di CARMELO PALMA – Mentre in Francia continua la polemica sui rimpatri collettivi dei rom bulgari e rumeni, che ha aperto un contenzioso antipatico tra Parigi e l’Unione Europea, ieri a Roma in un campo nomadi irregolare – ma non esattamente “clandestino” – è morto un bambino di 3 anni nel rogo della sua baracca. Sono casi di cronaca che si ripetono con una triste regolarità e che destano in genere più allarme che compassione.

Si comprende perché gli zingari abbiano consumato il credito di pietà che una lunga storia di persecuzione, fino allo sterminio nazista, avrebbe dovuto loro meritare:  perché nello stereotipo denigratorio che li perseguita – e che ne fa tutti, indistintamente, ladri e sfruttatori – il falso nasconde il vero, ma poggia su di esso.

Il pregiudizio racconta la loro attitudine “genetica” alla frode e al raggiro, ma il giudizio conferma il carattere incompatibile di un’organizzazione sociale fondata su legami familiari, sulla solidarietà clanica e su codici di cui è possibile rintracciare il fondamento storico,  ma di cui è difficile immaginare la conciliazione con quelli, culturali e giuridici, dell’Europa contemporanea.

Le comunità sinti e rom sono anche – e troppo spesso – una società nella società, con una gerarchia di valori e di principi in larga parte contrastanti con quelli della società legale. Così la loro immagine, che trascina con sé un’ombra minacciosa, finisce per pregiudicare la loro integrazione e la loro marginalità finisce per confermare la loro immagine e per persuadere l’opinione pubblica che degli zingari occorra solo “liberarsi”.

Come sa chiunque tenti di venire a capo di un problema che è complicato e neppure del tutto risolvibile, l’integrazione costa assai più della non integrazione. E costa comunque molto più di quanto renda. Degli zingari una parte maggioritaria dell’opinione pubblica ritiene che usurpino senza titolo – stranieri come appaiono, anche se italiani da dieci generazioni – benefici che dovrebbero andare ai soli cittadini “onesti”. Perfino gli stanziamenti per la costruzione di campi nomadi legali appaiono concessioni immeritate. Questo, in un circolo vizioso senza fine, accresce il degrado e quindi l’allarme e la richiesta di misure più forti e “definitive”.

Gli zingari diventano quindi una rogna per i politici “di governo” e una cuccagna per i politici “di lotta”, che alla bisogna pescano dal deposito del pregiudizio e della paura un consenso sterile, ma a buon mercato. Come probabilmente sta facendo Sarkozy, con invidiabili successi, e come in Italia farà presto e di nuovo la Lega.