America, dove ‘conservatorismo’ vuol dire ‘meno Stato’


E’ un momento frizzante per la destra americana. Secondo l’ultimo sondaggio di Rasmussen i Repubblicani sopravanzano ormai i Democratici di 12 punti – il maggior vantaggio registrato negli ultimi dieci anni. Ma non è solo il partito repubblicano a godere di buona forma e ad intravedere la concreta possibilità della presa del Congresso nelle elezioni di middle term.

A vivere un momento di eccezionale successo e dinamismo è soprattutto il “movimento conservatore” – che non coincide con il partito dell’Elefante, anche se certo lo sostiene nella maggior parte dei casi ed all’interno di esso rappresenta l’area più radicalmente schierata a difesa dei valori profondi dell’America. In un certo senso l’avvento al potere di Barack Obama ha risvegliato l’attivismo politico dei conservatori che oggi si mobilità, sotto varie forme, di fronte alle politiche centraliste e socialdemocratiche del Presidente, che rischiano di compromettere l’economia del paese ed ancor più l’”eccezionalità americana”.

Il fenomeno dei tea parties rappresenta solo l’espressione più visibile della new wave conservatrice, che si manifesta attraverso una pluralità di associazioni, lobbies e pensatoi che condividono l’obiettivo di “taking America back”. Ci sono valide ragioni per cui si debba guardare con riguardo alla sfida che la destra politica USA lancerà di qui al 2012, con l’obiettivo – comunque non facile – di sconfiggere un presidente incumbent.

Innanzitutto perché il conservatorismo americano è fondato sui principi del libero mercato, della responsabilità individuale e del governo limitato – quei principi basilari di libertà su cui i Padri Fondatori costruirono l’America e che sono stati rilanciati nel ventesimo secolo da intellettuali e politici come William Buckley, Barry Goldwater e Ronald Reagan.

Meno Stato, meno tasse e più mercato. Questo è, in breve, il credo politico a cui aderiscono i Conservatives e che fonda la loro contrapposizione tanto nei confronti dei “Liberals” (cioè dei progressisti) quanto nei confronti dei “big-government Republicans”, quell’establishment repubblicano che non disdegna un ampio ricorso a soluzioni interventiste.  Dall’Heritage Foundation all’American Enterprise Institute, dagli Americans for Tax Reform ai tanti Tea Parties, la rivolta conservatrice contro tasse, regolamentazioni e controllo pubblico prende corpo in un’ottica che si colloca perfettamente nel solco del pensiero politico liberale classico.

I Conservatori, tuttavia, non parlano solamente di mercato e di iniziativa individuale. Introducono nella loro teoria politica anche una dimensione culturale, schierandosi a difesa dei valori tradizionali ed in generale dell’America cristiana. Peraltro, quello che è notevole nel conservatorismo americano e che merita rispetto è che il conservatorismo sociale raramente conduce, come invece da noi, a conclusioni stataliste e assistenziali.

Se in Italia e più in generale in Europa frequentemente la destra tradizionale ed i cattolici ritengono lo Stato Sociale e la redistribuzione della ricchezza come pilastri irrinunciabili di una visione solidale della società e sovente si scagliano contro l’”individualismo liberista”, negli Stati Uniti visioni culturali tradizionali e cristiane sono in generale considerate perfettamente compatibili con l’economia libera.

Anzi in generale i conservatori ritengono che l’invadenza della sfera pubblica vada a detrimento delle istituzioni tradizionali, quali la Famiglia e la Religione. Quindi, al contrario della “destra sociale” europea, i Social Conservatives a stelle e strisce chiedono che lo Stato faccia passi indietro, restituendo alla società civile quei settori – tra cui l’educazione e la solidarietà – che esso ha indebitamente occupato. Si battono, quindi, per restituire alle famiglie un’effettiva scelta sui contenuti formativi dei ragazzi e per restituire alle comunità volontarie, come le Chiese, un ruolo primario nell’assistenza ai bisognosi.

Se in Europa negli ambienti conservatori e cristiani prevale una concezione tendenzialmente negativa del mercato, visto come luogo in cui si perseguono interessi egoistici e materialistici, nell’ottica dei Conservatori americani esiste semmai una correlazione positiva tra libertà economica e “virtù”, in quanto il mercato fornisce incentivi positivi ai comportamenti virtuosi, dato che “ricompensa” il lavoro, la responsabilità ed il rispetto degli impegni presi nei confronti degli altri. E’ al contrario l’intervento assistenziale che, premiando l’azzardo morale, incoraggia comportamenti irresponsabili ed attitudini socialmente deleterie.

