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“Il padre dei miei figli” di Mia Hansen Love: il cinema come religione – AUDIO

– Quando si parla di religione, o di spiritualità, in rapporto al cinema, se non ci si riferisce a film sulla vita di Cristo o dei santi, si pensa almeno a film che alludono a un’Entità trascendente, o a qualche evento miracoloso più o meno accertato.
Un film francese, uscito in Italia questa estate, e che ancora resiste in qualche sala – “Il padre dei miei figli”, della regista Mia Hansen Love, è un film, a mio parere, “religioso”, senza avere nessuna delle caratteristiche, per le quali convenzionalmente si associa alla religione un film.

Il protagonista, di mestiere, fa il produttore cinematografico: mestiere, potrebbe forse obiettare qualcuno, profano come pochi altri.
In ogni caso, è un produttore sui generis, che non produce film che lo possano arricchire, ma film difficili, d’autore, che anzi un po’ alla volta lo porteranno sul lastrico.

Ora, intendiamoci: per me, un uomo religioso è un uomo che antepone al successo, all’affermazione personale, qualcosa, un ideale, che egli considera più importante di sé, al quale dedica per intero la sua vita, disposto anche al sacrificio estremo.
Per il produttore in questione, tale ideale è l’arte, e in particolare l’arte del cinema. Senza, beninteso, che assuma pose compiaciute da esteta. Perché dell’uomo religioso – così come, almeno, convenzionalmente lo si rappresenta – egli ha la sobrietà, oltreché il rigore. (E tale analogia tra la sua figura e gli uomini religiosi ci è suggerita da un viaggio a Ravenna, dove visita i mosaici bizantini che raffigurano alcuni santi, dall’aria soave, ma anche, appunto, sobri e composti).

In una lunga sequenza, all’inizio del film, lo vediamo e lo ascoltiamo mentre parla ripetutamente al cellulare: passeggiando per un boulevard di Parigi, nel suo ufficio, mentre guida la macchina; rispondendo ai problemi più diversi: i capricci di un attore sul set, un ammanco finanziario, una questione sindacale con una troupe, e così via.
Tale assalto di problemi, così fitto e prolungato, potrebbe risultare frastornante e irritante. E invece l’uomo si mantiene paziente e lucido; perché, si intuisce, al di là di quella coltre spinosa di problemi, egli intravede una luce, che, pur nella gravità che appartiene alla sua fisionomia, gli conferisce una specie di leggerezza. E quella luce altro non è che il desiderio di veder realizzato QUEL film, al quale egli crede, appunto, con l’integrità di un uomo religioso.

Verso la metà del film, l’uomo, sull’orlo del fallimento, si uccide, sparandosi per strada. E qui ci si potrebbe chiedere: può uccidersi un uomo davvero religioso? Una religione non dovrebbe aiutarci ad affrontare i momenti di crisi?
Ma una religione ha i suoi martiri volontari! Quando la realtà impedisce di vivere per l’ideale in cui si crede, di quella vita, che ha perso valore, ci si può sbarazzare.
Il nostro eroe potrebbe forse – ma dico forse – salvare la sua società di produzione, vendendo il catalogo dei suoi film, e arrestando la realizzazione di un film svedese particolarmente impegnativo e rischioso.
Ma egli, un po’ estremistico, non accetta soluzioni compromissorie.

Da quel momento, nel film, soffia un vento, per intenderci, da “Atti degli apostoli”.
A proseguire la sua missione, interviene la moglie (interpretata da Chiara Caselli, che in Francia ha riscosso un successo personale per questo ruolo); insieme a lei il fratello, le figlie e i collaboratori più stretti del produttore.
Voglio dire, che per compensare il lutto generato dalla scomparsa di quest’uomo tanto amato e carismatico, i suoi cercano di proseguire il suo lavoro, di salvare la società di produzione, di portare a compimento i film già avviati; e coltivando l’amore per il buon cinema.

Certo, se il produttore è un uomo religioso, come accade anche ai santi veri e propri, rischia il ridicolo: valeva la pena di morire per film destinati a un pubblico ristretto?
Ma mi chiedo: il valore di un ideale può essere forse misurato in base al numero di quanti lo condividono?
In ogni caso: “Il padre dei miei figli” è un bel film. Se ancora sopravvive in qualche sala della vostra città, affrettatevi a vederlo. Tra gli altri suoi meriti, trasmette un soffio di religiosità non retorico.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

One Response to ““Il padre dei miei figli” di Mia Hansen Love: il cinema come religione – AUDIO”

  1. Nulla da dire al sempre ottimo Cercone. Vorrei solo aggiungere che quel produttore, nella realtà, è esistito veramente. Si chiamava Humbert Balsan, era una delle persone più simpatiche che avessi mai conosciuto e il mio pensiero, con tutta la mestizia del caso, va a lui, morto veramente suicida qualche anno fa.
    IL film è dichiaratamente ispirato alla storia di Humbert.

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