Il processo breve non è una priorità. La riforma della giustizia sì

 – Secondo Luca Palamara, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il “processo breve” non è una priorità.
Per una volta nella vita sono d’accordo con lui. La priorità è la riforma della magistratura, e qui invece non credo, a naso, che Palamara sarebbe d’accordo con me.

Uno degli equivoci che si sono calcificati ormai sul fondo del barile della Seconda Repubblica è quello secondo il quale la riforma della magistratura sia utile soltanto per rendere il potere giudiziario dipendente da quello esecutivo, e che di conseguenza chiunque ne sostenga in qualche modo la necessità e l’urgenza lo faccia per garantire un salvacondotto di impunità alla politica. Invece la riforma del sistema giudiziario italiano è necessaria per un motivo molto più semplice e banale: la giustizia non funziona, e in un paese normale ciò che non funziona si cambia.


Sarà pur vero che il fatalismo è un tratto peculiare del carattere degli italiani, ma non credo che i cittadini di questo Paese siano rassegnati al punto di considerare il malfunzionamento della giustizia italiana come un fatto ineluttabile, come le maree o l’inclinazione dell’asse terrestre. O forse sì, dato che sembra che la percezione generale a proposito dei problemi del sistema giudiziario (percezione fortemente agevolata da tutti i protagonisti istituzionali dell’ormai pluridecennale dibattito) assuma come dato fisso e immutabile che la giustizia funzioni come funziona, cioè tremendamente male, e che le uniche variabili possibili siano una cattiva giustizia indipendente o una cattiva giustizia asservita all’esecutivo.

Eppure una giustizia rapida, certa e efficiente, cioè tutto il contrario di quella che ci offre la nostra autogovernata magistratura, costituisce uno di quei banalissimi fattori di civiltà che possono fare la differenza tra un paese civile e progredito e una repubblica delle banane. Dato che sia nei paesi civili e progrediti che nelle repubbliche delle banane le controversie vengono risolte davanti a un giudice, ciò che distingue i primi dalle seconde è il tempo in cui la controversia viene risolta. E in questo siamo messi piuttosto male, dato che la maggior parte dei paesi del terzo mondo possono vantare tempi più rapidi dei nostri (non è un modo di dire, sono state compilate interessanti graduatorie al riguardo).

E dato che tra le controversie che la magistratura è chiamata a risolvere ci sono anche quelle contrattuali, il fattore di civiltà di una buona giustizia è anche uno straordinario fattore di produttività. Il tempo necessario ad ottenere il pagamento di un credito commerciale, o quello necessario ad ottenere una risposta definitiva per un licenziamento per giusta causa, sono aspetti che fanno la differenza quando si decide se investire o meno: dato che la globalizzazione offre delle alternative, la differenza oggi è tra investire qui o altrove (o, se si vuole restare nell’attualità, tra rimanere qui o andarsene).

Per non parlare del contesto in cui le imprese si trovano ad operare, che può essere fatto di criminalità e corruzione diffuse e scarsamente contrastate, oppure di legalità e competizione trasparente. L’economia di un paese con una giustizia che funziona è sana, produttiva e in grado di attrarre investimenti, l’economia di un paese dove la giustizia non funziona è generalmente dominata dalla prepotenza e dal malaffare.

Ora, se il problema è la durata biblica dei procedimenti civili e penali, per risolverlo si possono percorrere due strade (in realtà se ne dovrebbe percorrere solo una, la prima, ma, dato che oggi c’è un’altra possibilità sul tavolo, sforziamoci di considerare anche questa un’opzione praticabile). La prima strada è quella di verificare quali siano le cause reali per cui i processi durano così tanto, e provare ad usare il potere di cui si è investiti per rimuovere quelle cause.

