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Country First: così il governo Cameron-Clegg smentisce pessimismo e luoghi comuni

– “Ready for change”, aveva annunciato solo qualche mese fa, e change è stato. David Cameron, giovane Prime Minister dall’allure conservatore, la bicicletta a portata di mano e il passato da amante del punk, è il protagonista, insieme a Nick Clegg, il leader Lib-dem con cui ha messo in piedi il nuovo governo, della trasformazione in atto in Gran Bretagna. La metamorfosi made in UK è particolarmente interessante e può rappresentare un elemento di riflessione per i critici del terzo polo, perché quello che avviene nel (quasi) perfetto meccanismo d’alternanza inglese può essere interpretato come un segno dei tempi.

In un certo senso, infatti, è possibile definire la natura del governo Cameron-Clegg “terzo-polista”, per due ragioni: una “tecnica”, l’altra “culturale”. Innanzitutto, il risultato elettorale ha determinato quello che per il sistema maggioritario uninominale inglese è un raro caso di hung parliament, il parlamento, cioè, senza maggioranza assoluta, situazione, invece, propria dei sistemi proporzionali. La coalizione Cameron-Clegg, in sostanza, non è assimilabile né agli esecutivi tipici del modello bipolare, fondato sulla competizione e sull’alternanza tra i due maggiori schieramenti o, come nel caso britannico, tra i due più grandi partiti, né, tanto meno, alle alleanze da governissimo, in un certo senso super-proporzionali.

Inoltre a rendere inedita la natura politica dell’attuale governo è la decisione dei Lib-Dem, eredi dei whigs, storici contendenti dei tories, di abbracciare la politica d’austerity promossa dai conservatori. La decisione di Nick Clegg, che ha messo sul piatto della bilancia il referendum per la modifica della legge elettorale, ha determinato una profonda revisione dell’agenda lib-dem, soprattutto per quanto riguarda l’economia. Basti pensare che la piattaforma presentata da Clegg in tema di riforma fiscale e politica del lavoro durante la campagna elettorale era stata valutata dal quotidiano “The Guardian”, notoriamente orientato verso i laburisti, come “le proposte più ambizione e redistributive di ogni altro partito”.

Insomma, lo scenario politico inglese è inusuale sia per ragioni “tecniche”, dovute al risultato elettorale e al tipo di scrutinio, sia per ragioni di cultura politica. Con in testa un solo diktat, riassumibile in una sorta di “Country First”, la politica del ticket Cameron-Clegg si sta caratterizzando per coraggio e pragmatismo, tutto in nome di un mescolamento destra-sinistra che dalle nostre parti farebbe gridare allo scandalo e che qualche disappunto ha provocato anche nelle contee di un principe Carlo scomparso persino dalla cronaca rosa.

Il coraggio, intanto. La ricetta economica d’oltremanica prevede interventi abbondanti ed incisivi, così trasversali che il Guardian ha voluto celebrare i 100 giorni da conservatori con l’elenco dei dieci tagli più significativi: scuola, agenzie regionali, cultura. Ma soprattutto: meno soldi nello stipendio dei ministri, via le auto blu, David per sgranchirsi le gambe se ne va a piedi da Downing Street a Westminster e Nick, circondato da una scorta in stato d’ansia, prende la mitica underground insieme alla moglie. Come a dire: quando si fanno i famigerati sacrifici, non c’è nessun privilegiato.

Ecco il coraggio, dunque: agire per fare quello che serve. O per dirla con le parole di Clegg, pronunciate per giustificare ai suoi proprio la politica finanziaria messa in atto: “è una delle cose più difficili che avremmo potuto fare, ma, vi assicuro, l’alternativa sarebbe stata peggiore”. Ma non basta, Clegg ha voluto mettere i puntini sulle i: “Sono un rivoluzionario ma di certo sono anche un pragmatico”. Ed è al pragmatismo, dunque, al “cosa è meglio fare”, che il “terzo polo britannico” ― chiamiamolo così ―  si ispira, persino nella rinuncia alla roboante scorta di motociclisti pronta a varcare e dividere in due il traffico londinese come farebbe un contemporaneo Mosè per far passare un primo ministro che la liquida definendola “una stravaganza”.

L’altro elemento caratterizzante il governo Cameron-Clegg è la volontà e la capacità di superare barricate e steccati ideologici nella selezione degli uomini giusti al posto adatto. Non è l’appartenenza, la fiducia personale, il rapporto col leader e col partito a motivare le nomine di consiglieri e advisor del governo. Il parametro di selezione è la competenza, persino ― mio Dio ―  quella dei Laburisti. È così, allora, che Frank Field, ex sottosegretario al welfare con Tony Blair, diventa coordinatore delle analisi sulla povertà; Graham Allen, ex sindacalista, assume il ruolo di coordinatore degli interventi per l’infanzia svantaggiata; Alan Milburn, ex Ministro della Sanità, diventa consigliere per la mobilità sociale.

È soprattutto quest’ultimo incarico che ha gettato benzina sul fuoco delle polemiche, tanto che Milburn s’è guadagnato l’appellativo di “collaborazionista”, come se ci fosse un nemico, come se i cittadini inglesi non fossero meritevoli di governanti qualificati e capaci indipendentemente dal percorso politico e dal colore della tessera che tengono nell’elegante taschino di tweed.  Il peccato di Milburn è quello di essere chiamato a ricoprire un ruolo da protagonista rispetto ad un tema strategico nell’ottica della “Big Society”, tanto cara a Cameron.

Se l’ambizioso progetto del duo più innovativo d’Europa riuscirà, premierà un miscuglio politico, un amalgama post ideologico completamente privo di timori nostalgici e appartenenze stantie. L’esempio che viene dalla Great Britain che, stavolta, più Great non si può è proprio questo: governare con in testa una visione, un’idea di futuro ispiratrice e con un unico obiettivo comune. Il benessere del paese. Giallo, azzurro, rosso poco conta. L’importante è che sia big e che funzioni bene.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

2 Responses to “Country First: così il governo Cameron-Clegg smentisce pessimismo e luoghi comuni”

  1. Lorenzo Pastori scrive:

    Sì, però l’alleanza Clegg-Cameron è stata obbligata, non voluta. Non è una soluzione esportabile, perchè è frutto di un esito elettorale abbastanza imprevedibile.
    Però una cosa è vera: nei grandi paesi avanzati – negli Usa, in Uk, in Francia, in Germania, in Spagna – non esistono sistemi elettorali nè maggioritari nè proporzionali che assicurino una maggioranza di seggi al partito o alla coalizione maggioritaria in termini di voti. Non esiste insomma un premio di maggioranza, che qui in Italia il PdL difende come la base della democrazia. E’ un elemento su cui riflettere.

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