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Quando la crisi e le calamità fanno bene al turismo. Cronache dall’Islanda

– La luce si oscura, la terra trema. Allarme son turisti. Stanno passando in mezzo alle piccole case e alle pacifiche stradine del centro con auto gigantesche, ruote alte come un uomo, corazzate come un Lince. La popolazione turistica a Reykjavik, Islanda, la capitale più settentrionale d’Europa, è alquanto bizzarra. Sembrano Reinhold Messner, portano la barba lunga e la tenuta d’alta montagna, dal cappuccio in gore-tex agli scarponi da Himalaya, ma non sono sull’Everest: si trovano in mezzo a una piazza in piena città. E gli islandesi, sempre vestiti alla moda (forse anche troppo) ridono nel vederli. Chi ha detto a questi stranieri che nella capitale si deve attraversare una catena montuosa dietro ad ogni curva?

Come in tutti gli agosti, anche in questo mese di fine estate 2010, quando nelle città italiane la popolazione scompare, gli italiani ricompaiono in tutti gli altri Paesi del mondo. L’Islanda non fa eccezione. I tipici turisti d’Islanda, oltre agli iper-sportivi in equipaggiamento da battaglia permanente ed effettivo, sono persone di giovane età che vogliono rimanere in pace, non cercano contatti con i connazionali, se incontrano un altro che parla italiano mostrano un visibile imbarazzo (della serie: “ma come? Non ero io l’unico a conoscere questo Paese?”). Il più delle volte viaggiano in coppia. E il maschio urla sistematicamente contro la sua compagna, facendo capire a questo popolo nordico che onora le donne (prima presidentessa d’Europa, Vigdis Finbogadottir e una premier gay, Johanna Sigurdardottir, attualmente in carica) e non conosce violenza (1 solo omicidio nell’ultimo anno, due sabati fa) quale sia l’origine dei numerosi e ormai famosi “femminicidi” del Bel Paese.

Ma agli operatori del turismo locale fa comunque piacere che vi sia un incremento costante del turismo italiano in Islanda. Se le statistiche del 2010 non sono ancora disponibili, quelle dell’anno scorso mostrano un aumento del 27% dal 2008 al 2009, più di quello registrato per i turisti provenienti da qualsiasi altro Paese. A giudicare da quanti connazionali si trovino in qualsiasi meta di un certo rilievo nell’isola nord-atlantica, quest’anno l’incremento deve essere ancora maggiore. E nessun turista si pente. Ad essere onesti, si deve riconoscere che l’organizzazione del turismo in Islanda è perfetta. Mai un minuto di ritardo, carattere molto ospitale della gente, percorsi sicuri, strade del tutto prive di buche, nonostante pioggia, neve, eruzioni e allagamenti. Perché nessuno aveva mai pensato finora di andarci in vacanza?

L’aumento del nostro interesse per questo incredibile Paese del Nord, che pare sorgere su un altro pianeta, è dovuto paradossalmente a due sue grandi disgrazie: la crisi economica del 2008 e l’eruzione del vulcano Eyjafjallajokull nel marzo scorso, il disastro naturale che ha paralizzato i cieli di tutta Europa per un mese. La crisi economica ha abbassato i prezzi. Il Paese nordeuropeo, che fino al 2008 era assolutamente proibitivo per i suoi costi esorbitanti, del cibo, degli alloggi, dei trasporti, in grado di attrarre solo pochi sportivi e appassionati della sua cultura, oggi è accessibile praticamente a chiunque. Costa “solo” come la vita quotidiana a Milano.

L’Eyjafjallajokull, che gli islandesi ci sfidano continuamente a pronunciare in modo corretto (eia-fiatla-iocul), è l’altra disgrazia che, non intenzionalmente, sta facendo bene al suo popolo. Dopo aver devastato un’intera area del Sud dell’isola, paralizzato i trasporti aerei, tagliato in due la sua via di comunicazione principale (la strada statale 1), reso l’aria irrespirabile fino a Reykjavik, costretto all’evacuazione i circa 700 abitanti più esposti al pericolo della lava, il vulcano ha sparso ceneri che hanno reso molto più fertile tutto il territorio circostante. Persino la cenere stessa è diventata un business: c’è gente che si impegna a raccoglierla in bottiglie e rivenderla su eBay.

Ma il raccolto più fertile è l’effetto dell’eruzione è proprio sul turismo. Un po’ per guardare in faccia il nemico naturale che ha impedito a milioni di europei di viaggiare, un po’ per sfidare la sorte, un po’ per non perdersi lo spettacolo del fuoco zampillante in mezzo al ghiaccio, ben 100mila turisti (un quarto di tutti gli ingressi nel Paese nel 2009, un terzo della popolazione islandese) sono andati in pellegrinaggio all’Eyjafjallajokull nel solo mese di aprile. Il vulcano ha evidentemente acceso la lampadina dell’attenzione anche nelle menti degli italiani. Un viaggio in Islanda, insomma, si impara la vera essenza del mercato. La nona economia più libera d’Europa ci fa toccare con mano come la ricchezza possa essere prodotta anche dalla tragedia.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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