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L’Heritage Foundation, una sfida delle idee nella politica americana

– La notorietà mondiale dell’Heritage Foundation è probabilmente legata in primo luogo alla pubblicazione dell’Index for Economic Freedom (), che ogni anno fotografa lo stato della libertà economica in tutto il globo, paese per paese e che quest’anno, incidentalmente, ha segnato una “retrocessione” storica dell’economia USA da “free” a “mostly free” – in gran parte per effetto delle politiche interventiste “anti-crisi” messe in campo dall’amministrazione Obama.

Il lavoro dell’Heritage è tuttavia molto più ampio, tanto che questo think-tank nato tutto sommato in sordina nel 1973, rappresenta oggi negli Stati Uniti una delle voci più importanti nel dibattito sulle “policies”. La visione della fondazione si basa su cinque pilastri culturali fondamentali che ne ispirano l’attività: libera impresa, governo limitato, libertà individuale, valori tradizionali ed una difesa nazionale forte. Come si vede i primi tre pilastri sono di incontestabile matrice liberale classica, mentre gli ultimi connotano la fondazione in senso altrettanto chiaramente conservatore.

Sul piano economico e fiscale l’obiettivo è quello della difesa della “virtù” del capitalismo, in una fase in cui il mercato è stato individuato da troppi come il capro espiatorio della crisi economica. In questo senso l’elaborazione dell’Heritage negli ultimi due anni ha rintuzzato ad una ad una le accuse mosse all’economia libera ed ha messo in luce gli effetti negativi delle crescenti regolamentazioni e del debito pubblico sul futuro dell’America.

L’obiettivo è quello di difendere e di allargare gli ambiti di scelta individuale (dall’intrapresa privata alla sanità, dal commercio all’educazione) e di porre un freno all’allargamento della sfera pubblica.  Per certi versi è interessante rimarcare – come avviene abbastanza in generale all’interno della destra a stelle a strisce – che posizioni largamente “pro choice” in campo economico e sociale convivano con posizioni confessionali in campo bioetico.

Va detto che il più delle volte tali posizioni sono ricondotte dall’Heritage all’interno di un solco “liberista” (ad esempio si parla più volontieri di abolizione dei finanziamenti all’aborto od alla ricerca sulle cellule staminali piuttosto che di proibizione tout court)  anche se non manca qualche eccezione in senso più interventista (come il sostegno al finanziamento  a programmi di educazione all’astinenza sessuale.

L’attenzione ad un’America forte sul piano militare rappresenta, poi, un punto di distanza caratterizzante rispetto ad analoghi think-tank di ispirazione “libertarian”, com il Cato Institute, che invece sono tipicamente orientati verso un approccio più “minimalista” ai temi della politica estera e della sicurezza.

Ma a chi parla l’Heritage? Anche se è innegabile che con i Repubblicani esista un rapporto privilegiato di attenzione reciproca,  l’Heritage è un istituto indipendente e totalmente no-partisan il cui obiettivo è quello di educare decision makers ed opinion makers ai principi liberisti e conservatori.
I principali destinatari di questo lavoro sono i politici, le persone di staff in posizione chiave, i dirigenti dell’amministrazione pubblica e del settore privato, e tutti coloro che sono in grado di influenzare la percezione dei vari temi (dai giornalisti alle università).

Rispetto ad altre entità che privilegiano l’aspetto del lobbying, l’obiettivo dell’Heritage è prioritariamente quello di produrre informazione ed elaborare soluzioni su tutti i temi più strategici della vita politica americana, dov’è possibile anticipando il dibattito. Le posizioni vengono poi diffuse in brevi “policy papers” di facile lettura anche per chi non è un tecnico dello specifico settore. Non mancano conferenze e seminari con una programmazione quotidiana ed un’intensa attività di diffusione di commentaries attraverso internet. Da questo punto di vista, tra le tante iniziative, di particolare interesse è il Bloggers Briefing che ogni settimana consente ai bloggers di confrontarsi con uno o più ospiti di rilievo (in genere deputati, senatori o giornalisti).

Il budget 2010 dell’Heritage Foundation è di circa 72 milioni di dollari – davvero ingente se confrontato a quello che in genere riescono a raccogliere i “pensatoi” nel nostro paese.  La possibilità di arrivare a certe cifre è indice della vitalità e dello slancio della società americana – di tanti cittadini che non hanno paura di investire soldi (e tempo) nelle cause in cui credono e che non pensano che la politica debba essere delegata esclusivamente ai partiti, ma che al contrario ad essa si possa partecipare tutti i giorni (non solo quello dell’elezione) attraverso una pluralità di strumenti diversi di partecipazione.

Come spiega Bridgett Wagner, Director for Coalition Relations, intervistata a Washington per Libertiamo, “il budget è frutto, per la maggior parte, di donazioni individuali, dato che i contributi che arrivano dalle aziende rappresentano meno del 5% del budget totale”. L’Heritage ha circa 671.000 sostenitori che hanno risposto con offerte economiche alla campagna “Leadership for America”. Oltre trenta hanno donato più di 1 milione di dollari e si contano nelle centinaia coloro che hanno staccato un assegno almeno a cinque cifre. Non mancano poi coloro che versano una cifra relativamente piccola, ma lo fanno con regolarità da oltre trent’anni. Altri, poi, lasciano donazioni all’Heritage nel proprio testamento.

La Wagner ci tiene a precisare che la fondazione non solamente non riceve soldi pubblici, ma non offre servizi di consulenza a pagamento ad istituzioni pubbliche. Questo strategia consente all’Heritage di mantenere un’assoluta indipendenza rispetto al potere politico. L’istituto impiega più di 250 impiegati a tempo pieno, in gran parte ricercatori, oltre a mettere a disposizione posizioni temporanee (una settantina di “summer internship” quest’anno).

E’ interessante notare l’impegno profuso nel marketing e nella comunicazione  – un settore strategico per le finalità dell’Heritage e nel quale lavorano una ventina di persone. Insomma una vera e propria “azienda”, che produce un bene immateriale, ma non per questo meno importante: buone idee.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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