La Lombardia “padana” vale meno di quella italiana

– Se si provasse a riflettere sulle alterne vicende della storia italiana, a centocinquant’anni dalla stretta di mano tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi a Teano, che consegnò ai Savoia un’Italia unita – ancora “incompleta”, ma “una” – dovremmo giungere alla conclusione che questa disordinata unità, questo senso dell’identità nazionale e di un destino comune, è ciò che ha consentito all’Italia di scampare ai naufragi più rovinosi della sua storia.

La questione dell’unità nazionale, tante volte vituperata e strumentalizzata per fini politici, ha in sé un valore incontestabile. Rappresenta l’unico collante di un paese che è incorso in pesanti disavventure ideologiche e che attorno alla sua identità nazionale ha saputo, dopo ogni passo falso, ricostruirsi e progredire.

Non bisogna commettere l’errore di pensare che l’identità nazionale sia alla fine destinata a prevalere rispetto ad altri riflessi, a tendenze campanilistiche e ad egoismi corporativi e locali. Anzi, rischia spesso di soccombere. Per questo occorre superare un’idea rituale dell’unità nazionale e civile del paese, slegata dalla sua realtà sociale. In tal senso si sono mossi due Capi di Stato accorti come Ciampi e Napolitano, che della questione nazionale hanno fatto una priorità dei rispettivi mandati presidenziali.

L’unità nazionale ha bisogno di un senso di compiutezza: proprio in quanto non si tratta di un’entità a sé stante, bisogna integrarne il profondo significato nel percorso del nostro Paese. Come? Imparando dagli errori.

La crisi economica che ha investito la comunità mondiale (e di conseguenza anche l’Italia) può essere uno stimolo importante, perché ha dimostrato come il nostro Paese viaggi su diverse velocità, con regioni che hanno retto l’urto meglio di altre che invece rischiano il collasso: una situazione già presente, ma che la crisi ha aggravato e contribuito a mettere in luce chiaramente.

L’unità politica e simbolica deve trasferirsi su un piano pragmatico, di applicazione concreta delle regole e dei principi: serve una politica equilibrata e seria, che non associ a situazioni disuguali regole disuguali, che non cerchi soluzioni straordinarie destinate a perpetuare l’ “eccezione meridionale”. Non porta da nessuna parte la via percorsa in tutta la storia unitaria: quella dei commissariamenti, delle soluzioni a breve termine, degli extra-finanziamenti, delle deroghe e del compromesso con una classe dirigente locale autoreferenziale e parassitaria.

Una politica trasparente, accorta e ambiziosa, che guardi al futuro: questa è la ricetta che occorre a un Paese che aspiri a definirsi unito, anche e soprattutto nei fatti. Occorre portare avanti quella che fu l’opera dei padri nobili della nazione, con lo spirito e guardando ai problemi dei nostri tempi. Per superare le difficoltà, le tendenze secessioniste e le rivendicazioni localiste che scuotono il Paese e sono raccolte da alcuni movimenti politici, occorre una soluzione nazionale.

La valorizzazione delle differenze territoriali va realizzata nella logica di una grande enciclopedia culturale del popolo italiano, con un approccio inclusivo e non esclusivo, di relazione e non di divisione. Non è un argomento retorico e “buonista”, ma pratico e realista. La Lombardia, se non fosse italiana, ma “padana”, non varrebbe di più ma di meno.

Bisogna recuperare in quest’ottica la grande storia dell’Italia, le sue radici, il suo patrimonio culturale, perché ognuno possa affermare con orgoglio “Questa è la mia patria”, come faceva Giuseppe Mazzini.

La grande sfida dell’Italia unita è oggi la lotta al “presentismo”, all’immobilismo della società; superare i divari e abbattere gli steccati e i tabù è cosa che può essere fatta solo da un Paese che ragioni pensandosi “uno” e immaginandosi “al futuro”. Per essere uniti, dobbiamo sfidare il culto del presente. Il Nord non è solo Bossi. L’immigrazione non è solo una paura dei padri, ma un’occasione per i figli. Il welfare non è solo quello che serve ai nonni, ma anche ai nipoti.

