Guzzetta scrive a Fini – ‘Non è più tempo di difendere lo status quo’

di GIOVANNI GUZZETTA – da Il Secolo d’Italia del 3 settembre 2003 –

Caro Presidente Fini,

Mi permetto di scriverle memore delle tante battaglie comuni per il rinnovamento istituzionale della nostra democrazia.
C’è grande attesa per il Suo intervento alla Festa Tricolore.

Alcuni hanno già espresso un giudizio definitivo (positivo o negativo) sulle scelte che Lei e coloro che la sostengono hanno compiuto negli ultimi mesi. Altri, invece, e credo siano la maggioranza, quel giudizio lo hanno sospeso, in attesa di conoscere con maggiore precisione quale prospettiva politica Lei si proponga di perseguire.

Credo che i dubbi e le perplessità di chi guarda alla politica conservando ancora un atteggiamento disinteressato derivino anche dal contesto in cui gli eventi di oggi ci collocano.
L’Italia vive un momento molto difficile. Per la prima volta, dopo alcuni anni, la prospettiva non è più così chiara. Quello che sembrava un guado tra la Prima e la Seconda Repubblica, appare a molti come una deriva di cui non si riesce a scorgere l’approdo.
E si fanno strada, gonfiandosi il petto, le voci di quanti, fin dal primo giorno, hanno scommesso sul fallimento del bipolarismo e della modernizzazione della politica. Interessati, quanto e più di prima, e tronfi, il petto gonfio nel ruolo di novelle Cassandre, costoro vorrebbero accreditare un’antistorica  lettura degli eventi, secondo la quale tutti i mali dell’Italia dipendono dall’aver abbandonato le miti plaghe della Prima Repubblica, nella quale cittadini remissivi si affidavano messianicamente alle alchimie dei partiti, depositari e interpreti della volontà generale.

Poco importa se quei partiti facevano e disfacevano i governi sulla testa degli elettori, poco importa se sperperavano risorse pubbliche per accumulare un consenso drogato, poco importa se il debito pubblico aumentava a dismisura, gravando sulle generazioni future.
Lei ha il merito, insieme ad altri, a cominciare da Berlusconi e Prodi, di aver accettato di giocare un’altra partita nella politica italiana. Di avere scommesso sul cambiamento, per liberare il nostro paese dalla risacca di un sistema politico ormai al tramonto, qual era quello della Prima Repubblica.
Oggi però, per tante ragioni, torna la domanda su quale partita si voglia giocare. La sfida sembra riaprirsi e le alternative sono ancora una volta quelle della direzione da intraprendere.

Sono sempre più convinto che la crisi della Seconda Repubblica dipenda da quanto non si è fatto o non si è voluto fare sulla strada dell’innovazione, non dal fatto che quella strada fosse errata. La Seconda Repubblica è in crisi perché è un’incompiuta, puntellata da uno stato di emergenza permanente che non si è mai trasformato in normalità.
In questa “Incompiuta” persiste una retorica passatista e ipocrita sulla bontà di istituzioni che, invece – proprio perché lucidamente pensate per un’epoca storica lontana ormai anni luce (la guerra fredda) -mostrano oggi tutte le proprie debolezze.
In questa “Incompiuta” è mancato il contributo dei partiti moderati all’edificazione del bipolarismo. Essi, sinora, hanno preferito lucrare i propri consensi demonizzando la democrazia dell’alternanza, coltivando nostalgie per le manovre parlamentari e l’equilibrismo neocentrista e preferendo erodere piuttosto che costruire.
In questa “incompiuta” i grandi partiti si sono dimostrati ancora largamente inadeguati al ruolo di pilastri di una moderna democrazia e dunque capaci di contenere in se stessi il fisiologico dissenso interno. E’ prevalsa invece la paura di restare paralizzati da quei dissensi o il cedimento alle forme consociative dei caminetti e dei vertici.

In questa “incompiuta”, infine, nessuno, veramente nessuno, è riuscito a rinunziare all’uso di quei poteri di veto paralizzanti, che rendono la nostra democrazia spesso così impotente e inconcludente, salvo poi imporre il ricorso agli strumenti e alle improvvisazioni emergenziali.

