Miliband vs Miliband. Come rinasce il Labour post-blairiano

 – Dal primo settembre sono aperti i ballot per la leadership del Labour Party. La competizione, scattata all’indomani della sconfitta elettorale dello scorso maggio, si risolverà il 25, alla vigilia della Conference, il primo congresso fuori dai giochi del potere per la generazione nata nel fu partito di Tony Blair.

Del nuovo leader si conosce già il cognome – Milband.
Miliband nel senso di David. Oppure Miliband nel senso di Ed.
Fratelli-non-coltelli (hanno offerto entrambi la disponibilità, se sconfitti, a collaborare col vincitore), ma portatori di visioni antagoniste sul futuro del partito e l’eredità, controversa, di quel New Labour nato nel 1994 con l’abolizione della Clause IV (che per statuto fissava nella collettivizzazione dei beni la finalità del partito), l’emancipazione dalle Unions (cioé la fine della ‘vocazione proletaria’) e l’avvio della Terza Via (la prospettiva liberal-socialista che ha portato, tra l’altro, all’ingresso del mercato nei servizi pubblici).

David ed Ed sono entrambi, a dispetto della giovane età, protagonisti del quindicennio neolaburista. David, il maggiore, già nel 1997 è responsabile della policy unit nel primo gabinetto blairiano, fa carriera nel corso dei tre mandati, approda infine al Ministero degli Esteri durante l’infecondo biennio browniano. Ed – il minore – è un gordoniano della prima ora, ha assunto anch’egli ruoli (per lo più junior) nei successivi governi centro-sinistri consolidando tuttavia una crescente influenza nel policy design del partito, divenendo presto tra le più rispettate intelligenze strategiche dell’alternativa browniana.

David ed Ed sono figli di un’era politica che non c’è più. Gli spettri di Blair e Brown– è vero – aleggiano ancora sulla vita pubblica nazionale. La risonanza mediatica suscitata dalle memorie di Blair – A Journey –  non fanno che confermare quanto aperti siano ancora i conti tra la Gran Bretagna ed il suo ex Premier. Tra il Party e quel suo leader antropologicamente diverso che, per la prima volta nella storia, ha consegnato ai laburisti tre schiaccianti vittorie consecutive.

L’era Blair-Brown è stata, come la precedente fase Thatcher, un periodo di cambiamenti politicamente epocali. Fare i conti con quelle figure del passato, con le rispettive eredità, con le (tante) contraddizioni ed i (non irrilevanti) successi non è tuttavia un processo affatto assimilabile alla patologica introversione da cui è affetta la sinistra italiana, dalla conclusione della sua prima – anch’essa, a suo modo, storica – conquista del potere (il governo D’Alema echeggia i successi della Terza Via clintonian-blairiana, o almeno di quella poderosa era della nuova sinistra internazionale, certamente beneficia).
Lì, in Uk il parricidio necessario alla rigenerazione ideale, progettuale, politica del partito si è cominciato a consumare un minuto dopo l’uscita di scena dei padri. In Italia, i padri, non sono stati seppelliti mai.

David ed Ed dunque sono figli del New Labour. Ciò tuttavia non ha impedito loro di metabolizzarne la fine. Maturare una riflessione autonoma sull’esperienza passata ed una visione antagonista sul futuro politico del partito, pianificare strategie tra loro alternative rispetto al modo di fare opposizione e costrutti non proprio affini rispetto alla issue centrale della riflessione politica contemporanea: il ruolo dello stato.

David ed Ed, a dire il vero, muovono da letture diametralmente opposte della crisi internazionale che ha duramente penalizzato l’alta finanziarizzazione dell’economia britannica. Opposte, dunque, anche le soluzioni proposte. Ed condanna la brutalità del mercato, ponendo nel ritorno allo Stato interventista l’argine etico alle brutture del mondo (il sostanziale fallimento degli investimenti enormi fatti dai tre governi laburisti sulle infrastrutture sociali per rimuovere gap e povertà non hanno, evidentemente, suggerito ad Ed una riflessione sui limitati effetti dell’intervento pubblico, per quanto innovativo, per quanto radicale!). È, la sua, la retorica socialdemocratica classica – tassare i ricchi e ridistribuire ai poveri, colpire la finanza e sostenere il ritorno dell’economa industriale.

Per David, al contrario, la crisi non ha affatto decretato il fallimento della suggestione liberale né riportato in voga la chimera dello Stato-salva-tutto (“siamo socialisti – dice – mica statalisti”). Al contrario del fratello, dunque, David non solo rivendica la solidità del costrutto New Labour, ma rilancia la necessità di servire la vocazione progressista accompagnando con le riforme, non con la conservazione, i processi di modernizzazione economica e sociale  – “We must become again the innovators and reformers and not just the defenders of the public sector.”

Dibattito encomiabile. Forse non dramatic enough per fare la storia se è vero – come scrive sul Financial Times un ex policy adviser di Blair e Brown, Patrick Diamond – che nella campagna per la leadership non c’è stato un ‘momentum’ paragonabile a quello della Clause IV. Non si è sentito da alcuno dei candidati – osserva insomma Diamond – annunciare “the end to Labour’s fixation with traditional state power”, né un discorso radicale su come “make it again the party of moral, not mechanical reform”.

Non c’è stato un ‘momentum’, è vero. Quantomeno non ancora.
La questione che ci preme qui affrontare tuttavia non riguarda tanto le sorti del New Labour – se il suo futuro sarà Old, New, o semplicemente True – quanto il metodo, plasticamente celebrato in questa competizione, con cui un partito nella civiltà democratica più evoluta d’Europa si predispone, attraverso la costruzione di una nuova leadership, a riacquistare centralità nel discorso pubblico nazionale.

Archiviato il passato, metabolizzata la sconfitta, preso atto della novità culturale rappresentata dall’asse Cameron-Clegg, nel Labour convivono oggi (almeno) due visioni antagoniste che si sfidano – ohibò – su argomenti politici. Solo su quelli. Niente consorterie, niente fango sull’avversario. Una competizione tra visioni e strategie che si ricomporrà il 26 settembre, alla prima Labour Conference dell’era post-blairiana. Non saranno, da quel momento, solo pacche sulle spalle ed attestati di fedeltà al neo-decretato vincitore: rimarranno le differenze, non si taccerà il dibattito. Non si silenzieranno le minoranze, non si punirà il dissenso.
Il leader sarà il leader di tutti, ma non per statuto. Non per legge. Non a vita.

Banale a dirsi: l’autorevolezza di una leadership non si blinda dietro l’intangibilità del comando. Va da sé che un leader – un leader vero – favorisce il confronto perché è quello che dà nutrimento alla sua stessa credibilità. Un padrone, al contrario, il confronto lo teme. Ma questo è un altro discorso e comunque ogni riferimento a Berlusconi ed alla sua peculiare concezione delle prerogative e funzioni del comando è – mi si conceda – assolutamente casuale.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “Miliband vs Miliband. Come rinasce il Labour post-blairiano”

  1. FRANCO scrive:

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    http://www.west-info.eu/it/labour-cerca-leader/

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