Anche l’Europa della crisi ha dimostrato che i problemi di alcuni diventano subito problemi di tutti, e che solo un’Europa unita o perlomeno coesa può accompagnare gli stati membri – quelli più ricchi come quelli più poveri –  nella bufera di una congiuntura sfavorevole. L’Italia deve fare altrettanto.


Autore: Matteo Maltinti

Nato a Bologna nel 1992, studia presso il liceo classico Marco Minghetti. Appassionato di storia e di politica, dal giugno del 2010 scrive per Ffwebmagazine. Iscritto al Partito Democratico,collabora attivamente anche con l’associazione Progetto Domani.

17 Responses to “La Lombardia “padana” vale meno di quella italiana”

  1. saoncella scrive:

    La Prima Guerra Mondiale
    ha sacrificato 600.000 italiani per allontanare gli invasori che nei secoli scorsi avevano tentato a priù riprese di impossessarsi del Bel Paese…finestra sul Mediterraneo.
    La guerra non finì nel 1918, finì nel 1919.
    E ne iniziarono altre.
    Alcune subito furono sanguinose come la repressione russa, altre più sottili come il Fascismo che si stava affacciando.
    Tutte queste scelte ebbero una ragione di fondo:
    il disorientamento dei popoli
    e il bisogno di trovare finalmente qualcuno che li guidasse e avesse la capacità di mostrargli un sogno…
    Molti di quei sogni divennero altrettanti incubi.
    Nel 1943 ci sembrò che un popolo finalmente avesse trovato unità e lucidità.
    Solo in parte fu così.
    Perchè sconfitto l’ennesimo invasore non seppero fare di meglio che lottare ancora tra fratelli.
    Il bianco e il rosso non si vollero mischiare.
    Il bianco troppo pennellato dalla Chiesa, il rosso troppo pennellato dalla Russia.
    Vinse il bianco…il rosso era troppo vicino al sangue, e di sangue rosso ne era stato versato…
    Sembrava avessimo finalmente capito tutto.
    Ma quel bianco non solo imparò più avanti a mischiarsi con gli altri colori della Repubblica e del Parlamento, ma addirittura ne venivano fuori sempre di nuovi.
    Sempre più sbiaditi, sempre meno puri…
    Quel bianco si mischiò a cattivi colori.
    Ai colori della corruzione.
    E la Moralità Politica non rimase una qualità della stessa, ma un avversario da battere.
    Questo avversario doveva anche essere combattuto. Ucciso.
    Per questo venne ucciso Aldo Moro, sapendo alleare il bianco e il rosso, in un disegno tanto criminale quanto assurdo e deleterio.
    Una ferita che ogni tanto quando cambia il tempo mi fa ancora male.
    Poi arrivò il colore del cielo.
    L’azzurro.
    Era una pennellata superficiale, perchè dietro a quella leggera pellicola si nascondeva il nero più nero, il grigio più grigio.

    L’Italia, noi tutti abbiamo bisogno dell’uomo nuovo.
    E di colori nuovi, diversi e più veri…

    Riprendo le parole di un grande uomo poco conosciuto,
    si chiama GRIGORIJ POMERANE

    a proposito di un lungo discorso fatto sui soprusi umani, partendo dall’analisi della sua Russia arrivò a conoscere talmente bene Hitler, Mussolini, Stalin da capire che questi uomini, scambiati per salvatori e forti condottieri, godevano invece del male e del dolore altrui che procuravano.
    Dei sadici. Esattamente così erano.