Si potrebbe allora verificare che le carriere (e le retribuzioni) dei magistrati avanzano solo per scatti di anzianità e non per meriti professionali acquisiti, che gli esami per le promozioni sono una farsa, dato che li superano il 99,6% dei candidati, e che la sezione disciplinare del CSM è una specie di binario morto nel quale solo lo 0,065% dei giudici rischia di perdere il posto e quasi nessuno viene mai sanzionato per comportamenti scorretti o illeciti. Ovvero che un giudice, una volta divenuto tale, sa con certezza che la sua carriera è garantita fino alla pensione, a prescindere dai modi e dai tempi in cui svolge le sue mansioni.

E questo, sia chiaro, non vuol dire che i magistrati siano dei lavativi. Si tratta però di ammettere che il potere pressoché assoluto che l’ANM esercita sul Consiglio Superiore della Magistratura ha trasformato gli uffici giudiziari italiani in un contesto in cui non fare il proprio dovere rende tanto quanto farlo, se non di più. Ci si potrebbe chiedere se questo sia un modo intelligente di gestire le enormi risorse economiche che la macchina giudiziaria italiana divora invano, e se le risorse umane – i magistrati – siano impiegate in modo produttivo oppure no, e, una volta ricavata la facile risposta, si potrebbe provare a cambiare radicalmente le cose.

Oppure, e questa è la seconda strada, ci si potrebbe preoccupare solo dell’aspetto superficiale della questione, e provvedere ad una “riformina” che, evitando accuratamente di scalfire i privilegi corporativi che rendono la nostra magistratura una delle più lente e inefficienti del pianeta, preveda l’annullamento di alcuni procedimenti penali che durino più di un “tot”.

Il “processo breve” taglia, non accorcia la durata dei processi: il beneficio puramente statistico di procedimenti penali chiusi (ma non necessariamente risolti) in più breve tempo verrebbe controbilanciato negativamente da una diminuzione proporzionale della certezza del diritto, dato che un processo chiuso per prescrizione non corrisponde necessariamente, anzi non corrisponde mai, a una controversia risolta, a una responsabilità penale definitivamente attribuita. Non è quindi una priorità, ha ragione Palamara.

Non è una priorità perché rimanda ancora una volta a data da destinarsi la vera priorità: una riforma della magistratura (tutta, sia civile che penale) e del suo organo di autogoverno che attribuisca banali elementi di responsabilità al lavoro dei magistrati e di merito alle loro carriere, che imponga criteri manageriali nella gestione degli uffici giudiziari, che espropri definitivamente il sindacato dei giudici dal potere assoluto che esercita sui concorsi e sui procedimenti disciplinari. In sostanza, che restituisca alla madre di tutte le caste la dignità e la credibilità che dovrebbero essere proprie di un potere dello Stato.

Ma Luca Palamara da questo orecchio ci sente? Poche settimane fa l’ANM pretendeva che accettassimo uno stravagante principio secondo il quale le retribuzioni dei magistrati e il meccanismo attraverso il quale aumentano automaticamente dovessero essere considerate alla stregua di un fondamento costituzionale intangibile, dato che bloccare gli aumenti di stipendio ai magistrati avrebbe minato in qualche imperscrutabile modo la loro indipendenza economica e quindi la loro imparzialità nel giudicare. Quali siano le sue priorità, non credo valga neanche la pena chiederselo.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

8 Responses to “Il processo breve non è una priorità. La riforma della giustizia sì”

  1. in un paese normale ciò che non funziona si cambia.

    forse, prima di cambiare, bisognerebbe chiedersi perchè non funziona. D’altronde 50 anni di prima repubblica hanno sufficientemente dimostrato che anche cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia.

  2. Dante scrive:

    In alcuni Tribunali i tempi dei processi sono europei, in altri sono biblici. E’ una questione di organizzazione degli uffici, di mancanza di risorse e di aggiornamento degli organici. E poi c’è tutta la questione, evidenziata da Masini, dei difetti dell’autogoverno e dell’anomalia che la pubblica accusa faccia riferimento al medesimo CSM che regola disciplina e progressione della magistratura giudicante. L’emergenza assoluta, in penale, in civile e nell’esecuzione, sono i tempi lunghissimi. Oltre che un livello di litigiosità ormai fuori controllo. Con questi elementi sul tavolo, qualsiasi giurista farebbe una riforma decente in poche ore. Il problema, è la volontà politica di toccare questa casta.

