Categorized | Capitale umano

Comunicazione politica: quando il ‘pre-testo’ schianta il ‘testo’

– Due più due fanno quattro. Questa è una banalità – è vero, tutti lo sanno – ma allora cosa dovrei scrivere, che due più due fanno cinque? O per non passare da idiota, per i pochissimi che conoscono la meccanica quantistica, dovrei scrivere che due più due sono “stati” indefiniti, descritti da certe entità matematiche? O per i pochi appassionati di filosofia dovrei limitarmi ad ammettere che due più due “sono”, a seconda dei punti vista? Di cosa sto parlando? Degli “orizzonti di lettura”.

L ’idea di scrivere di questo mi è venuta in mente dopo che un articolo per questa testata  si è visto contestare da qualche commentatore una serie di concetti che non solo erano estranei al suo contenuto, ma che comunque non riflettevano neppure indirettamente il punto di vista dell’autore – cioè il mio. Però, per certi versi, questi concetti, anche se non erano espressi nell’articolo, vi appartenevano: per contiguità, per inferenza del lettore.

Ognuno di noi quando si trova innanzi ad un testo (articolo, film, saggio, oggetto, abito, discorso ecc. ecc.) – qualsivoglia sia il testo che si trova ad interpretare – per prima cosa, all’interno di questo testo, andrà alla ricerca di sé stesso, dei suoi punti di vista, dei suoi “pre-testi”, di ciò, in poche parole, che già conosce. Nelle idee degli altri noi andiamo alla ricerca, prima di tutto, delle nostre idee; e le nostre idee ci serviranno come chiave d’interpretazione, di analisi e sistematizzazione delle idee altrui.

Questi – l’ho detto in un modo succinto e paurosamente banalizzato – sono gli “orizzonti di lettura” di un testo, e questi sono la prima causa delle cosiddette “decodifiche aberrate”: quando un testo viene interpretato in modo assai dissimile rispetto alle intenzioni dell’autore. L’interpretazione di un testo è, quindi, sempre soggettiva, a carico e prodotta dal singolo e dalla relazione con il proprio e contingente contesto di lettura; non esiste un’interpretazione “oggettiva”. Chi la teorizza – mi si perdoni la sintesi – è un ignorante che poco conosce le scienze umane.

Poi vi è un’altra questione, che potremmo definire “politica”. In politica spesso si parla, spesso non si capisce e spesso si fa finta di non capire. L’interpretazione è sempre soggettiva – d’accordo – ma se non si fa uno “sforzo interpretativo“ per cogliere tutte le implicazioni di un articolo o di un discorso, due sono le cose: o si è ignoranti o si è in cattiva fede. L’ignoranza è endemica ma la cattiva fede è sempre deludente. Se si analizzano i commenti alla comunicazione politica on line, su giornali, siti, blog, forum – bastano pochi giorni di ricerca per analizzarne migliaia – ci si trova innanzi a due categorie di partecipanti.

Da un lato i lettori che instaurano una relazione dialettica e fanno uno sforzo interpretativo dei testi che hanno dinanzi, e dall’altro quelli che scavano nei contenuti andando alla ricerca, solo e semplicemente, degli elementi che, decontestualizzati dall’insieme, servono a rafforzare i loro convincimenti politici, la loro forma mentis e i loro pregiudizi circa l’autore e la testata. In poche parole il pre-testo schianta il testo. E’ una lotta impari.

Qualunque cosa scriva questo tipo di lettore, a prescindere dalle argomentazioni dell’articolo, “troverà” gli elementi che permetteranno di concludere che l’autore è un idiota, o un venduto, o entrambe le cose. Ciò  è indice di uno dei peggiori mali politici del nostro paese. L’insopprimibile, inveterata, ineludibile superficialità culturale, che nel momento in cui si ideologizza diventa la canonica e provincialissima cattiva fede italiana.

Se prima di leggere l’articolo immagino che tu sia dalla mia parte, qualsivoglia cosa tu dica sarà giusta; se, invece, immagino che tu non sia dalla mia parte qualsivoglia cosa tu dica sarà un’ idiozia – se poi non so e non riesco a capire da che parte tu stia, nel dubbio, per non mettere in crisi le mie formine mentali, ti metto tra i nemici, ergo sei un idiota, a prescindere. Il lassismo interpretativo (ciò che mi appartiene è buono, ciò che non mi appartiene o che non so, non è buono e/o non va capito) non è indice di forza morale (sono un vero uomo, se delegittimo il prossimo) ma di debolezza politica, sia per una persona che per un Paese.

Incapaci di risolversi nella dialettica politica, nel superamento di certe incrostazioni e sclerotizzazioni ideologiche, non riusciamo a oltrepassare la soglia che dovrebbe portare dal “sentire” l’altro all’“ascoltare” l’altro. Finché non saremo in grado di trasformare i nostri pretesti ed i nostri pregiudizi, saremo e rimarremo un paese “moderno”, ma non “contemporaneo” e di certo deludente.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

Comments are closed.