    Per questo il vecchio e saggio Pomerane, volgendo lo sguardo sugli scenari attuali e capendo quanto l’uomo si stia dotando di macchine, mezzi, oggetti, che hanno il potere della distruzione di massa come non mai, ha lanciato a tutti noi quest’appello:

    “Le grandi opportunità che oggi offre la tecnica e la loro potenziale potenza distruttiva rendono necessario che oggi l’uomo sia un uomo diverso un uomo più aperto”…

    sono certo che questi uomini ne esistano più di quanto pensiamo…
    a loro va affidato il potere e la conduzione dei popoli…

  2. Roby scrive:

    Secondo Luca Ricolfi, autore del libro “Il sacco del Nord”, la Lombardia regala ogni anno allo stato italiano la bellezza di 42 miliardi di euro in “solidarieta’ nazionale”, bel nome per mascherare appunto un vero e proprio sacco.
    Secondo altri studiosi le cifre dell’esproprio dèi cittadini lombardi e delle altre regioni del nord operato con la forza dallo stato italiano per mantenere la “coesione nazionale” sono addirittura superiori; e quì si vuole ancora far credere che la Lombardia, dall’appartenenza allo stato italiano, ci guadagna: non si capisce in base a che logica la Lombardia possa guadagnare qualcosa dal fatto di essere costretta a mantenere, letteralmente, altre regioni!….ma andiamo, un po’ di serieta’ e di onesta’ intellettuale anzitutto!

  3. klaudio scrive:

    La Lombardia, se non fosse italiana, ma “padana”, non varrebbe di più ma di meno.

    Bella frase che non è stata spiegata.

  4. Gianni scrive:

    L’utente Roby ha già spiegato bene i termini della questione. Non si capisce cosa ci guadagni la Lombardia da questa situazione. Una regione che da sola ha lo stesso PIL della Svizzera ed è stata mortificata anche con questa manovra economica che ha penalizzato regioni virtuose e regioni colabrodo, allo stesso modo. La protesta di Formigoni è stata ben chiara su questo.
    Oltretutto vorrei far notare che la Lombardia ha potuto progredire e giungere al livello in cui si trova grazie ad una politica tutta incentrata sulla valorizzazione della sussidiarietà e del ruolo del privato accanto al pubblico, altro che Stato unitario! Lo Stato unitario è sempre servito per mungere la Lombardia e basta. Sinceramente da Libertiamo mi aspettavo delle riflessioni più approfondite e meno infarcite di retorica e luoghi comuni come questo articolo.

  5. Marco Faraci scrive:

    Sono in disaccordo con l’autore. Questa “unità italiana, questo senso dell’identità nazionale e di un destino comune” ci ha condotti nei naufragi più rovinosi della nostra storia, incluse due sanguinose guerre mondiali dalle quali la geografia ci avrebbe facilmente consentito di restare fuori.
    Il mito nazionale è stato usato in passato per asservire gli individui a disegni imperialisti ed aggressivi e nel dopoguerra per giustificare l’ineluttabilità di una redistribuzione arbitraria della ricchezza.

  6. Francesco Violi scrive:

    Un’osservazione a Marco. So che tu da libertario la vedi un po’ diversamente da me ma se è vero che il nazionalismo, più che l’unità d’Italia, ci ha portati a dei naufragi, non è neanche vero che l’Italia preunitaria fosse l’Eden. Se fosse stata tale, non si capirebbe perchè gli eserciti di Carlo V e e Francesco I fino a Napoleone venivano a combattere le loro guerre in Italia. I vari intellettuali tedeschi, francesi e britannici come Goethe, Shiller, De Sade, Shelley e Byron, solo per citarne alcuni fra i più famosi, non avrebbero descritto l’Italia come un affascinante e pittoresco “terzo mondo” dell’epoca, pieno di tesori immensi così come di una miseria che superava ampiamente la media europea. E’ vero: il nazionalismo ha fatto e fa molti danni, come ogni ideologia che antepone un idolo alla persona umana, alla sua libertà e dignità. Vorrei solo ricordare che il risorgimento non aveva come obiettivo solo l’unità, ma anche la creazione di uno stato liberale, il progresso e la fine di potentati reazionari quali lo stato della Chiesa (solo per dirne una, la prima inoculazione antivaiolo nelle province pontifice fu eseguita solo dopo il 1860). In una battuta, non credo che si possa buttare il bambino con l’acqua sporca.
    Alla prossima.

