Uk, come fare la rivoluzione liberale (in 100 giorni) e vivere felici

– Cento giorni fa si insediava il governo Cameron-Clegg, un pacs più che un’alleanza tra soggetti politici, i liberaldemocratici e i conservatori, di cui sino allora non si sospettava nemmeno l’affinità. Ed invece tra il leader tory ed il collega libdem sboccia un’intesa sorprendentemente profonda. Si forma una coalizione – una bizzarria nel bipartitismo britannico – e si definisce un programma di governo che promette di tagliare il deficit, decentralizzare il potere, pensionare lo stato-erogatore e porre le basi di un patto tutto nuovo tra stato e società.

Cento giorni dopo, quel progetto è ampiamente tracciato. Esecutivi i tagli (fino ad un quarto) ai budget dei ministeri (tutti, salvo – a ben donde – Istruzione e Difesa).
Avviato il piano di smantellamento degli organismi governativi di controllo e indirizzo delle policy pubbliche, tracciato il percorso di empowering e decentralizzazione che punta a sottrarre allo stato il monopolio nella gestione dei servizi, primo fra tutti l’onerosissima sanità, quindi la scuola e persino la polizia che il governo progetta di rendere accountable attraverso un sistema di selezione elettiva (come per i procuratori negli States). Silenziata poi – e definitivamente – la retorica liberticida gonfiata sulle istanze securitarie e ricalibrato il focus sulle libertà civili – niente più ID (la carta d’identità introdotta da Blair), e meno carcere per una pluralità di reati ritenuti più efficacemente punibili con pene alternative.

Il governo lib-con punta poi a ridisegnare, con i servizi, anche il sistema di welfare individuando nei privati e nelle associazioni i soggetti adatti ad occuparsi, oltre che di istruzione ed ospedali anche d funzioni eminentemente sociali, come ad esempio il ri-collocamento dei disoccupati ed il recupero dello svantaggio sociale.
Si è quindi cominciato a lavorare anche per conseguire l’obiettivo politicamente più complesso del programma di governo: ridefinire gli assetti del potere democratico – con più sindaci eletti direttamente dai cittadini (con i poteri, dunque, oggi conferiti al solo mayor di Londra), meno parlamentari e più attori sociali nei ruoli primari (indirizzo, gestione e controllo delle risorse pubbliche) e – pure – per il cambiamento del sistema di voto, oltre alle misure, in parte già attive, per la trasparenza del potere pubblico mediante l’accesso ai dati delle amministrazioni.

Nel paese più stato-centrico del mondo sviluppato, tutto questo non è affatto poco.
Nelle intenzioni del governo non si tratta solo di arrivare ad erogare meno servizi. Si tratta – osserva Economist – di ridurne la domanda, arginando il bisogno di uno stato-fornitore del quale il cittadino non è attualmente in grado di fare a meno. Si tratta in definitiva di sovvertire l’approccio culturale rispetto all’idea che debba essere lo stato – e solo lui – a soddisfare bisogni cui in molti casi si è invece in grado di provveder da sé.

In cento giorni non si realizza una rivoluzione. Ma si possono erigere i presidi che ne favoriscono il compimento. Nonostante la scure sulla spesa pubblica, nonostante l’archiviazione di un sistema – fatto di sussidi e strumenti di assistenza sociale – che costituisce l’architrave dello stato sociale britannico, il programma riformatore impostato dai liberal-libertari al potere non si è (ancora) rivelato né traumatico né ideologicamente divisivo. Tant’è che i sondaggi registrano l’apprezzamento dell’opinione pubblica per il rigore, plasticamente interpretato nel primo budget del nuovo governo, riconoscendo al Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, un tripudio di consensi sconosciuto ai predecessori.

Il primo di questi baluardi ‘rivoluzionari’ è stata infatti proprio la ‘finanziaria’ che, secondo gli analisti, segna un passaggio epocale, come lo fu nel 1979 la vittoria di Margaret Thatcher. Non a caso Economist saluta i primi cento giorni del governo lib-con con una cover story emblematicamente intitolata Radical Britain. Come ai tempi di Maggie, anche questa volta la bussola del governo punta sulla emancipazione dallo stato. Ma le direttrici su cui viaggia la locomotiva liberal-conservatrice stavolta sono due: quella politica – la cessione di potere dal centro alla periferia – oltre quella economica – la cessione delle risorse dal pubblico ai privati.

Tutto questo, si dirà, è in linea con il più tradizionale sentire tory. Vero, ma – come osserva Tony Travers sul Financial Times – oltre a contenere lo stato e limitare gli interventi top-down, la coalizione di governo ha chiaramente indicato anche la volontà di sperimentare idee eterodosse, sentieri inesplorati di cui non è affatto scontato prevedere l’esito. Una strada perigliosa, certo, ancor più quando nulla può ancora dirsi in merito agli effetti sull’economia reale della manovra dell’austerità. Questa volontà sperimentatrice tuttavia appare quanto mai appropriata ai tempi: la complessità della crisi (economica, sociale) e la sostanziale aleatorietà delle soluzioni proposte (in Europa come negli Usa), suggerisce di ritenere tutt’altro che velleitari i tentativi britannici di formulare un approccio sistemico tutto nuovo.