E’ a questo crocevia che si collocano anche gli interrogativi e le attese sulle sue decisioni.

Non spetta a me entrare nel merito delle questioni più squisitamente politiche. Mi limito a dire che, oggi, c’è un grande bisogno di coraggio.
C’è bisogno di compiere ciò che è rimasto ancora incompiuto. Vincendo l’ipocrita difesa dello status quo, in nome della retorica dello “scontro di civiltà” tra berlusconiani e antiberlusconiani e affrontando a viso aperto il cipiglio scandalizzato delle vestali dell’ortodossia nostalgica.

Lei è stato un sostenitore della proposta presidenzialista, della modifica della legge elettorale in senso uninominale, del superamento del bicameralismo paritario, della riduzione del numero dei parlamentari, di una migliore e più moderna definizione dei rapporti tra maggioranza e opposizione, di un più equilibrato rapporti tra i poteri dello Stato. Sappiamo troppo bene che senza istituzioni efficienti e moderne nessuno dei problemi materiali che assillano le persone potrà essere veramente risolto. E sappiamo bene che la politica ha un bisogno enorme di responsabilità personale e ricambio.

Federalismo e Presidenzialismo, insieme ad un’adeguata riforma della giustizia, potrebbero essere un ottimo punto di equilibrio per assicurare efficienza e tutelare l’unità nazionale.
E’ giunto il momento di riprendere quelle battaglie. E’ giunto il momento per l’Italia di aprire veramente una fase costituente, abbandonando l’illusione che la politica possa compensare sempre e comunque le carenze strutturali di un sistema istituzionale inadeguato e per questo sempre più delegittimato agli occhi dei cittadini.

E per quanto tutto ciò possa apparire al limite dell’utopia nel clima arroventato di oggi, non bisogna dimenticare che il realismo del navigare a vista – da cui tutti sono tentati – può uccidere l’ambizione e la passione per le cose grandi, che muovono l’impegno civile. Senza di esse la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente.

Sono certo che su questa piattaforma si possano trovare tante convergenze, nella politica e nella società civile, a cominciare dalla maggioranza che lei sostiene.
E’ un modo per continuare con orgoglio sulla strada intrapresa e fugare i dubbi che la nostra scommessa sia stata troppo ardita per l’Italia.

Giovanni Guzzetta


Autore: Giovanni Guzzetta

Nato a Messina nel 1966, è un costituzionalista italiano. Presidente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) dal 1987 al 1990, attualmente è professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Roma "Tor Vergata", nonché titolare della cattedra Jean Monnet in Costitutional Trends in European Integration nel medesimo ateneo. Presidente del comitato promotore dei referendum costituzionali, ha elaborato gli attuali quesiti referendari ed è stato, nel 1993, l'ideatore, insieme a Serio Galeotti, dei quesiti per il referendum sulla legge elettorale. È coautore di un manuale di diritto pubblico italiano ed europeo, nonché autore di diverse monografie.

3 Responses to “Guzzetta scrive a Fini – ‘Non è più tempo di difendere lo status quo’”

  1. Antonluca Cuoco scrive:

    10.100.1000 volte SI

  2. ROBERTO GIULIANO scrive:

    scusate ma non credo che fini possa rappresentare questa novità, anzi non posso dimenticare che al raphael mandava i missini atirare le monetine a craxi e quest’uomo che tira il sasso e poi nasconde la mano potra mai essere uno statista oo un leader al massimo un uomo di palazzo che fara’ gli interessi del palazzo e personali, le stesse idee sulla laicita’ purtroppo sono solo strumentali alla rottura con il pdl, qui doi nuovo non c’è nulla e tutto talmente vecchio e già visto,oltre tutto questa convergenza con l’anima giudiziaria del pd ha poco a che vedere con la legalita’ ma con l’eversione di certa magistratura alla di pietro

  3. Patrizia Franceschi scrive:

    Ma perchè secondo voi Fini e il suo nuovo partito sono per il sistema bipolare? Inoltre non mi sembra proprio che sia ancora per il presidenzialismo. E’ cambiato molto Fini in questi tempi.

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