  3. Luca Di Risio scrive:

    L’avevano fatta la riforma della magistratura, con Castelli. Ma poi un governo che ha vinto le elezioni per lo 0,06% come suo primo atto l’ha sospesa e riscritta sotto dettatura dell’ANM presieduta da Palamara. La dimostrazione che in Italia è impossibile riformare. Come possiamo vedere in questi giorni, anche all’interno di una maggioranza intenzionata a farla si crea una parte disposta a sabotare qualsiasi tentativo pur di non farlo passare come un successo della parte che si combatte per succedergli.

  4. Roberto scrive:

    caro mio condivido ma è anche vero che da qualche parte bisogna cominciare altrimenti la priorità è sempre un’altra, e poi bisogna evitare che la magistratura politicizATA FACCIA FUORI BERLUSCONI CHE DOPO LE VARIE ACCUSE SEMBRA CHE MANCHI SOLO QUELLA CHE è IL MOSTRO DI FIRENZE- BASTA CON QUESTO ATTENDISMO VERSO I MAGISTRATI LA LORO INVasione di campo è UN CANCRO PER LA DEMOCRAZIA E PER L’ECONOMIA

  5. Giordano Masini scrive:

    Faccio qualche esempio per chiarire meglio: gestire in maniera produttiva un ufficio giudiziario non è tra i doveri di un magistrato: non lo è perché non è per fare quello che ha studiato, e perché il tempo che impiegherebbe a gestire le risorse di una procura sarebbero sottratti al lavoro di indagine. Tra i suoi doveri, invece, c’è quello di depositare le motivazioni delle sentenze: se un giudice, come fece un procuratore di Gela, omette di depositare le motivazioni di una sentenza per otto anni, e un’intera famiglia mafiosa esce allegramente di galera, commette una grave inadempienza, così come è grave l’inadempienza di quel magistrato che dimenticò di registrare 85.000 (ottantacinquemila!) provvedimenti penali.
    In questi due casi, come in innumerevoli altri, la sezione disciplinare si è limitata ad ignorare l’accaduto, o a cavarsela con qualche leggera lavatina di testa.
    Ma ogni volta che si è parlato di mettere dei manager in procura, che si occupassero della gestione delle risorse (come per esempio la riscossione delle spese processuali, che in Italia nessuno si preoccupa mai di esigere e che da sole potrebbero risanare i deficit degli uffici giudiziari), l’ANM ha alzato le barricate, sostenendo che la presenza di manager e l’istituzione di vincoli di bilancio avrebbe messo in pericolo, (come al solito) l’indipendenza dei giudici.
    Questo significa che da noi si richiede che i giudici facciano ciò che non hanno titolo di fare, e infatti lo fanno, comprensibilmente, male, mentre si evita di pretendere che facciano ciò che invece rientra nelle loro funzioni.
    Può funzionare un sistema del genere? E’ vero, come dice Dante, che alcuni uffici funzionano, ma questo dipende solo dalla buona volontà di alcuni giudici e dal fatto (casuale) che questi si sono rivelati capaci di svolgere mansioni per le quali un giudice in genere non ha studiato. Come il celebre caso del giudice Tarfusser, procuratore di Bolzano, che ha riportato in attivo la sua procura senza piangere una lira al ministero e che, promoveatur ut amoveatur, è stato eletto giudice della corte internazionale dell’Aja…
    Non sono invece d’accordo con la seconda parte del commento di Luca Di Risio. Ho evitato nell’articolo di parlare della contingenza politica, perché ho l’impressione che cominciare a parlare di buoni e cattivi finisca sempre per far perdere di vista i problemi, di cui invece avevo a cuore di parlare. Ma va detto che la riforma Castelli fu votata anche da Fini. E che il processo breve non c’entra nulla con la riforma della giustizia.

