di CARMELO PALMA – Fini  ha ieri detto che il progetto del PdL è fallito sull’essenziale, cioè sulla costruzione del partito.  Come dargli torto. L’espulsione del Presidente della Camera, capricciosamente decretata da un Berlusconi convinto che le cose fossero più facili di quanto sembrassero, ha poi segnato un punto di non ritorno, da cui si può solo guardare avanti e non tornare indietro. 

Da questo punto di vista, Fini ha preso atto di una situazione di fatto, che tutti, ben prima delle sue parole, potevano vedere con i propri occhi e giudicare. Ovviamente, ciascuno secondo i propri interessi. I berlusconiani hanno ritenuto che la “lezione” impartita al Presidente della Camera servisse a neutralizzare il dissenso del co-fondatore, i finiani che lo scontro aperto potesse liberare la leadership di Fini dalle catene di un’obbedienza pretesa e misconosciuta alla leadership berlusconiana. I fatti al momento danno ragione ai secondi.

Il passaggio dalla finzione del partito alla realtà del non-partito non disegna un centro-destra molto diverso da quello che è stato, ma ancora più lontano da quello che doveva essere. Futuro e Libertà non è il “nuovo partito”, ma il riconoscimento onesto di una falsa partenza, che non consente di sacrificare nulla agli impegni di governo, ma obbliga a ridiscutere tutto della geografia politica del centro-destra italiano, mai così vasto né così vuoto.

A chi sperava che Fini rispondesse al suicidio del partito con l’omicidio del governo, Il Presidente della Camera non ha dato ragioni di ottimismo. Se Berlusconi vuole, il governo deve “ribaltarselo” da sé. E a chi sospettava che Fini sgombrasse il campo del centro-destra per infoltire le fila dell’opposizione anti-berlusconiana, Fini ha risposto in modo impegnativo: non se ne va, né se ne andrà. Al PdL, che non c’è più, pensa che occorra rispondere lavorando al PdL che non c’è ancora, e di cui Futuro e Libertà vuole rappresentare l’esigenza politica, prima che la “matrice” organizzativa.

Che Fini abbia celebrato questo doloroso distacco dal berlusconismo riaffermando la continuità della destra italiana e riscoprendone il vocabolario più sensibile alle “ragioni del cuore” era per molti versi inevitabile. Non ha rinnegato la “fogna” in cui ha imparato a fare politica e si è orgogliosamente ribellato alla gogna che le impertinenze contro il Cav. gli hanno meritato. Da Mirabello è uscito quindi un Fini molto “di destra”, ma tutt’altro che intento a riesumare l’identità minoritaria della destra italiana.

Che ieri non volesse annunciare la formazione di “un’An in sedicesimo”, ma di rivendicare le ragioni di una destra aperta e meticcia, quale il PdL doveva essere e non è stato, Fini lo ha detto subito e lo ha detto bene. A scanso di equivoci e fors’anche di illusioni. Per il momento, dal nostro punto di vista, tanto basta e avanza.

Qui il testo dell’intervento di Gianfranco Fini a Mirabello (da www.ffwebmagazine.it)

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita