di CARMELO  PALMA, da Ffwebmagazine – Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le “nostre” ragioni e la sua politica la “nostra”.

Il centro-destra che aveva denunciato “l’equivicinanza” della politica estera d’alemiana – sempre in mezzo tra aggrediti e aggressori, a distanza di sicurezza dagli uni e dagli altri – l’ha scavalcata, iniziando a distinguere gli autocrati buoni da quelli cattivi sulla base della loro amicizia e disponibilità personale e delle convergenze di interessi di breve periodo. Quest’idea ha portato Berlusconi a Minsk a tributare sperticati elogi all’ultimo dittatore europeo, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, a difendere, in ogni dove, le ragioni e la legittimità della “demo-autocrazia” putiniana e a farsi garante della rispettabilità politica del colonnello Gheddafi, che ormai sale in Italia a divertirsi quando e come vuole. Come si dice: pago, spendo, pretendo!

Nell’atteggiamento dell’esecutivo rispetto a Gheddafi non c’è però un eccesso, ma un difetto di realismo. C’è la convinzione che un governo responsabile debba muoversi nel “mercato” delle relazioni internazionali in modo del tutto indipendente da una valutazione politica dei fatti, degli equilibri generali e delle conseguenze di medio-lungo periodo.

Ad esempio, nessuno sembra riflettere seriamente se la nouvelle vague berlusconiana, che indubbiamente funziona con despoti come Gheddafi – capaci di dare e di togliere alle imprese italiane commesse pubbliche, di aprire e chiudere capricciosamente il “rubinetto” degli sbarchi a Lampedusa e di investire in Italia i proventi della rendita petrolifera –, possa funzionare quando gli interlocutori sono leader di governo, che non comprano né vendono contratti, che non sono padroni dell’economia nazionale e che non necessitano della legittimazione italiana.

Anche la diplomazia commerciale è una cosa più complicata e politica dell’amicizia “privata” con i leader di governo stranieri. Era paradossalmente proprio il centro-destra a spiegarlo a Prodi, che nella sua marcia di avvicinamento alla Cina aveva nel 2006 offerto l’abolizione dell’embargo sulla vendita di armi, appena confermato in sede UE. Erano, allora, i berlusconiani a spiegare al premier ulivista che le aziende tedesche erano sbarcate a Pechino prima e meglio di quelle italiane senza l’aiuto di un governo condiscendente, ma protette, al contrario, dall’intransigenza di un esecutivo, come quello della Merkel, che non rinunciava ad incontrare il Dalai Lama e ad intervenire pubblicamente sulle violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina.

Infine: la leggerezza di Berlusconi, che ha “depolicitizzato” la politica estera per renderla più efficiente, accresce o riduce la credibilità italiana sullo scacchiere dei rapporti internazionali? Il disinvolto relativismo della nostra diplomazia ci rende interlocutori più o meno affidabili sui più delicati dossier strategici?