di SOFIA VENTURA – Walter Veltroni torna a far parlare di sé con una lunga lettera al Corriere della Sera, e subito partono le polemiche all’interno del suo partito, polemiche che mostrano come nel PD permangano differenze radicali non solo sul futuro della sinistra, ma sul futuro del nostro sistema politico. Veltroni ha fatto affermazioni importanti. Ci si potrebbe soffermare sul fatto che proprio gli errori che lui compì nel 2008, in particolare l’alleanza con l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro e la sua incapacità di mantenere salda la barra lungo la rotta che aveva individuato, contribuirono all’attuale deriva del PD. Eppure, quella rotta rimane valida, non solo per la sinistra e la sua ripresa, ma anche per la tenuta del modello bipolare e per la sua rivitalizzazione.

La riflessione centrale dell’intervento sul Corriere, e che non a caso ha prodotto una dura reazione da parte di un esponente della segreteria del PD – ma su questo torneremo – riguarda la necessità di creare una democrazia governante, una “repubblica forte e decidente”, non una “repubblica acefala”, con una classe di governo indecisa a tutto. E ha ragione Veltroni nell’individuare in quest’ultima un vero e proprio pericolo, un pericolo – in questo caso sì – per la democrazia, perché è l’assenza di governo, l’incapacità di proporre soluzioni per una società complessa e in trasformazione, che diffonde tra l’opinione pubblica una semplicistica richiesta di poteri forti e favorisce una concentrazione di potere senza limiti e contrappesi.

Se si teme una “democrazia autoritaria”, la strada per contrastarla non è la costruzione di una democrazia debole ostaggio dei veti incrociati di partiti e oligarchi di partito, ma la messa a punto di un assetto politico e istituzionale in grado di garantire la chiara individuazione dei governanti e la loro altrettanto chiara responsabilità nei confronti dei governati e di fornire ai primi gli strumenti per guidare il paese. Veltroni non ha paura della leadership, ragiona su come immaginare una democrazia dove la leadership sia funzionale alla buona riuscita del sistema politico. Purtroppo si scontra con una cultura politica, molto forte a sinistra e nel suo partito,  che rimane ancorata a quel passato, dal quale lui vorrebbe prendere le distanze in modo netto,  “dove pochi leader decidevano vita e morte dei governi” e che ha prodotto il maggior debito pubblico d’Occidente. E degli esponenti di quella cultura si sono sentite subito le voci. Come quella di Matteo Orfini, membro della segreteria del partito che subito ha bollato, con un riflesso che potremmo definire pavloviano, come espressione di “populismo”, da “armamentario berlusconiano”, le proposte di Veltroni.

Ancora una volta vediamo come a sinistra persista l’incapacità di comprendere il funzionamento dei moderni sistemi politici democratici, come ancora non si sia capito che la democrazia non è una categoria dello spirito o un parco giochi nel quale partiti grandi e piccoli si baloccano a loro piacimento con il destino dei loro cittadini. Permane, con tutta evidenza, un riflesso aristocratico che confonde con il populismo e l’autoritarismo lo sforzo di mantenere coerente la ricerca del consenso popolare in sistemi politici di massa e oggi dominati da sistemi di comunicazione sempre più complessi, diretti e pervasivi, con i meccanismi liberali e democratici. Perché, appunto, la democrazia liberale è soprattutto un meccanismo retto dalla condivisione di valori fondamentali, un tipo di regime politico che ha come fine principale quello di rendere possibile la presa di decisioni efficaci per una comunità, che siano il più possibile rispondenti alle preferenze e agli interessi dei cittadini e rispettose di quei valori. E per questo necessita di una guida forte e sicura, anche se non onnipotente, ma che deve anzi essere esercitata entro limiti chiari e prestabiliti.

Oggi il Partito democratico è guidato da un segretario e una dirigenza che tutto questo paiono proprio non averlo capito e le conseguenze possono essere molto gravi: o destinare il maggior partito della sinistra (che tale forse non resterà a lungo) all’irrilevanza o, peggio, renderlo complice della disgregazione del nostro sistema politico. E anche voci provenienti dalla minoranza del partito non fanno certo ben sperare. Come nel caso di Franceschini, che continua a evocare una “santa alleanza” contro Berlusconi richiamando il solito pericolo per la democrazia e addirittura il passato della Resistenza, alla quale giustamente Veltroni contrappone come unica opzione credibile una alleanza basata su una reale convergenza programmatica e politica.

Se però la situazione italiana fosse analoga a quella del passato fascista e l’ evocazione della Resistenza avesse un qualche senso, allora sarebbe serio prendere le armi. Altrimenti, non solo per evitare il ridicolo, ma anche per fare della politica non solo una vana chiacchiera, ma anche un’attività utile, sarebbe saggio chiedersi a cosa servono le accozzaglie costruite solo in opposizione a qualcosa o a qualcuno, perché nella disgraziata ipotesi che quell’accozzaglia dovesse vincere il rischio – anzi la certezza – sarebbe la riproposizione del caos, proprio quel caos che è terreno fertile per i veri nemici della democrazia.

Ma immaginiamo che Veltroni non abbia parlato solo alla sinistra. Le sue proposte, una democrazia governante,  l’evoluzione verso un maturo e moderno bipolarismo, anche attraverso una nuova legge elettorale basata su collegi uninominali e l’adozione di primarie per legge, dovrebbero costituire una fonte di riflessione per tutti, anche a destra. Purtroppo, però,  il PdL oggi è totalmente immerso in un presente dominato dalle preoccupazioni personali del Premier e dalla lotta contro ogni dissenso interno, dallo stare al governo e solo in subordine governare.  Sembra aver perso ogni visione e tensione verso il futuro. Da tempo non affronta seriamente il problema delle riforme di sistema, per non parlare della questione del suo rinnovamento interno al fine di consolidarsi come forte e durevole componente del sistema bipolare, e la sua dirigenza pare credere che dopo tutto l’unica cosa davvero importante sia non perdere le redini del potere.

Il sistema politico italiano è abitato da molti nostalgici della Repubblica dei partiti, i quali oggi ne vorrebbero riproporre una nuova versione, che sarebbe – naturalmente – farsesca, mancando ormai veri e propri partiti radicati nella società e nel territorio, fatta eccezione per la Lega. E’ certo che questi nostalgici (molti posizionati al centro, ma – come si è visto – non solo) cercheranno di approfittare di questa fase di crisi del nostro sistema politico. Ma se alla fine dovessero averla vinta, se il bipolarismo dovesse crollare e aprirsi una stagione incerta e caotica, non saranno loro i veri responsabili dell’accaduto.

I veri responsabili saranno quanti all’interno dei due partiti  maggiori – quei partiti che nel 2008 ci avevano illuso che anche il sistema italiano avesse qualche speranza di diventare un sistema normale,  troppo occupati con le loro piccole battaglie di potere e ormai incapaci di immaginare qualsiasi orizzonte – con la loro miopia avranno gettato alle ortiche l’ennesima speranza per un futuro diverso per l’Italia.