di CARMELO PALMA, da Ffwebmagazine.it – E’ arrivato troppo tardi per il Palio di Siena e troppo presto per L’Isola dei Famosi. Se avesse potuto, avrebbe iscritto al primo un cavaliere berbero e alla seconda se stesso. Ma ora che se n’è andato, il colonnello Gheddafi continuerà ad imbarazzare la nostra diplomazia e a reggere i fili della nostra politica mediterranea. La minacciosa richiesta di cinque miliardi di sovrapprezzo per la “collaborazione”, salvo riaprire i rubinetti dell’immigrazione clandestina in Europa, è stata affidata ai buoni uffici della Farnesina, che se ne è dichiarata ignara, ma non indisponibile, e che potrebbe farsene garante in sede UE.


La richiesta di fermare a Gibilterra le navi della flotta militare Usa, invece, non è un’intimazione, ma un avviso ai naviganti: il Colonnello, se servirà, rivestirà i panni anti-imperialisti, per garantire la “pace mediterranea” dall’invasore atlantico. E lo farà forte di un accordo militare con il nostro Paese e con i mezzi che gli fornirà l’industria bellica italiana.

Che le provocazioni del rais di Tripoli possano nascondere, dietro il lessico minaccioso, un atteggiamento conciliante è possibile, ma altamente improbabile e la quarantennale storia politica di Gheddafi non persuade all’ottimismo. In questo quadro, le critiche al “portamento” dell’esecutivo escono confermate e rafforzate. Se Gheddafi ha passato il limite, è il governo che gliel’ha consentito. Se l’intera visita non solo è apparsa, ma è stata un one man show, è perché è mancato l’altro protagonista, quello italiano.

Nessuno ha mai sostenuto che l’esecutivo, mettendo mano al portafoglio e guardando agli interessi delle imprese italiane e al fabbisogno energetico del Paese, abbia fatto male a concludere il lungo contenzioso con la Libia per il passato coloniale italiano. Nessuno ha mai ritenuto che la Farnesina dovesse interrompere il rapporto con Gheddafi, visto che il rais di Tripoli è uscito da tempo dall’isolamento internazionale (per la cronaca: non grazie alle blandizie diplomatiche, ma alle molto più persuasive bombe americane e ad un durissimo embargo commerciale). Nessuno ha mai pensato che l’accordo di amicizia che ha chiuso il contenzioso italo-libico (peraltro non gradito, come testimoniano le cronache parlamentari, alla componente più atlantista del PdL) porti la sola firma e responsabilità berlusconiana. Ci aveva tentato Prodi, ci aveva lavorato D’Alema.

Di propriamente berlusconiano, in questa vicenda, c’è la spettacolare riabilitazione politica del tiranno libico, cui in effetti – dalla fine della Prima Repubblica – si erano dimostrati disponibili molti esponenti della sinistra, ma nessuno del centro-destra. Di indiscutibilmente berlusconiano, inoltre, c’è la forma e la sostanza della “narrazione” che ha accompagnato l’accordo, con la promessa dei formidabili benefici che ne sarebbero derivati al nostro Paese e la garanzia sulla indiscutibile affidabilità dell’interlocutore di Tripoli. Bisogna trattare anche con i tiranni, certo. Ma non come si tratta con i leader di governo democratici.

Non si tratta di questioni di stile, ma di sostanza, visto che in politica il come condiziona e determina sempre il cosa. Se Gheddafi può disporre dell’Italia come della sua piattaforma politico-diplomatica in Europa (e nella NATO), questo non dipende dagli accordi economici raggiunti per ripagare la Libia del periodo coloniale, ma dal riconoscimento tributato al Colonnello come “vendicatore” legittimo dei torti subiti dal suo paese e come campione del riscatto politico dell’Africa post-coloniale. Berlusconi, che è un uomo di comunicazione, sa bene quanto il “racconto”, assai più dei fatti, fondi l’ideologia del potere. Quindi non può pensare che le vacanze romane di Gheddafi non contino e non pesino nulla sullo scacchiere internazionale.