  7. Roby scrive:

    Francesco Violi, l’argomento che usi per dimostrare il fatto che l’unita d’Italia sia stata e sia ancora un fatto positivo per i cittadini italiani e’ un argomento molto diffuso, a partire dalle scuole, ma forse e’ un argomento di natura più propagandistica che storica.
    E’ vero che nel XVIII e nel XIX secolo gli stati italiani erano più arretrati rispetto ai principali stati europei (ma con enormi differenze di gap, giá allora , tra i diversi stati italiani, come dimostrano tutte le statistiche del tempo), ma questo non era certamente dovuto al fatto che gli stati italiani erano separati e indipendenti; del resto il piccolo Belgio, anch’esso teatro di guerre e di dominazioni straniere, non ha dovuto unirsi ai Paesi Bassi per avviare la sua rivoluzione industriale ed innalzare il suo tenore di vita prima della stessa Germania.
    I piccoli stati italiani nel XVIII e XIX secolo erano più poveri di Francia , Germania, Belgio e naturalmente Inghilterra non a causa delle loro divisioni e delle dominazioni straniere, ma unicamente a causa del fatto che erano partiti dopo questi paesi nel processo di accumulazione di capitale e quindi di industrializzazione; ma questo processo sarebbe prima a poi inevitabilmente partito anche negli stati italiani, pur divisi e pur governati da regnanti di case reali straniere; anzi non e’ detto che quel processo, in un contesto di divisione e non dunque inquinato dal nazionalismo successivo dello stato italiano, non sarebbe stato piu’ veloce e piu’ robusto; in Lombardia infatti furono i sovrani asburgici alla fine del XVIII secolo ad introdurre quelle istituzioni moderne che hanno consentito ai capitalisti lombardi di accumulare capitale da investire nelle prime industrie, andando così a colmare in breve tempo il gap che divideva la Lombardia ( come del resto altri territori dell’Impero ) dagli altri paesi più avanzati.
    Del resto nel XVIII secolo anche la Germania e la Francia erano molto più arretrate dell’Inghilterra e godevano di uno standard di vita più basso di quello inglese (erano paesi sottosviluppati, se comparati all’Inghilterra) , nonostante l’assenza di dominazioni straniere e nonostante l’unita’ territoriale: questo perché’, semplicemente, questi paesi erano partiti dopo l’Inghilterra nel processo di accumulazione capitalistica e quindi di industrializzazione.

  8. Cristian Cattalini scrive:

    Anche io sono in disaccordo con la tesi dell’articolo proprio perchè non la si dimostra, non la si corrobora.

    La pur condivisibile ricerca di buoni motivi dell’unità d’Italia (che pure, a mio parere, ci sono) deve tuttavia fare i conti con una realtà economica e culturale di alcune macroaree del meridione d’Italia che deve essere denunciata con chiarezza in tutta la sua problematicità.

    Siamo tutti d’accordo, l’unità del Paese è, o forse potrebbe essere, una risorsa importante e da valorizzare ma il ritardo delle regioni meridionali in termini di RESPONSABILITA’ va in qualche modo colmato riducendo le risorse che dal Nord vanno al Sud del Paese.