  6. Luca Di Risio scrive:

    Non mi riferivo affatto alla contingenza politica. Tutt’altro. Citavo la riforma Castelli primo perché la conosco bene e andava ad agire molto efficacemente sugli aspetti disciplinari riguardanti i magistrati con il potenziamento dei Consigli giudiziari presso le Corti d’Appello e l’innovativa istituzione del Consiglio direttivo di Cassazione, oltre a rendere obbligatoria l’azione disciplinare nei confronti del magistrato anziché discrezionale. Cosa che mette ben evidenza la falsità dell’associazione a delinquere e di stampo mafioso che è l’ANM (secondo le parole di Cossiga) che al contrario si batte strenuamente a favore della falsa obbligatorietà dell’azione penale. E in secondo luogo perché la storia di quella riforma appartiene alla sistemica dinamica politica italiana, e non alla contingenza politica. E’ la dimostrazione che in Italia non si può parlare di contenuti, visto che il primo atto del governo Prodi (vincitore alle elezioni per lo 0,06%) fu quello di svuotare quella riforma, votata dal Parlamento con un ampia maggioranza. Non è sufficiente per capire che è impossibile riformare la giustizia? La verità è che la magistratura è un potere troppo forte, che neanche il monarca, dittatore e mafioso Berlusconi riesce a riformare. Questo fa sì che di volta in volta questa trovi alleati e sponde nella politica, in pezzi di essa, sempre lieti di mettersi al riparo dal suo braccio armato, ovvero le procure. Difatti nel 2006 era essenziale che Berlusconi perdesse le elezioni e guarda un po’ che cosa è successo per evitare l’esiziale riconferma del Cavaliere: la più grande armata Brancaleone di centro-sinistra della Seconda Repubblica (tanto da esprimere il più corto governo della storia repubblicana); una netta e decisa presa di posizione dei poteri forti con i loro organi di stampa (Corriere della Sera, La Stampa, Il Sole24ore): si ricorderanno i vari Diego Della Valle (che da allora è misteriosamente scomparso) super presenti nella campagna elettorale, e soprattutto l’allora presidentissimo Luca Cordero di Montezemolo che con le sponde politiche – guarda un po’, a volte ritornano – di Casini, Rutelli e Fini spinse da morire contro Berlusconi. Addirittura il Corriere della Sera, il giorno precedente le elezioni, per la prima volta nella sua più che centenaria e liberale storia, ricorse ad uno spudorato endorsement dell’allora direttore Paolo Mieli, che dichiarava esplicitamente di votare la corazzata, pardon coalizione di centrosinistra. E tutti sappiamo da chi è governato il Corriere della Sera. Andiamo, tutti ricordano l’assenza totale di Fini e Casini in quella campagna elettorale. Davvero credete che Fini oggi rivoterebbe la riforma Castelli? Mi piacerebbe poter parlare di contenuti, ma in Italia tali discussioni risultano meri esercizi di stile, se non si ha il coraggio di ammettere che le logiche politiche sono quelle appena enunciate. Vedere i finiani, o futuristi che dir si voglia, orgogliosamente mostrarsi credenti e fedeli alla magistratura, a questa magistratura, cosa rende possibile? La riforma della giustizia? No, è semplicemente un utilizzo strumentale a fini politici, di un’arma, la più affilata delle armi, per combattere il nemico, ovvero Berlusconi. E cosa ancora più grave rappresenta una dichiarazione di asservimento alla magistratura stessa, alimentando così ancor più il sistema malato della giustizia che solo a parole si si afferma di voler riformare. Questo è. E senza dire ciò, spiace dirlo, tutte le belle parole e i buoni propositi dell’articolo (che condivido) risultano essere mera retorica.

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