Come il nucleare ci eviterà ‘amicizie’ imbarazzanti in giro per il Mondo

– La sicurezza energetica non è un argomento per autarchici. Il fatto che l’Italia dipenda da pochi stati per l’approvvigionamento delle fonti energetiche ha delle chiare implicazioni nella politica estera.

Più che il fatto di dover importare il 15% dell’energia consumata da paesi come la Svizzera, la Francia, ma anche l’Austria e la Slovenia, il dato rilevante è che due terzi dell’energia prodotta in Italia sia ricavata dalla combustione di idrocarburi importati da paesi non democratici e ancor meno affidabili. La triste realtà è che per approvvigionarsi delle materie prime necessarie non si devono assumere impegni con imprese libere di condurre il virtuoso gioco del profitto, ma con governi che fanno un uso politico, se non armi di ricatto, delle ricchezze del proprio sottosuolo.

Il 77,4% della energia prodotta in Italia è ricavata dalla combustione di idrocarburi; in grande parte si tratta del gas naturale, che copre metà del fabbisogno dell’industria elettrica italiana, ma anche di prodotti petroliferi ed altri idrocarburi.

Il gas importato in Italia nel 2008, pari a 76,9 miliardi di metri cubi e destinato a coprire il 90,5% del fabbisogno nazionale, è provenuto per il 33,8% dall’Algeria, per il 30,55% dalla Russia, per il 12,8% dalla Libia. L’Italia deve chiedere il conto a tre regimi autoritari per portare a casa il 76,5% del gas destinato alla produzione energetica.

Il 92% del consumo interno di petrolio greggio, in buona parte impiegato nei trasporti, ma anche per la produzione energetica, è coperto dagli approvvigionamenti esteri. I maggiori esportatori verso il nostro paese sono la Libia (28,5%), la Russia (15,5%), l’Azerbaigian (12,8%), l’Iraq (12,4%) e l’Iran(7,3%).

Fare affari con due dittature del calibro di Libia e Russia porta all’Italia il 43,3% del gas naturale e il 44% del petrolio importati; il prezzo è alto, in termini sia politici che economici, visti gli elevati costi dell’energia nel nostro paese, in parte mitigati dall’importazione a prezzi convenienti di energia da produttori di energia nucleare.

In Svizzera, da cui importiamo il 7,5% dell’energia consumata in Italia, il 17% dell’energia è prodotta da fonte nucleare; in Francia, da dove proviene poco meno del 5% dell’elettricità immessa dall’estero nel nostro sistema elettrico, tre quarti dell’energia è generata da reattori nucleari.
In più la dipendenza dagli idrocarburi rende l’economia vulnerabile sia a rischi di origine politica che alle dinamiche dei prezzi di due materie prime interconnesse e spesso dettate da contingenze politiche, più che da sani meccanismi di mercato.
Per quanto le rinnovabili presentino vantaggi nell’ottica della diversificazione del mix energetico, si tratta di una produzione in molti casi ancora inefficiente (paghiamo l’energia solare circa sette volte quella prodotta con le fonti tradizionali) e soprattutto non è programmabile (almeno per quanto riguarda il fotovoltaico e l’eolico).

Nel contesto qui delineato, è evidente come il nucleare si candidi a contribuire ad un mix energetico più equilibrato e a diminuire la dipendenza energetica (e politica) dagli idrocarburi russo-libici.
Si obietta rilevando la carenza di uranio e plutonio nel paese che condurrebbe comunque a nuovi flussi di importazione a parziale sostituzione degli attuali.

L’industria estrattiva dell’uranio è però concentrata in paesi diversi come l’Australia, che ospita il 31% delle riserve esistenti, il Kazakistan (12%), il Canada (9%), oltre alla Russia (9%), ed ancora il Sud Africa, la Namibia, il Brasile (5%) e gli Stati Uniti (4%).
Poter contrattare con più paesi esportatori, per di più retti da stabili democrazie è senz’altro più vantaggioso e sicuro. Con ogni evidenza, allevierebbe anche la pressione che ci porta a stringere forti ed imbarazzanti amicizie con regimi alieni ai più basilari principi di libertà.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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