  9. Salvo scrive:

    Se penso, che il Regno DItalia a suo tempo era composto dal Regno di Sardegna e Piemonte, mi viene il vomito nel leggere certe scemenze scritte da chiunque su qualunque sito o giornale..
    I Lombardi o i “nordici” in generale ci considerano dei poveretti che chiedono l’elemosina e rubano il pane dalla loro tavola imbandita, se anche così fosse NON LO ABBIAMO VOLUTO NOI!!
    A chi ostenta migliaia di morti per arginare invasioni e depressioni, Vi ricordo che ogni angolo d’Itaia ha dato… Noi in primis…

    Noi “sudici” d’altronde, che facciamo? succhiamo dal seno materno di Lomabardia, Veneto, Trentino, Friuli, Emilia Romagna ecc ???

    Da “sudicio” e Italiano Sardo, ne faccio a meno, a questo punto preferisco considerare il tutto a 360 gradi, considerandomi non Italiano, ma Terreste.

    Il pianeta è grande, per fortuna, ed è ciò che ho insegnato ai miei figli, che, con saggezza stanno programmando il loro futuro in ottica MONDIALE.

    Saluti e buon Fini a tutti.

  10. Francesco Violi scrive:

    Vedo che qui ognuno rimane fermo sulle proprie convinzioni. Dato che che è così non vedo il motivo per continuare questo dibattito. Vorrei solo ricordare che in Belgio il processo di accumulazione di capitale era cominciato molto tempo prima che in Italia e già nella seconda metà del ‘700 il Belgio godeva di un benessere più alto della media tedesca o francese, se ci fidiamo delle fonti dell’epoca.
    L’accumulazione di capitale in Italia è cominciata o meglio, “ricominciata” dopo circa due secoli di stagnazione, solo a partire dalla seconda metà del ‘700. Non tolgo niente all’amministrazione austriaca, che era molto moderna ed efficiente, ma ci sarà pur stato un motivo se i Lombardi si son ribellati nel 1848 e se Cattaneo e altri suoi contemporanei, nelle aule dell’Università di Pavia e dalle pagine del “Politecnico”, criticavano aspramente la politica economica asburgica. I commercianti italiani del Lombardo-Veneto erano obbligati a pagare un dazio per commerciare nello stesso impero di cui erano sudditi.

  11. Roby scrive:

    Violi, l’esempio del Belgio (su cui concordiamo) dimostra appunto che per innalzare il proprio livello di vita gli stati italiani non avevano necessariamente bisogno di unirsi in uno stato più grande e di liberarsi dal “giogo” straniero: infatti come dici tu il Belgio ha iniziato a svilupparsi prima dèi grandi stati europei e quando era ancora sotto la dominazione asburgica (il Belgio e’ uno stato indipendente solo dal 1830).
    Quanto al perché i lombardi si sono ribellati all’Impero ,beh questo avvenne da una parte perché allora le teorie nazionaliste stavano sciaguratamente iniziando (non solo in Italia), e dall’altra parte perché’ i settori più avanzati della societa’ lombarda di allora desideravano vivere in uno stato più democratico e più liberale di quanto non fosse allora l’Impero: desideravano migliorare la loro situazione, cosa sempre possibile.
    Che però questo implicasse l’unita’ d’Italia , piuttosto che semplicemente una Lombardia indipendente, e’ non solo illogico ma anche un qualcosa che non era stata voluta da quegli stessi lombardi che si ribellarono: infatti Cattaneo desiderava che la Lombardia potesse ottenere il federalismo pur restando nell’ambito amministrativo dell’Impero, che egli considerava sotto tutti gli aspetti più avanzato e liberale dello stesso stato del Piemonte (ossia del più ricco e del più avanzato e moderno di tutti gli stati italiani di allora, LombardoVeneto escluso).

    In definitiva l’unico reale argomento per dimostrare l’opportunita’ di unire stati diversi e divisi da secoli , allora come oggi, era l’opportunita’ di eliminare i dazi doganali ; ma non erano solo i dazi doganali tra i diversi stati italiani ad essere nocivi: lo erano nella stessa misura i dazi doganali tra gli stati italiani e gli altri stati europei; ebbene, la prima cosa che ha fatto lo stato italiano una volta costituitosi e’ stata intraprendere una guerra doganale con la Francia!