In definitiva, pur senza che necessariamente se ne debbano condividere o recepire in toto le posizioni (dall’aborto alla pena di morte), il conservatorismo americano continua ad apparire uno dei modelli di destra più interessanti e fecondi per tutti coloro che muovono da posizioni liberali, liberiste ed antistataliste.  C’è da augurarsi che esso sappia tradursi anche in una convincente “offerta elettorale”. Servirebbe davvero un nuovo Reagan.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

6 Responses to “America, dove ‘conservatorismo’ vuol dire ‘meno Stato’
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  1. Pietro M. scrive:

    C’è da dire che questi conservatori “liberisti” non influenzano la politica americana da quasi trent’anni, se non sono morti sono perlomeno in pessima salute. Probabilmente sono un lontano ricordo come la Old Right di Nock, Mencken e Chodorov negli anni ’20.

  2. Marco Faraci scrive:

    Certo che influenzano. Naturalmente la loro non è l’unica influenza a cui è sottoposta la politica americana. Anzi dal mio punto di vista è proprio negli ultimi 30-40 anni che il conservatorismo ha recuperato una significativa presenza nel dibattito politico-culturale. Al di là dell’era Reagan, anche il “contratto con l’America” di Gingrich nel ’94 non è dal mio punto di vista da sottovalutare, così come le basi del successo di Bush nel 2000, anche se compromesse successivamente dalle inevitabili tendenze statocentriche indotte dalla lotta al terrorismo.

  3. per quanto preferisca i conservatori americani a quelli europei, (aborro il cattolicesimo sociale e reazionario, vedo molta piu’ coerenza nel conservatorismo liberista….se vuoi essere str*nzo e menefreghista lo devi essere in tutto)
    anche se il conservatorismo all’americana rischia di creare il fenomeno Cina: capitalismo sfrenato e diritti civili pari a zero.
    per il resto preferisco 10 volte Obama, che piu’ che socialista chiamerei liberal-democratico….cioe’ se Obama e’ socialista Berlusconi e’ un comunista…un Democratico in America sara’ sempre piu’ liberista di qualunque politico italiano

  4. Daniloux Libertarian scrive:

    Chiacchiere, solo maledette chiacchiere. La partitocrazia americana è uguale a quella italiana. George Bush ha aumentato la spesa pubblica, il deficit pubblico, il debito pubblico e il deficit commerciale: un vero keynesiano socialista. La politica del suo “ministro della moneta”, Alan Greenspan, è stata la meno conservatrice della storia americana: tassi d’interesse bassi e iniezioni massicce di acquisti del debito pubblico. I tempi di Reagan e di Paul Volcker sono lontani anni luce e gli Stati Uniti d’America stanno per subire un tracollo finanziario di dimensioni colossali che investirà, a breve, il mondo intero. Gli unici “conservatori” libertari americani che io conosca Ron Paul, e il meraviglioso Peter Schiff hanno entrambe politicamente uno scarso seguito ma sono gli unici politici ad aver diagnosticato l’inizio della fine degli Stati Uniti d’America. La costituzione americana, quella dei padri fondatori è ormai costituzione morente, sempre meno applicata alla lettera e sempre più interpretata in favore di una espansione dell’azione governativa. Anche gli Usa, come del resto, tutti i paesi “liberali” tendono naturalmente a trasformarsi in democrazie partitocratiche, in governi monopartitici della spesa pubblica e del socialismo. I repubblicani americani sono, salvo rare eccezioni come i conservatori nostrani: libertisti all’opposizione e antimercatisti al governo: brutta gente!

  5. Andrea B scrive:

    Purtroppo, solo una parte minoritaria di questi conservatori mi risulta essere anche “pro-chice” sulle questioni etiche: la maggior parte sono anti-abortisti e contro la ricerca sulle cellule staminali, allineandosi alle posizioni più oscurantiste degli integralisti cristiani d’ oltreoceano …

  6. Andrea B scrive:

    Ops …volevo scrivere “pro-choice”, ma credo che si sia capito …

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