di CARMELO PALMA – A forza di dare corda sulla minaccia elettorale, Bossi ha ora i mezzi, l’occasione e l’interesse per farne un cappio attorno al collo di Berlusconi. E prova a trascinarlo alle elezioni, che il Cav. potrebbe perdere o vincere male (senza maggioranza al Senato), autorizzando chiunque, a partire dal guerriero di Gemonio, ad imporgli un passo indietro per i superiori interessi del Paese, del federalismo e del Nord.

Del resto, l’amico Umberto tiene il Cavaliere non solo per la coda, ma per la testa, avendo colonizzato ideologicamente un partito che, finché Berlusconi faceva il Berlusconi, era un casino in cui poteva starci tutto e il contrario di tutto e ora che Berlusconi fa il “caro leader” non è più nulla, né di bene né di male, e preferisce lucidare l’argenteria della propaganda leghista, piuttosto che immaginare, come dovrebbe,  il liberal-conservatorismo del ventunesimo secolo.

Così Sandro Bondi – per giustificare la liaison azzurro-verde – può scrivere che il principio guida del PdL è il “comunitarismo”, un ideale di resistenza che in Italia intriga e appassiona le minoranze della “nuova” destra e della “nuova” sinistra anti-liberale e nessuno dice nulla e neppure si accorge che il PdL avrebbe “scelto”, per fare un esempio, Marco Tarchi contro Dario Antiseri: a conti fatti, un buon affare se l’obiettivo tattico è quello di fare la guerra a quel fascista rinnegato di Fini, una pessima idea se si vuole guadare strategicamente al futuro del centro-destra italiano.

Allo stesso modo Berlusconi può sbraitare, perché Napolitano intenda, contro i “formalismi costituzionali”, manco fosse un Di Pietro qualunque alle prese con la “sostanziale” colpevolezza del Cav. (per interposto Previti e Mills), maledicente le norme costituzionali sulla responsabilità penale individuale e sulla presunzione di non colpevolezza. Non conta la forma, conta la sostanza. Come no! Sono solo 15 anni che su presupposti sostanzialisti la sinistra contesta a Berlusconi la legittimità a governare e perfino ad esistere (la “sostanza” è una brutta bestia).

Sicuro di avere imboccato la discesa che lo portava al trionfo e magari al Quirinale, forse ora Berlusconi vede il burrone. Malpensanti, riteniamo che qualora cambiasse idea (e in qualche modo, sembrava averlo fatto) sarebbe l’amico Umberto a dargli la spintarella – non di incoraggiamento – e ad impedirgli di fermare la corsa.

Del resto, Bossi è l’ultimo vero leninista della politica italiana: il governo è uno strumento per il partito, non viceversa. E il suo partito dal precipizio elettorale uscirebbe non solo vivo, ma rafforzato. Non sappiamo se la proposta di Bocchino di un anomalo allargamento della maggioranza possa servire a rintuzzare l’attacco leghista. Se servisse, benvenuta. Difficile comunque liquidarla come un tradimento dell’impegno preso con gli elettori, se a far la corte ai voti di Casini è lo stesso Berlusconi.