– Con tutta la stima dovuta alla persona e con il rispetto per il suo ruolo istituzionale, ci permettiamo di dissentire dal presidente Giorgio Napolitano per le sue prese di posizione in materia di lavoro. Nel corso del 2010 il Capo dello Stato, avvalendosi delle sue prerogative, è intervenuto in due occasioni su materie giuslavoristiche:  a fine marzo con il rinvio alle Camere del “collegato lavoro” accompagnato da una robusta ed ampiamente motivata critica alla norma sulla conciliazione e l’arbitrato; nei giorni scorsi, rispondendo con una tempestività inusuale alla lettera indirizzategli dai tre dipendenti della Fiat di Melfi, licenziati dall’azienda e reintegrati ai sensi dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori e lasciando intendere, sia pur con garbo e correttezza, una critica alla linea di condotta del Lingotto.

In ambedue i casi, pur diversi tra di loro, esiste un tratto comune: il presidente della Repubblica è intervenuto con modalità ed argomenti che nei fatti hanno rimesso in gioco le posizioni di quella parte del sindacato che si sottrae ad ogni tentativo di innovazione delle relazioni industriali e del diritto del lavoro. Così è stato nella vicenda dell’arbitrato, a cui la Cgil si era opposta con una pregiudiziale ideologica ispirata ad una concezione prettamente statualistica del diritto, mentre gli altri sindacati e le associazioni datoriali avevano condiviso il progetto del governo, considerando che dall’introduzione di strumenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie attraverso la contrattazione collettiva venissero solo vantaggi e maggiori opportunità in più per i lavoratori.

Il messaggio di rinvio alle Camere ha sicuramente consentito un riesame più attento del provvedimento, ma ha reso necessarie altre due letture di un progetto di legge che non è ancora stato approvato in via definitiva. Nonostante il riesame e le modifiche più garantiste introdotte, la posizione della Cgil non è cambiata, tanto da far ritenere che se anche il provvedimento arrivasse in porto le difficoltà operative sarebbero tantissime, privando così i lavoratori di procedure conciliative ed arbitrali che sono da secoli parte organica di sistemi maturi di relazioni industriali.

La risposta alla lettera dei tre lavoratori di Melfi è ancor più discutibile. Nel metodo e nel merito. Per quanto riguarda il primo aspetto, è appena il caso di far notare che le sentenze vanno applicate fino in fondo. La Fiat sostiene di aver tenuto una linea di condotta coerente con la giurisprudenza della Cassazione e con la prassi da sempre seguita nei casi di reintegra disposta dal giudice. Ha ragione? Ha torto? Lo stabilirà di nuovo il giudice esaminando il ricorso dei legali della Fiom per accertare quali siano le modalità corrette per dare esecuzione all’ordine di reintegra. Sembra ovvio che una presa di posizione autorevole come quella del Presidente della Repubblica qualche influenza potrà determinarla sull’orientamento di un giudice, che già non ha avuto un atteggiamento favorevole alle istanze della Fiat.

Guardiamo inoltre al merito. E’ senz’altro positivo invitare le parti a stabilire un clima di collaborazione tra di loro. Ma è stata la Fiom a sottrarsi, non solo a Pomigliano, ad autoescludersi da qualunque progetto di partecipazione e di tregua e a teorizzare un sistema di rapporti sociali conflittuale ed ostile. E la Fiom non cambierà il suo atteggiamento. Quanto respiro riceve l’azione di questo sindacato, nel bel mezzo di una dura battaglia con l’azienda, dalla presa di posizione del Quirinale? Negli ultimi mesi, il Lingotto è stato accusato dalla Fiom, dalla Cgil e dal circo Barnum del regime culturale sinistrorso delle peggiori nefandezze in tema di violazione dei diritti dei lavoratori. Ricevere un richiamo solenne dal Quirinale non aiuta certo a smentire accuse ingiustificate e assurde ad una delle poche imprese multinazionali che sono disposte ad investire in Italia e in Campania.

Tutti dovremmo riflettere su quali diritti (in realtà si tratta di abusi dei diritti) siano  compatibili con la globalizzazione.  Il rischio che corre il paese è quello di compiacersi del proprio sistema di diritti perfetti, ma di assistere alla fuga delle fabbriche.