  12. Andrea B scrive:

    Si va bene … sta a vedere che i moti del ’48 nel Lombardo-Veneto sono stati fatti in nome della Padania …

    Per l’ abolizione dei dazi doganali tra gli stati europei si dovette comunque attendere un bel po’ …per lo meno, all’ epoca, ci togliemmo quelli tra le regioni d’ Italia … non dover più pagare per portare merci, che so da La Spezia a Parma, fu un passo avanti e che ci avvicinò alla situazione interna di altri stati europei, no ?

    Non sono un nostalgico del Risorgimento, di cui credo di debba parlare “laicamente” , nè con toni da libro Cuore, nè tantomeno in maniera causticamente revisionista, ma non riusciamo ancora ad avere una visione condivisa del periodo fascismo -seconda guerra mondiale-guerra civile ed ora vogliamo addirittura metterci a rivangare il processo d’ unità nazionale dell’ ottocento ?

    Ripeto … se ne può discutere dei modi e dei tempi, si possono rimarcare differenze e problemi tra varie zone della nostra nazione che c’ erano allora e -purtroppo – ci sono ancora adesso, ma la penisola italiana non sono i balcani, ma è una nazione sola, con buona pace di padani e neo-borbonici vari …

  13. Roby scrive:

    Non si tratta di arrivare ad avere una versione condivisa da tutti sui diversi periodi storici, e non vedo neppure il motivo per cui 60 milioni di cittadini debbano arrivare a pensarla allo stesso modo sul fascismo, il risorgimento, il comunismo avere un’unica versione standard delle cose.
    Tuttavia che Carlo Cattaneo e con lui molti altri lombardi protagonisti delle 5 giornate non desideravano neppure un’unione col solo Piemonte, preferendo un federalismo all’interno dell’Impero , e’ semplicemente un fatto storico , che non può essere smentito e sulla cui veridicita’ nessuno discute; oggi si può discutere se loro avessero ragione oppure torto, io penso che avessero mille volte ragione.
    In ogni caso la loro vicenda storica dimostra in modo chiaro che la ribellione dèi lombardi all’Impero non era avvenuta per creare un’Italia unita ma per altri motivi: motivi che non implicavano necessariamente la creazione di uno stato italiano unitario, e che tra l’altro l’Italia unita
    non e’ mai stata in grado di soddisfare.
    Certo che e’ stata una cosa positiva poter muovere le merci tra Milano e Torino senza pagare; ma per gran parte delle regioni del nord sarebbe stato altrettanto positivo se non di più poter muovere le merci da Milano o da Trieste a Vienna o a Praga o a Budapest senza pagare.

    Il fatto che la penisola italiana sia una nazione sola e’ una valutazione personale e soggettiva: la rispetto come tale, pur non condividendola affatto ( non vedo differenze tra la realtà italiana e quella dell’ex Yugoslavia, nel senso che sia l’Italia che l’ex Yugoslavia sono due stati che assemblano territori diversi e che erano sempre stati divisi, stati creati recentemente sull’onda delle ideologie nazionaliste ottocentesche); ma le
    valutazioni soggettive non possono essere
    imposte a tutti come fossero verita’ assolute e
    indiscutibili.

  14. Andrea B scrive:

    Abbiamo risolto il problema del boicottaggio leghista delle celebrazioni del’ anno prossimo … ditelo a Bossi che durante le cinque giornate di Milano sventolavano il vessillo con il sole delle alpi ed il gioco è fatto !