“Risparmi, riforme, abbandono della politica dei target governativi: questo – osserva su Ft l’analista della London School of Economics – rimanda ad un sostrato filosofico coerentemente orientato al doppio obiettivo di ridurre la dimensione del governo e decretare uno shift sostanziale dal potere centrale.” 

L’accento posto in particolare sul ruolo della society (in luogo dello stato) rimanda ad esperienze analoghe già verificate altrove – negli States, in Canada – dove al settore pubblico si è via via affiancato, fino a sostituirlo in circostanze operative concrete, il mondo del volontariato e delle associazioni di imprese a vocazione sociale.

A spingere in questa direzione contribuisce certo l’urgenza di porre un freno alla insostenibilità finanziaria dello stato-prendi-e-dai-tutto: quante tasse si è infatti disposti a pagare per continuare a mantenere il pacchetto full option del provider di stato?

Economist sostiene che per quanto ardimentosa possa apparire, la scommessa sulla quale il governo lib-con ha imbarcato il paese – dare spazio alla società di farsi protagonista in luogo di uno stato irrimediabilmente saturo –  si rivelerà presto la strada obbligata per “many other rich-world countries”.

Curioso: prima di Cameron e Clegg ci aveva già pensato Berlusconi a fare la rivoluzione della libertà (dallo stato): il lungimirante Berlusconi del 1994 che si prefiggeva di vincere in Italia la partita che oggi la Gran Bretagna ha invece deciso di giocare davvero.
Vogliamo chiedere lumi sul perché in Italia non se ne sia fatto nulla?
Berlusconi, come noto, sostiene di avere avuto le mani legate dalla sostanziale limitazione di potere cui lo costringe la vecchia Carta. Ma neppure in Gran Bretagna per realizzare le riforme bastano le prerogative costituzionali assegnate al potentissimo primo ministro, se poi quelle riforme non si ha la volontà politica e la capacità dirigente di condurle in porto.

Il progetto lib-con è troppo radicale e tocca troppi interessi per immaginare che possa esser realizzato senza incontrare resistenze. La base elettorale dei libdem, per dire, è costituita da dipendenti pubblici, medici, insegnanti: le categorie più selvaggiamente colpite dai tagli, le categorie più direttamente investite dalla rivoluzione copernicana che si vuol realizzare nei servizi pubblici. Ciò non toglie che sul piano di governo il liberal-democratico Nick Clegg ci ha messo la firma e non esita a metterci la faccia, a costo di andar contro una parte del suo stesso partito.

E la ragione di tale ostinazione è maledettamente razionale: le riforme provocano sempre l’opposizione delle categorie che se ne sentono in qualche modo bersaglio, minacciando così chi se ne fa carico di vedersi politicamente implodere per deficit di consenso. Se si vuole riformare, allora, tanto vale riformare radicalmente. Incidere in senso sistemico: non limitarsi a sforbiciare le spese ma spingersi a cambiare gli stessi meccanismi che le determinano. Cioè l’intero assetto pubblico.

È certamente presto per dire se la coalizione lib-con reggerà. Se avrà la determinazione e l’accortezza per resistere alle pressioni politiche (le elezioni locali di ‘mid term’ saranno un primo ‘test’) ed alle pressioni economiche  (i mercati hanno reagito bene al primo budget del neo Cancelliere, ma la disoccupazione è ancora alle stelle e i segnali di ripresa tardano ad arrivare).
Una cosa tuttavia sembra potersi dare per acclarata.

La Gran Bretagna ha imboccato una strada che, con meno clamore ma più efficacia di altri paesi a leadership carismatica (Obama, Sarkozy, Berlusconi), punta alla radicalità riformatrice non solo per traghettare il paese, in attesa della ripresa globale, dalla crisi al rilancio ma per farlo trovare pronto a giocare un ruolo attivo nel mondo nuovo. Per immaginare il quale a David Cameron e Nick Clegg non è affatto occorsa una sfera di cristallo e neppure l’incursione nella dimensione della profezia. Né paura né speranza: solo buon senso e la lucidità di registrare la rotta verso la quale si muove il mondo. Per esempio, ad est.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

7 Responses to “Uk, come fare la rivoluzione liberale (in 100 giorni) e vivere felici”

  1. Misa Naka scrive:

    Brava, complimenti, speriamo che sia tutto vero!
    invece dove scrivi: ‘Berlusconi, come noto, sostiene di avere avuto le mani legate dalla sostanziale limitazione di potere cui lo costringe la vecchia Carta’ – non si capisce se assenti o meno

  2. Simona Bonfante scrive:

    @ misa naka
    berlusconi, come prima di lui craxi e come, con lui molti di noi, ha ragione da vendere nel sostenere l’opportunità di una riforma in senso presidenzialista del nostro sistema istituzionale. ha torto quando attribuisce ai limiti attuali nei poteri del premier la causa delle sue mancate riforme. egli ha avuto in passato, ed ha tuttora, tutta la forza politica oltre che parlamentare per fare tutto quello che si è impegnato di fare in ben tre tornate elettorali vinte. delle due l’una: o mentiva in campagna elettorale, promettendo cose che sapeva di non poter realizzare, o mente ora quando attribuisce alle prerogative costituzionali la causa del suo sostanziale fallimento.

  3. Vogliamo chiedere lumi sul perché in Italia non se ne sia fatto nulla?

    semplice, perchè gli italiani non sono inglesi, purtroppo.

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