– Strano Paese l’Italia! Un Plutarco redivivo troverebbe interessante dedicare un capitolo di una nuova edizione delle Vite parallele, raccontando la storia (parallela, appunto) della Fiat e della Telecom. Mentre sulla Telecom vale la consegna del silenzio, il gruppo automobilistico è al centro da mesi di polemiche arrabbiate ed è oggetto di accuse durissime. Per criticare alcune scelte del management (sì, proprio quel Sergio Marchionne, l’uomo dal maglione blu, fino a poco fa osannato come un demiurgo dell’industria manifatturiera) si sono scomodati in tanti, persino il Presidente della Repubblica e la Cei.

Eppure, la Fiat – unica azienda multinazionale che manifesti l’intenzione di scommettere sul nostro Paese – ha presentato un piano di consolidamento della sua presenza in Italia (in una dimensione attenta alle strategie della globalizzazione) con investimenti per 20 miliardi in sei anni. Soprattutto, la Fiat, inaspettatamente, ha indicato una prospettiva positiva per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, nonostante le troppe criticità che caratterizzano quella realtà produttiva, occupazionale ed ambientale. Per non vanificare questo impegno produttivo la Fiat ha negoziato con i sindacati (quelli che si sono resi disponibili) alcune misure idonee a contrastare un assenteismo ed una conflittualità anomali, come tali riconosciuti e ammessi da tutti. L’intesa è stata sottoposta ad un referendum che ha visto un’altissima partecipazione e riscontrato un voto largamente favorevole.

Su questa vicenda sono state dette e scritte delle cose assolutamente sopra le righe. Si sono mobilitati i giuslavoristi, i media, in un’assurda contrapposizione tra lavoro e diritti, come se l’alternativa fosse quella di scegliere tra il “tengo famiglia” e rinunciare alla propria dignità di lavoratori o  il tenere la schiena diritta e respingere i ricatti dell’ad amerikano

Poi è venuta la vicenda di Melfi. La Fiat (con un occhio a Pomigliano dove i Cobas avevano proclamato uno sciopero del lavoro straordinario fino al 2014: alla faccia del modello tedesco di relazioni industriali!) ha voluto mandare un segnale forte, procedendo al licenziamento di tre operai, due dei quali delegati della Fiom. Il giudice di primo grado ha ritenuto che non sussistesse un comportamento riconducibile al sabotaggio ed ha condannato la Fiat alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Fiat, fermo restando l’attribuzione delle spettanze,  si è avvalsa della facoltà di non accettare la prestazione lavorativa (in modo conforme alla giurisprudenza prevalente) pur riconoscendo ai lavoratori la possibilità di svolgere, in azienda, le loro funzioni sindacali.

A fronte di questa linea di condotta è successo di tutto, con un’orgia di parole, valutazioni e critiche che hanno riaperto le polemiche appena sopite dopo il caso Pomigliano. In sostanza, Sergio Marchionne non è sicuramente un “profeta in patria”.

Ebbene, nelle stesse ore in cui la Fiat finiva alla gogna, si svolgeva, alla Telecom,  un altro negoziato che si concludeva, mediante un accordo sottoscritto da tutte le sigle, Cgil inclusa, con la mobilità (volontaria) di 3.900 lavoratori, destinati a diventare entro qualche anno 6.500. E ovviamente con la prospettiva di uno sbocco nel prepensionamento. Non saremo certo noi a negare la necessità di processi importanti di ristrutturazione nel settore delle telecomunicazioni (anche se non ci risulta che si sia esercitato, per quanto riguarda le prospettive,  lo stesso puntiglioso esame riservato a Fabbrica Italia). Ma è singolare che ad un’azienda che licenzia si facciano ponti d’oro, mentre una che difende l’occupazione venga sbattuta in prima pagina come se fosse “un mostro”. Viene in mente la scena finale del film  I soliti ignoti, quando Capannelle dice al personaggio interpretato da un grande Vittorio Gasmann (che finisce in un cantiere edile): “Lì ti fanno lavorare”.

L’errore di Marchionne è proprio questo, in un Paese dove la massima aspirazione si chiama pensione, meglio se anticipata, non è una buona politica pretendere che la gente lavori. Vi siete chiesti perché in Italia la massa d’urto del sistema produttivo è costituito da piccole imprese? La risposta è semplice: il numero dei loro occupati li mette al sicuro dall’applicazione dello Statuto dei lavoratori o, quanto meno, delle norme meno sostenibili. E tra datori e lavoratori (magari senza i sindacati) le cose funzionano.