    L’ affermazione poi che l’ Italia e Jugoslavia siano simili mi ha effettivamente preso alla sprovvista: sto cercando di ricordare in quali parti d’ Italia ci siano i cattolici e dove invece in quali regioni abitino gli ortodossi e quali quelle ancora dove sono presenti i musulmani, come pure mi sfugge la linea di demarcazione nella penisola da dove non si scrive più in caratteri latini ma si iniziano ad usare i caratteri cirillici ed infine non riesco a ricordare dove siano situati nello stivale dei grossi insediamenti albanesi, come pure le minoranze ungheresi e degli italiani ( quelli rimasti ) dell’ Istria …ooops italiani ? Ma non stavo parlando dell’ Italia ?
    Si vede che mi confondo …del resto Italia e Slovenia+Croazia+Bosnia+Serbia+Montenegro+Macedonia sono così simili …

  15. Roby scrive:

    Andrea B, non sono i caratteri che hai elencato che rendono simili l’Italia e la ex Yugoslavia, ma il modo della costituzione dèi due stati, che ha fatto si che entrambi gli stati riuniscano negli stessi confini territori da sempre diversi e con nulla o quasi in comune,a meno che tu non ritenga l’appartenenza alla religione cattolica un carattere comune sufficiente per la costituzione di un unico
    stato (spero proprio di no!); in una parola, Italia ed ex Yugoslavia sono simili perché sono stati artificiali privi di una reale comunanza di interessi e ambiente tra le popolazioni che li abitano, cosa dovuta al fatto do avere avuto per secoli storie completamente diverse e caratterizzate persino dall’assenza quasi totale di contatti culturali e commerciali tra il
    Nord e il Sud della penisola ( contatti che invece erano molto più diffusi tra gli stati italiani del Nord della penisola, bene o male).
    Del resto tutte le differenze di ordine religioso e linguistico che citi riferendoti all’ex Yugoslavia per dimostrare la sua impossibilita’ non sono di per se’ sufficienti a far fallire uno stato: la Svizzera ha al suo interno popolazioni che parlano almeno 4 lingue diverse, che praticano religioni diverse ( alcuni cantoni sono protestanti altri cattolici), eppure e’ uno stato stabilissimo e coeso da secoli: questo perche’ e’ la comunanza di interessi, unita a una mentalita’ comune nonostante le differenze linguistiche , a determinare la solidita’ o la fragilita’ di uno stato: comunanza di interessi che evidentemente non esiste nello stato italiano, così come nell’ex stato yugoslavo.
    Con questo non voglio assolutamente dire che lo scenario che ha caratterizzato la ex Yugoslavia negli anni 90 debba ripetersi quì,questo non lo credo assolutamente perché le condizioni del paese sono molto diverse da quelle exyugoslave; ma che stati fragili in cui le popolazioni che li abitano si sentono diverse le une dalle altre e sentono di avere interessi addirittura incompatibili siano destinati a disgregarsi, questo lo credo: e aggiungo che in tutto questo non c’è niente di male , e che nel lungo periodo una separazione sara’ un gran bene sia per i cittadini del nord che per quelli del sud; le categorie di persone che avrebbero qualcosa da perdere da una separazione sono i politici e tutti i cittadini che prosperano grazie all’intermediazione dèi politici, quindi solo la parte parassitaria della popolazione, del nord come del sud.

  16. Andrea B scrive:

    @ Roby

    Vabbè ci rinuncio … ognuno ha le proprie convinzioni, anche se francamente considerare Italia e Jugoslavia simili la considero una grande fesseria e scusami tanto …
    Da una parte abbiamo una nazione unica, pur con le sue inevitabili differenze locali di dialetti, usi e costumi ( come in qualunque grande nazione …anche la Normandia e la Provenza hanno le loro differenze, come una Baviera con una Sassonia).
    Di là abbiamo invece una frammentazione etnica di lingue, scrittura religioni, storia tali da diventare idiomatica ..la c.d. “balcanizzazione”.
    Sull’Italia libero di avere le tue idee politiche e di dividere gli italiani in Padani, Etruri e Terroni … ma sulla ex Jugoslavia ti consiglio di documentarti un po’ meglio …

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