– Inutile fare gli idealisti. Gli affari con la Libia servono. Prima di tutto serve l’energia e la Libia ci fornisce circa il 10% del fabbisogno petrolifero nazionale. Non si può dunque condannare la visita in pompa magna di Gheddafi a Roma, nel nome dei “diritti” contro i “meri interessi economici”. Perché questi interessi sono i nostri, ogni volta su dieci che prendiamo l’auto o accendiamo la luce grazie al petrolio libico.

Il problema è un altro.
Non è quello degli affari Berlusconi-Gheddafi & Co. evidenziato dal quotidiano La Repubblica, rimbalzato su tutti i social network del Paese, ben documentato. Ma è difficile separare gli affari e gli interessi personali dalla politica economica nazionale. Quando a Romano Prodi fu offerta da Putin la presidenza di South Stream non era certo un gesto gratuito. L’ex premier rifiutò, ma l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, invece, accettò serenamente la carica di presidente di North Stream e nessuno parlò di svendita della Germania al Cremlino. Il problema, qui, nel caso di Gheddafi, è, ancora, un altro.

Non si tratta nemmeno di condannare la politica di respingimenti dei clandestini che arrivavano via mare dalla Libia. Il flusso di barconi che scaricavano clandestini a centinaia e migliaia, in ogni bella stagione, doveva essere arginato. Era una questione di ordine pubblico. Dopo la firma del Trattato di Amicizia e Cooperazione con la Libia, il governo italiano si è anche impegnato a far liberare un gruppo di circa 400 profughi eritrei, imprigionati in Libia, nel carcere di Braq, in condizioni disumane. In altre circostanze sarebbero morti, o finiti dimenticati in qualche gulag nel deserto. E’ grazie al rapporto speciale dell’Italia con la Libia che almeno loro si sono salvati, contrariamente alla sorte toccata ad altri clandestini vittime dei pogrom libici nel 2000.

Sarebbe dunque ingiusto accusare di cinismo l’accordo italo-libico sul respingimento delle “carrette del mare”, perché il governo di Roma, contrariamente ad altre nazioni europee (come la Spagna che spara ai profughi del Maghreb che provano a entrare a Ceuta e Melilla), si è assunta un ruolo che può essere definito addirittura umanitario. Il problema della visita di Gheddafi a Roma, è, di nuovo, un altro.

Qual è il problema, allora?
Il Trattato di Amicizia e Cooperazione italo-libico, di cui oggi si celebra il secondo anniversario, per la prima volta riconosce tutte le colpe del colonialismo di un Paese europeo in Africa e giustifica gli aiuti economici al Paese ex colonizzato come un risarcimento. “L’Italia pagherà nei prossimi 20 anni 5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato coloniale” si legge chiaramente sulla pagina del sito del governo dedicata al Trattato.

Questo è un precedente politicamente molto pericoloso. Azzera la memoria su tutti i crimini commessi dalle dittature africane post-coloniali. Di fatto identifica un regime nato da un golpe militare contro il governo locale precedente (quale quello libico) come una risposta legittima al passato coloniale. E spiana la strada ad analoghe richieste di molte altre dittature africane, comprese quelle più criminali di Mugabe in Zimbabwe e di Omar Bashir in Sudan, pronte a chiedere miliardi di “risarcimenti” dalle ex potenze imperiali europee.

Il mancato riconoscimento delle colpe della dittatura africana va direttamente contro gli interessi di tutti quegli europei che dai dittatori sono stati scacciati, i loro beni sequestrati, i loro patrimoni distrutti dalla sera alla mattina. Gli italiani cacciati dalla Libia, i viaggiatori respinti alle frontiere in occasione della prima crisi (nemmeno con noi, ma con la Svizzera), gli imprenditori a cui non sono mai stati pagati i crediti, gli ebrei che non possono neppure più avvicinarsi ai confini del loro ex Paese natale, solo perché ebrei,  non hanno ancora ottenuto giustizia.

Gli imprenditori italiani, organizzatisi nell’associazione Airil, vantano crediti nei confronti di compratori pubblici e privati della Repubblica Araba per un ammontare di quasi 700 milioni di euro (stima basata sui crediti riconosciuti dalle stesse corti di giustizia libiche). I loro soldi non sono stati certo una condizione per la firma del Trattato di Amicizia e Cooperazione. I loro interessi di cittadini italiani sono passati in secondo piano. L’importante era riconoscere le colpe del colonialismo, no?

Il problema è anche un altro, sempre sottovalutato dagli “uomini pratici”: il significato culturale e ideologico della visita di un leader africano, arabo e musulmano a Roma, nel cuore della cristianità. Non tanto il significato che può assumere qui in Italia, dove un uomo vestito da beduino che dorme in tenda e si circonda di “amazzoni” e cavalli fa al massimo ridere, quanto il significato che può assumere nei Paesi musulmani e africani.

Per la seconda volta in due anni, Gheddafi viene a Roma a insegnare l’Islam a gruppi di ragazze occidentali per convertirle. E sono le donne, e la loro libertà, il tratto distintivo dell’Occidente laico rispetto al mondo musulmano. Facciamo in fretta a liquidare l’episodio delle “gheddafine” come mero folklore: chi ha orecchie per intendere, sa che si tratta di un gesto di conquista, sia pure solo simbolico. Come l’ex presidente algerino Boumedienne prima di lui, anche Gheddafi ribadisce il principio secondo cui l’Islam sottometterà l’Europa demograficamente, con il ventre delle sue donne. E tutto ciò lo dichiara, apertamente, pubblicamente, a Roma, con la benedizione del nostro governo.