studenti viene sottratto al tempo che ogni giovane individuo dovrebbe poter usare per seguire le sue personali strade di curiosità, interessi, passioni. Ho assistito con impotenza alla perdita progressiva di interesse da parte di mio figlio verso tutte quelle cose che fino all’inizio delle elementari lo incuriosivano attivamente (animali, scienza…). Quando si passa metà pomeriggio a cantilenare italiano e matematica rimane poca voglia per andare oltre la tv o la playstation.

Credo che il primo equivoco alla base di questo problema sia il fatto che spesso gli insegnanti non ritengono di dover valutare i risultati, comunque questi vengano conseguiti, ma il modo in cui viene seguito il metodo da loro proposto (anzi, proposto dal ministero): invece di concentrarsi sulla macchina, ci si concentra sul manuale di istruzioni. Questo aumenta in maniera esponenziale il carico di lavoro degli insegnanti e degli studenti, ma ne diminuisce in maniera proporzionale la produttività, che forse si può misurare anche in termini di creatività e propositività (per gli insegnanti) e di curiosità, dinamicità nell’apprendere e capacità di “diversificare” le fonti dell’apprendimento (per gli studenti).

La scuola dovrebbe restituire tempo ai ragazzi, e lasciare che lo impieghino come credono, salvo poi valutare seriamente (e severamente) il loro lavoro. Già l’offerta scolastica è mortificata dalla gestione monopolistica che il sistema pubblico impone. Ci manca solo che il monopolio statale sull’apprendimento arrivi fino all’ora di cena ed oltre.

Il tempo libero non è tempo vuoto. Diventa vuoto e futile se è troppo poco e se si è troppo annoiati dal modo in cui si è stati costretti ad impiegare il resto del tempo per riuscire a renderlo utile e produttivo. Forse, mentre il ministero e i sindacati rimettono in scena, come ogni anno, l’ennesima replica della stessa farsa, uno “sciopero dei compiti” potrebbe essere una bella novità.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Ricomincia l’anno scolastico. Ragazzi, studiate, ma non fate i compiti!”

  1. Michele scrive:

    Che in fondo imparare l’italiano e la matematica non è poi così importante, rispetto ad aver tempo per correre a carezzare i gattini.

  2. filipporiccio scrive:

    La mia esperienza personale è stata variegata. I compiti a casa sono sicuramente buona cosa, se la scuola occupa solo la mattina, e se sono in quantità ragionevole. E’ normale passare un paio d’ore al giorno a studiare/fare i compiti (cumulativamente per tutte le materie). Tuttavia ci sono moltissimi insegnanti che non sanno dosare né distribuire il carico di lavoro, per cui si trova magari nelle vacanze di Natale a dover leggere e commentare 4 romanzi, fare 200 esercizi di matematica, tradurre 20 versioni di latino e così via; e casi in cui per 4 mesi non si studia nulla, perché il “prof.” non interroga, e poi c’è l’interrogone di fine quadrimestre in stile esame universitario. Ci sono addirittura insegnanti che danno più compiti dal sabato per il lunedì, perché NON CAPISCONO che la domenica è un giorno festivo nemmeno se glielo spieghi. 50 anni fa, mi garantiscono i genitori, in un’ora si faceva lezione e si interrogava, a caso, sulle NOZIONI impartite nella lezione precedente; al pomeriggio si impiegavano quei 15 minuti a studiare per il giorno successivo. In genere si imparavano le cose, e non mancava il tempo libero. Si prendeva 3 se non si studiava ma non era un dramma. Nessuno dava da studiare cose che non aveva spiegato. Perché si è abbandonato questo semplice e provato modello di insegnamento? Io ho trovato professori che facevano interrogazioni di un’ora (al liceo), che pretendevano analisi sociopolitiche collimate con la loro ideologia, che davano compiti delle vacanze assurdi. Ho trovato anche professori che facevano bene il loro mestiere, ma sempre meno man mano che andavo avanti nel percorso scolastico. Oggi, avendo avuto l’occasione di parlare con un po’ di insegnanti, temo che la situazione sia disastrosa, vista la palese scarsità di buonsenso che regna nel sistema scolastico. Ecco un dialogo plausibile:

    – Perché ci mettete un’ora a far l’interrogazione?

    – Perché gli studenti non studiano e bisogna tirargli fuori le informazioni col forcipe.

    – Vero, ma non basta dargli 3 dopo 5 minuti se non hanno studiato?

    – Eh… se li mandi a casa con 3 in una situazione del genere i genitori se la prendono con te.

    Dove si va se la situazione è questa?

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