Chi scioglie le camere e perché: tutti i rischi del disinvolto ‘materialismo costituzionale’

– Nella rovente estate politica è stata riproposta la tesi per la quale l’indicazione sulla scheda elettorale del candidato premier della coalizione avrebbe, di fatto, introdotto una forma di “premierato”, con la conseguente conclusione che in caso di crisi l’unica opzione costituzionale possibile sarebbe lo scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni. Come è noto, ciò ha provocato un duro intervento del Presidente della Repubblica volto a tutelare le proprie prerogative costituzionali.

L’oggetto della disputa sembrerebbe essere di fondamentale importanza poiché contrappone alla tradizionale repubblica parlamentare, disciplinata dalle disposizioni costituzionali vigenti, una sua interpretazione sostanziale di tipo – lato sensu – presidenziale.  In verità, la controversia teorica è inesistente ed è il frutto della tendenza a travestire legittime posizioni politiche con tesi dottrinali o, addirittura, con dati di diritto positivo.

Infatti, già in occasione del giudizio di costituzionalità riguardante il cosiddetto Lodo Alfano, la tesi della preminenza del Presidente del Consiglio rispetto ai ministri sulla base della legislazione elettorale era stata completamente respinta dalla Corte:

“non è, infatti, configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l’unità, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares. Anche la disciplina costituzionale dei reati ministeriali conferma che il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri sono sullo stesso piano” (Corte costituzionale sent. n. 262/2009).

D’altronde, a meno di non sostenere il carattere simil-rigido della nostra costituzione, sarebbe davvero singolare che una semplice disposizione ordinaria avesse la forza di modificare la forma di stato o di governo. È certo erroneo supporre la forza “fondante” e salvifica della legislazione elettorale, vero mito costitutivo della Seconda Repubblica, come conferma l’intervento sul Corriere di Fabrizio Cicchitto e Peppino Calderisi, ove si sostiene che la logica maggioritaria trascinerebbe con sé una interpretazione della “forma” costituzionale in ordine al potere di scioglimento non contrastante con la lettera degli artt. 88 e 89 della Carta, ma diversa da quella che, secondo Calderisi e Cicchitto, sarebbe prevalsa nel dopoguerra. Un’interpretazione –  s’intende – utile a bilanciare un eccessivo potere presidenziale.

Ma a ben vedere, proprio gli esempi richiamati nell’articolo confutano la tesi che dovrebbero dimostrare.  Calderisi e Cicchitto, contestando la prassi secondo la quale non si possono sciogliere le camere se c’è un governo che goda dalla loro fiducia,  sostengono che essa

“è stata apertamente contraddetta dal presidente della Repubblica Scalfaro che nel gennaio ’94 procedette allo scioglimento anche se il governo Ciampi aveva la fiducia del Parlamento”.

In realtà, lo scioglimento del 1994 è un’ipotesi emblematica di funzionamento di una repubblica parlamentare in un momento di crisi, ove compete esclusivamente al Presidente delle Repubblica il compito di rimettere in moto la macchina istituzionale ingolfata. Ed è indubbio, a prescindere dalle considerazioni di merito, che la situazione politica italiana fosse così gravemente compromessa da giustificare la soluzione dello scioglimento, malgrado il governo godesse ancora della fiducia. Quindi, il caso citato dimostra proprio il contrario di quanto Calderisi e Cicchitto vorrebbero, cioè l’esclusiva competenza presidenziale del potere di scioglimento delle Camere, la cui ampiezza di esercizio può, ovviamente, variare in funzione del grado di gravità della crisi politica e istituzionale.

Anche l’osservazione comparata conduce a risultati opposti a quelli dichiarati, come dimostra il recente caso inglese, ove dopo le ultimi elezioni un governo di coalizione lib-lab non avrebbe costituito un problema di legittimità, malgrado il voto popolare aveva fatto chiaramente prevalere il partito conservatore. La composizione di una “maggioranza degli sconfitti” sarebbe stata valutata sul piano della responsabilità politica e non della compatibilità istituzionale.

Tornando all’Italia è comunque possibile affermare che, a prescindere dalle alchimie elettorali, a Costituzione invariata, la nostra rimane, volenti o nolenti, una repubblica parlamentare ove:
–    il conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio è un’attribuzione del Capo dello Stato che, ovviamente, può avere più o meno ampi margini di discrezionalità sulla base dell’esito elettorale;
–    in caso di dimissioni, impedimento permanente o morte del Presidente del Consiglio non è affatto obbligatorio lo scioglimento delle Camere, come invece avviene normalmente nel caso di elezione diretta;
–    se viene a mancare il rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo, il Presidente della Repubblica ha il dovere di verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare prima di avvalersi del potere di scioglimento.

L’immediato ricorso al voto popolare a causa del significativo mutamento parlamentare, invece, ha piena legittimità, e anche una sua forza argomentativa sul piano politico nella misura in cui con questa posizione si ritiene di rappresentare, a torto o a ragione, la volontà della gran parte dell’elettorato o comunque l’interesse generale del Paese.

Molto rumore per nulla, si sarebbe tentati di dire, ma la tesi “materialistica”, invece, tradisce una concezione totalizzante della sovranità, rectius della legittimazione, popolare, che tende periodicamente a manifestarsi con una malcelata insofferenza nei confronti degli organi costituzionali di garanzia (le cui funzioni sono vissute come inutili formalismi) e, soprattutto, coglie con cinico realismo un elemento di verità della legislazione elettorale vigente: il carattere fiduciario e personalistico della “nomina” parlamentare.

È sulla base di questa malevola interpretazione del parlamentarismo, ove l’elezione è nella maggior parte dei casi determinabile a priori e dipende sostanzialmente dalla volontà del partito (o del capo), che è possibile confondere il dissenso con il tradimento. Ma questa è una ragione in più per dare nuova linfa al tessuto democratico con il ripristino del vitale collegamento tra eletto ed elettore mediante una nuova legge elettorale e, magari in futuro, con una regolamentazione della vita interna dei partiti per dare finalmente attuazione all’art. 49 della Costituzione.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

Comments are closed.