– Se si pensa all’attuale situazione politica, si deve concludere che il panorama non è nè certo nè stabile; c’è una maggioranza dilaniata al suo interno dagli scontri tra Berlusconi e Fini, un governo a rischio e, ad aleggiare come uno spettro, ora minacciate, ora temute, le elezioni anticipate.

Se la maggioranza traballa, non si può certo dire che l’opposizione, e in particolare il PD, al momento si distingua per buona salute o consensi nel Paese, tanto più che nemmeno all’interno del partito si hanno le idee chiare sul da farsi in caso di caduta dell’attuale governo:  un governo di tutte le nuove e vecchie opposizioni, prodromico ad una ammucchiata elettorale anti-berlusconiana? Un governo per riformare la legge elettorale? E in tal caso, “superproporzionale” come vuole D’Alema o “supermaggioritaria” come vuole Veltroni?

A complicare ulteriormente la situazione in casa PD ha contribuito la discesa in campo dello “sparigliatore” Nichi Vendola, che ha affermato di volersi candidare alle primarie di coalizione del centrosinistra e di voler rivoluzionare completamente il modus operandi della sinistra italiana, atteggiandosi a nuovo Barack Obama.

Certo, da quando ha stracciato il suo rivale Francesco Boccia (PD) alle primarie di coalizione pugliesi e ottenuto la riconferma alla guida della Puglia, il fenomeno Vendola è diventato una bella grana per la classe dirigente del PD, in particolare per l’area che fa riferimento a Massimo D’Alema, Enrico Letta e Pierluigi Bersani, ansiosi di accalappiare l’UDC in vista delle elezioni; infatti Vendola, oltre ad aver già conquistato molti elettori del PD, comincia a guadagnare consensi anche ai piani alti del partito, e si parla già di un’area pronta a sostenerlo, che fa capo a Ignazio Marino e Giuseppe Civati.

Sorprende in effetti la fascinazione che Nichi Vendola esercita sul popolo del centrosinistra, e viene da chiedersi se oltre all’indubbio carisma del personaggio, vi sia una spiegazione più complessa e profonda del suo fenomeno a partire dalla tendenza tafazziana della sinistra italiana al messianesimo e alla beatificazione degli “uomini nuovi”: basta vincere un’elezione, azzeccare una campagna d’immagine o conquistare qualche punto nei sondaggi – a maggior ragione se si viene “dal basso” – e si è belli che pronti per la leadership. Questa tendenza, che ad occhi esterni potrebbe apparire come disperazione o rassegnazione, è in realtà sintomo della mancanza di progetto e di visione, è sintomo di una confusione interna che da anni penalizza il centrosinistra alle elezioni, è frutto della litigiosità tra i partiti alleati o alleabili e anche dell’ottusità di alcuni movimenti – da Di Pietro a Grillo – che guadagnano voti facendone perdere al Pd e alla sua coalizione.

A ben pensare, non bisogna quindi stupirsi se Vendola produce un effetto-calamita sul popolo della sinistra; bisogna infatti mettere in conto che Vendola, per quanto dica di voler costruire un’alternativa al berlusconismo, si pone come figura carismatica speculare a Berlusconi. Il berlusconismo (inteso come un fenomeno mix di populismo e gestione personalistica-aziendale della politica) si è radicato a tal punto nella società, che anche la sinistra si è fatta contagiare, cercando come alternativa a Berlusconi un’identità “berlusconiana”, perché si teme di non poterlo affrontare altrimenti. Non a caso Vendola possiede alcuni tratti tipici della figura del premier : l’impostazione personalistica, l’abilità predicatoria, la gestione leaderistica di un non-partito fatto coincidere con i comitati degli entusiasti sostenitori (le Fabbriche di Nichi), l’insofferenza verso le critiche (si vedano le minacce di querela al giornalista Gianni Lannes, reo di porre domande scomode sull’edificazione illegale di inceneritori in Puglia, e la telefonata furibonda in diretta ad Annozero per attaccare il giornalista Gian Antonio Stella che parlava  degli stipendi dorati dei presidenti di regione).

Ma chiaramente Nichi Vendola non piace solo perché è simile a Berlusconi.  Piace anche perché ricorda più la sinistra di ieri che quella di domani. Basta ascoltare i suoi discorsi, le sue metafore, le sue parole: con un linguaggio ricco di immagini e sogni, Vendola trascina l’ascoltatore in un vortice di nostalgia per i bei tempi andati della sinistra comunista, esaltando idoli archeologici come Che Guevara e ricollegandosi ai miti della sinistra antagonista come Carlo Giuliani; nulla di moderno e innovativo quindi, piuttosto un richiamarsi al passato in modo insieme demagogico e elitario. In Vendola non c’è alcuna volontà di “conciliazione” con il presente, con il mercato, con la globalizzazione, con le esigenze di una società complessa e non “pianificabile”. C’è qualche avanzo, però edulcorato, di lotta di classe.