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Processi più brevi o prescrizioni più facili? Il ddl della discordia inciampa in troppe contraddizioni

– La ripresa dell’attività parlamentare, dopo la pausa estiva, sarà, molto probabilmente, il momento decisivo dell’attuale legislatura, con l’annunciata verifica politica. È possibile dire sin d’ora che il suo esito dipenderà dal grado di rigidità con cui verrà condotta. Infatti, se si può registrare un certo grado di consenso sui fini ultimi dei provvedimenti in agenda, l’analisi dei loro contenuti evidenzia la necessità di un’ulteriore attività di ponderazione e affinamento tecnico.

Ciò è sufficientemente chiaro per quanto riguarda il ddl sul processo breve, ove all’unanime, condivisibile, volontà di ridurre la durata dei processi italiani, spesso causa di condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, non corrisponde una adeguata soluzione: una “prescrizione processuale” che affiancherebbe quella sostanziale, senza sostituirla.

In particolare, è bene ricordare che sin dalla sua presentazione il ddl è risultato tecnicamente problematico. Infatti, il testo originario era basato sui seguenti capisaldi:
– la medesima durata temporale (2 anni) per ciascuno dei tre gradi di giudizio per il maturare dell’effetto estintivo;
– l’applicazione della “prescrizione processuale” per i soli incensurati e per determinate categorie di reati.

L’evidente irragionevolezza e iniquità dell’originaria disciplina aveva subito provocato decise reazioni da parte degli operatori giuridici, che hanno indotto il legislatore ad espungere le criticità più evidenti. Infatti, il testo approvato al Senato ora prevede:
– la previsione – ad eccezione dei gradi di giudizio successivi al rinvio della Cassazione – di distinti termini temporali per l’estinzione del processo, ossia:
* 3-2- un anno e mezzo, per i reati puniti con la reclusione inferiore ai dieci anni;
* 4-2-un anno e mezzo, per i reati puniti con la reclusione pari o superiore ai dieci anni;
* 5-3-2 anni, per reati di particolare complessità;
– l’estensione della causa di estinzione al processo contabile e ai reati commessi dalle persone giuridiche;
– una disciplina transitoria per la prima categoria di reati, che riduce il termine per il primo grado di giudizio a due anni se commessi antecedentemente al 2 maggio 2006 (con eccezione dei reati esclusi dall’indulto).

Malgrado gli evidenti miglioramenti, il nuovo testo presenta ancora alcuni elementi di perplessità.
In primo luogo, è obiettivamente incomprensibile la disciplina transitoria, che, non solo contrasta con ogni elementare principio di certezza giuridica e processuale (tempus regit actum), ma giustifica una sua lettura particolaristica.
In secondo luogo, le ragioni che in linea di principio giustificherebbero la prescrizione processuale in materia penale non sembrano potersi estendere automaticamente al processo contabile, ove il nuovo istituto probabilmente indebolirebbe le istanze di prevenzione generale.
In terzo luogo, la “prescrizione processuale” potrebbe disincentivare il ricorso ai riti abbreviati per la semplice ragione che il rito ordinario accresce la probabilità di ottenerla.

Ma la principale ragione di perplessità riguarda la stessa necessità dell’introduzione della nuova forma di prescrizione. In via preliminare, si evidenzia che l’istituto è estraneo alla funzione cognitiva dell’accertamento giurisdizionale, tipico della nostra tradizione giuridica (art. 111 Cost. e art. 6 CEDU): “la declaratoria di immediata estinzione del processo anche in assenza dell’accertamento dei fatti contestati impedisce al processo di realizzare totalmente il fine cui esso è preordinato, ovvero di consentire al giudice di assumere una decisione di merito” (Cisterna).

Inoltre, l’effetto estintivo si fonda sul presupposto che il periodo prescritto sia sufficiente per lo svolgimento del processo, mentre, invece, esso dovrebbe essere l’obiettivo di specifici interventi normativi e organizzativi, senza i quali è illusorio pensare di mutare la realtà processuale italiana. D’altronde, ciò è bene evidenziato dall’apparente paradosso del nostro sistema giudiziario, caratterizzato dall’eccessiva durata dei processi malgrado l’alto livello di rendimento dei magistrati.

Pertanto, rebus sic stantibus, la “prescrizione processuale” rischia di ridurre l’area dei reati effettivamente puniti, soprattutto con riferimento a quelli i cui termini di prescrizione sono stati a loro volta pesantemente ridimensionati dalla legge Cirielli, confermando la tendenza contemporanea per un diritto penale d’autore i cui più manifesti epifenomeni sono l’ossessione repressiva nei confronti degli stranieri irregolari e dei malviventi abituali e la blanda indulgenza verso i colletti bianchi.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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